Un’arte per la quale la precisione è d’obbligo, esattamanente come i tagli, ed è disciplina allo stesso tempo. Lame affilate, da sole “contro” un avversario impalpabile, la realizzazione finale che si svela in una forma forse difficilmente riproducibile nonostante le migliaia di ripetizioni e la ricerca del gesto e dell’esercizio infinito. È un’arte tipicamente giapponese, ma non è marziale e non è lo iaido.
(immagine da https://www.youtube.com/watch?v=w6_Q17Bu3yQ)
È il kirigami, nome che deriva da kiru, tagliare, e kami, carta, e assomiglia molto all’origami (v. Origami, l’arte di piegare la carta), con la differenza che, a parità di modalità di piegatura della carta, nel kirigami la tecnica principe nella quale si ricerca la perfezione è il taglio. In un senso più generale, e che personalmente apprezzo maggiormente, ci si dovrebbe riferire a quest’arte con il termine kiri-e, letteralmente immagine intagliata, un’arte che affonda le sue radici in molte culture nel mondo, ma che in Giappone si è sviluppata intorno al 600 quando la carta nota come Tesuki Washi, inventata in Cina dove la carta veniva realizzata fin dal 105, fu importata dalla Korea dal monaco buddista Doncho: si sviluppò così una tecnica e un’arte particolare, che i giapponesi padroneggiarono velocemente in maniera sopraffina a partire dall’800 quando cominciarono a commercializzare la propria carta, conosciuta come Sekishu Washi. E siccome tutto diventa arte, inclusa la produzione dei mezzi per la sua realizzazione, la carta washi prodotta al giorno d’oggi e utilizzata in tutto il mondo per realizzare le opere kiri-e è stata definita dall’Unesco come Patrimonio Immateriale dell’Umanità all’inizio degli anni 2000, designando l’importanza di una tecnica artistica che perdura nel mondo contemporaneo con la realizzazione di opere e sculture di carta. In Europa bisognerà attendere fino al 13° secolo per l’introduzione della carta e le prime realizzazioni dell’arte del taglio della carta risalgono a tre secoli dopo.
(immagine da https://www.fukainihon.org/cultura-giapponese/tradizioni-e-folklore/kirie-l-arte-del-creare-con-la-carta)
Nella sua forma più convenzionale il kiri-e è realizzato tagliando gli spazi negativi, vuoti, da un singolo foglio di carta bianca, che creeranno quindi il contrasto con uno sfondo scuro, per realizzare opere che raggiungono incantevoli tridimensionalità pur partendo da una superficie piana. Similarmente all’origami, uno dei punti chiave di quest’arte è la simmetria: la carta viene piegata prima di essere tagliata così che i tagli si moltiplichino uguali su tutte le facce. Progetti semplici di kiri-e prevedono pieghe preparatorie in quattro, orizzontalmente a metà e poi verticalmente ancora a metà, e moltiplicando queste pieghe si possono raggiungere complessità notevoli. Anche se tecnicamente il kirigami, e utilizzo adesso questa accezione proprio perché mi riferisco all’utilizzo specifico del substrato cartaceo, può essere realizzato con qualunque tipo di carta, è chiaro che quella più sottile si renda necessaria per realizzare quelle opere che richiedano molte pieghe mentre i tagli possono essere effettuati con le forbici, anche se molti artisti preferiscono particolari coltelli per la maggiore precisione e maneggevolezza.
(immagine da https://www.myogipost.com/index.php?main_page=product_info&products_id=845149)
Anche se una delle più comuni applicazioni, commerciali ma sopratutto per chi si avvicini a ques’arte, è quella dei biglietti d’auguri e dei libri definiti pop-up, quelli per intenderci che quando si aprono le pagine rivelano più o meno complesse strutture tridimensionali ripiegate su se stesse, la foma più alta del kirigami prevede la realizzazione di vere e proprie opere d’arte, pezzi unici, che affonda le origini e l’interesse mostrato dal pubblico fin dal periodo Edo quando veniva praticata in pubblico con sottofondi musicali. Mi piace riportare la descrizione che viene fatte delle opere di una Maestra indiscussa a livello mondiale di quest’arte, Kojima Nahoko: dovete immaginarvi un mondo fantasioso, naturale, delicato, etereo e inafferrabile, sospeso, libero e fluttuante, come i sogni. Le sue opere infatti sono evanescenti e leggiadre figure realizzata in larga scala e sospese nell’aria, visibili in tutto il mondo, come ad esempio una sua opera esposta a Villa Olmo nel 2012, sul lago di Como, “Cloud Leopard”, che si librava al centro di una meravigliosa stanza vuota dell’antica villa. Un altro esempio della sua arte è Shiro, una scultura che misura trentadue metri ed è stata realizzata con due soli fogli di carta richiedendo un anno di lavoro per realizzare una balena dalle dimensioni reali.
(immagine da http://www.nahokokojima.com/galleries-overview/)(immagine da http://www.nahokokojima.com/galleries-overview/)
Come per la pittura sumi-e, quella con inchiostro nero nella quale i vuoti o le assenze di pennellate contribuiscono a restituire l’emozione dell’immagine complessa, anche nel kiri-e maggiore è la semplicità, maggiore sarà la profondità delle sensazioni che l’opera susciterà, ma ciò non toglie che le opere più raffinate ed esposte nelle mostre di tutto il mondo non implichino una complessità fuori dall’ordinario, a dimostrazione delle incredibili qualità, capacità e costanza degli artisti impegnati in quest’arte.
Fukuda Masayo è un’altra di questi Maestri, che da oltre trent’anni si dedica a quest’arte, per la quale occorrono dedizione, pazienza e precisione: per la realizzazione della sua opera, Octopus, l’intaglio ha richiesto due mesi di lavoro, e bilanciando con estrema cura lo spessore degli spazi e delle linee è infine riuscita a creare un effetto tridimensionale, peculiarità che la distingue dagli altri artisti che utilizzano la stessa tecnica.
(immagine da https://www.keblog.it/opere-carta-intagliata-kirie-masayo-fukuda/)(immagine da https://japanobjects.com/features/kirie)
La maggior parte delle opere kirigami sono ispirate dalla natura, e con un gioco di parole dai termini giapponesi che compongono il nome di questa tecnica, dagli dei, kami appunto, che risiedono in ogni cosa: non è neanche così casuale infatti la scelta della carta bianca, considerata un materiale sacro dallo Shinto. Alcuni artisti traggono ispirazione dai giochi visivi creati delle ombre ed è infatti comune poter ammirare le opere in ambienti opportunamenti illuminati per aggiungere effetto all’effetto. Molti di questi lavori sono così intricati e sottili che a prima vista sembrerebbero disegnati anzichè intagliati, o fatti a macchina, ma basta osservarli quando maneggiati dagli artisti per rendersi conto della impalpabile trama di cui sono composti.
(immagine da https://japanobjects.com/features/kirie)(image from https://japanobjects.com/features/kirie)
Altri artisti utilizzano le tecniche del kiri-e per realizzare creazioni che sembrano uscire letteralmente da materiali di tutti i giorni come giornali e sacchetti, mostrando tra l’altro una sensibile profondità di sentimenti che legano le loro opere a importanti temi sociali riportati dalle notizie dei quotidiani o che ci permettono di interagire con i materiali e le idee della società contemporanea. Non mancano infine tutte quelle rielaborazioni dell’arte classica per la realizzazione di opere che strizzano l’occhio al figurativismo e all’astrattismo, attraverso colori e forme più tipici dell’arte contemporanea, mentre altri si cimentano in una produzione in tempo reale dinnanzi al pubblico, come nella tradizione di epoca Edo, creando performance multimediali nelle quali non è più l’opera in sé il risultato finale, ma proprio l’atto di tagliare, ricreando l’atmosfera di un processo calmo e meticoloso, con il quale il ritmo delle forbici e la trama della carta tagliata diventano esempi del proprio pensiero, una sorta di linea tale tra il pubblico e la propria mente.
(immagine da https://japanobjects.com/features/kirie)(immagine da https://japanobjects.com/features/kirie)(immagine da https://japanobjects.com/features/kirie)
Un’altra arte, un’altra disciplina, un’altra Via per una ricerca e per una crescita personali, che si sviluppa sempre con un mezzo forgiato il cui acciaio è anima e forza di una comunità di praticanti che dedica un’intera vita nel tentativo di migliorare un gesto, nel ripulirlo dagli eccessi per riportarlo all’essenzialità semplice che è poi quella della natura.
Sabato 2 e Domenica 3 Luglio 2022 si è tenuto a Lucca un allenamento di iaido, organizzato da Akitsukai e condotto da Claudio Zanoni e Danielle Borra.
Recensione e riflessioni di Gabriele Gerbino e Rosita Giovannetti.
Pratica attiva ed efficacia del metodo
di Gabriele Gerbino
Armato di tanta buona volontà e caldo, ma senza spada (quella, una volta a destinazione, me la presterà come al solito il buon Alessandro Natali), Venerdì 1 Luglio prendo un aereo per Pisa, per partecipare a quello che sarà solo il secondo di 4 weekend di Iaido nel giro di un mese (sono intento a testare la pazienza dei miei familiari, se non mi vedrete più in giro non ci sarà bisogno di chiedere il perché :P)
Il seminario, come di consueto, si svolge durante tutto il giorno di Sabato e la mezza giornata di Domenica, ed e’ tenuto ovviamente da Claudio e Danielle.
Il gruppo dei partecipanti non poteva essere piu’ assortito: da mu-kyu a rokudan, da chi ha dato l’esame di maturità il giorno prima, a chi ha spento da poco 80 candeline (che spettacolo!). Nonostante la varietà di gradi ed il caldo asfissiante, i maestri non si sono risparmiati, mettendo insieme un seminario davvero interessante e molto tecnico adatto a tutti i palati: e’ davvero incredibile vedere come i maestri si adattino alle esigenze di tutti, spiegando concetti base ed avanzati nel modo piu’ semplice possibile tale da renderli ugualmente assimilabili sia dai gradi bassi che da quelli più navigati.
Reduci dall’ultimo seminario con la delegazione ZNKR che si e’ svolto nel mese di Giugno, i maestri hanno voluto dare un focus particolare ad alcuni punti attenzionati da Kusama sensei: questi punti non sono certo delle novita’, ma molti di questi non sono per nulla banali, quindi e’ bene allenarli ed allenarli ancora, soprattutto chi avrà a breve esami o gare.
Su questa scia, la giornata di Sabato comincia con la pratica di Mae, Morote-tsuki e Ganmen-ate: tutti e 3 kata oggetto di attenzioni di Kusama sensei a Budapest. Nonostante i maestri ci abbiano spiegato nel dettaglio quali correzioni apportare e quali punti attenzionare, dopo poche ripetizioni era chiaro che nessuno di noi stesse facendo quello che ci si aspettava: come dice Claudio, se quando studiamo un kata non siamo “scomodi”, allora significa che lo stiamo eseguendo come sempre e non stiamo compiendo i cambiamenti che ci sono stati richiesti.
Non c’e’ comodità nel cambiamento, perché questo implica la “distruzione” di quello che c’era prima.
Per ovviare a questo problema, i maestri ci hanno fatto praticare i kata dividendoli in kihon, così da poterci concentrare di volta in volta su una porzione più piccola di correzioni e punti da rispettare. Questa pratica attiva concentrata su pochi movimenti permette al nostro corpo e alla nostra mente di coordinarsi meglio, rendendo più semplice il cambiamento. L’efficacia di questo metodo si riflette anche sul numero di domande che i maestri hanno ricevuto, cosa che difficilmente sarebbe accaduta se avessimo eseguito i kata con il solito atteggiamento e con il solito approccio. Cambiando entrambi, sorgono quindi molti dubbi su quello che facciamo e su cosa in realtà dovremmo fare.
Ma questi eventi non sono belli solo per la pratica! Incontrare amici provenienti da diverse parti dell’Italia (e oltre) e’ sempre un’emozione, specialmente se c’e’ anche qualcosa da celebrare. E allora via di spumante e focaccia alla salute di Claudio e del suo Kyoshi, e di Carlo e del suo Nanadan!
Gabriele Gerbino
Un caldo weekend di luglio
di Rosita Giovannetti
Il 2 e il 3 luglio, a Lucca, Danielle e Claudio hanno condotto un seminario ad un gruppo di iaidoca che nonostante il gran caldo hanno praticato per approfondire e migliorare il proprio livello tecnico.
Come sempre i suggerimenti dettagliati e precisi dei Sensei sono stati di aiuto per tutto il gruppo.
Vorrei porre particolare attenzione alla proposta di filmarsi durante l’esecuzione di una tecnica che Danielle e Claudio hanno suggerito in questo seminario, suggerimento più volte consigliato anche in altre occasioni.
In questi giorni ho ripensato e rivisto alcuni video realizzati durante gli eventi a cui il nostro dojo ha partecipato. Nello scorrere delle immagini la mia attenzione si è focalizzata sugli errori, sulla disarmonia del movimento e ho detto: “Non mi piace – Ro! cerca di cambiare qualcosa, di porre più attenzione, di essere presente su ciò che fai…”
Quando vengo corretta e proposti suggerimenti ascolto, provo a cambiare ma c’è sempre qualcosa che rimane in sospeso, come qualcosa che rimane al di fuori di me; lo scorrere delle immagini mi costringe a fare “autocritica” e questo porta ad una maggiore consapevolezza, le immagini rafforzano le parole.
Anche se, ciò che disturba, balza subito agli occhi, il video deve essere un valido strumento di aiuto non solo per cogliere il “non mi piace”, ma soprattutto per ricercare e cogliere il “mi piace” il bello della performance e portarlo nel cuore con la soddisfazione di aver fatto bene cercando di riprovare quell’emozione in ogni allenamento. Purtroppo, per esperienza personale, e ne ho pagato lo scotto, riconosco che è molto difficile concentrarsi sugli aspetti positivi e per riallacciarmi agli articoli precedenti di Alessio Rastrelli (Esami di Iaido e Potere della mante) e di Stefano Banti (Le età del Budo), il potere della mente fa la differenza sui nostri risultati.
Questo mese il team Kiryoku si è spostato oltralpe verso la regione dell’Occitania per incontrare una figura di spicco dello Iaido francese ed europeo, Jean Jaques Sauvage, Iaido 7° dan Kyoshi e Kendo 5° dan. Dai primi passi nel Judo ai massimi gradi della spada, è un piacere poter ascoltare la profondità dei suoi pensieri sui temi tipici riguardanti la storia, lo sviluppo e la visione personale delle nostre discipline, in una corsa a rotta di collo attraverso dettagli e aneddoti di un sensei che ha cuore più la consapevolezza del poter donare e trasmettere che non quella di uno status all’interno di un dojo, con una conoscenza che deriva dall’aver approfondito i dettagli della Via con la calma e il supporto delle molte figure che lo hanno accompagnato lungo il suo percorso di crescita.
Sauvage sensei, come sempre è un onore per Kiryoku poter approfittare del tempo di figure come la sua, e poter apprendere direttamente dai pionieri dell’arte della spada i pensieri e gli insegnamenti frutto di una vita di apprendimento.
Partiamo ovviamente dall’inizio con qualche nota biografica per inquadrare al meglio la sua figura anche per coloro che non la conoscessero ancora.
Sono nato il 9 dicembre 1947 a Lisieux in Normandia, Francia. Mi sono trasferito a Versailles dove sono stato dal 1975 al 2005 e non avendo mai saputo resistere al richiamo del sole, adesso vivo nel sud della Francia, vicino a Narbonne.
Ora sono in pensione, ma sono stato insegnante di educazione fisica e di Judo, e per quanto riguarda la spada ho conseguito i gradi di Iaido Kyoshi 7° dan, Kendo 5° dan e Chanbara 5° dan.
Avendo trascorso un’intera vita con le arti marziali, avrà sicuramente avuto modo di apprendere e lavorare al fianco di molti sensei: quali sono le figure a cui deve maggiormente un riconoscimento per aver contribuito alla sua crescita personale e perché?
Ritengo di dover esprimere la mia più profonda gratitudine e il mio infinito rispetto a Jean Pilorge, il mio maestro di Judo (dal 1966 al 1974) che mi ha ispirato sotto diversi punti di vista attraverso i suoi insegnamenti riguardo all’audacia a dispetto di ostacoli e pericoli e nel credere nella nostra audacia per osare di essere se stessi, oltre al fatto che non sia necessario sperare per intraprendere qualcosa, né avere successo per perseverare. I suoi insegnamenti puntavano sul fatto che i maggiori sforzi dell’uomo per superare se stesso sono vani se, al di là di se stesso, cercasse ancora se stesso, e non una realtà superiore.
Successivamente, lo studio di Kime No Kata per il Certificato di Stato di insegnante di judo, che ho ottenuto nel 1971-72 presso il CREPS di Houlgate in Normandia, mi ha avvicinato alla spada giapponese e successivamente un corso base di Kendo e di Iaido, condotto da Jacky Vauthrin a Lisieux nel 1973, ha stimolato la mia curiosità verso queste discipline.
Nel periodo 1975-1979, il mio secondo insegnante di Judo a Versailles, Roland Degorce, mi ha obbligato a richiamare alla mente rigore, pazienza, bellezza ed efficienza della forma, umiltà con costanza, coraggio e perseveranza, così come saper aspettare per maturare, correggersi, recuperare e stimolare l’entusiasmo per ciò che resta nascosto o ignorato, così come a sopportare l’iniquità.
E ancora la brillante cultura e la fiducia del fratello Pantel, direttore del Collegio Saint Nicolas di Igny, mi hanno aiutato a costruire la mia personalità, mentre negli anni molti altri esperti di kendo e praticanti di Iaido, distaccati dallo ZNKR, come Hiroyuki Shioiri sensei nel 1977-78, Mineo Nakayama sensei nel 1979-80, Nobuo Hirakawa sensei 1980-81, Itsuo Naito sensei 1985-86, Mutsunori Ishiyama sensei 1990-91, Makoto Higashiyama 1993-94 e i diversi seminari estivi in Giappone con Kitamoto sensei e Seitama sensei mi hanno accompagnato lungo tutta la mia crescita fino a quando la storia ha preso forma.
Ci sono state davvero molte persone sul suo percorso di crescita, ed è bello apprendere come ognuna abbia lasciato un segno caratteristico sul suo percorso. Sono passati ormai una cinquantina d’anni da quando si è avvicinato per la prima volta all’arte della spada, un arco di tempo significativamente ampio per poter parlare delle differenze con i tempi attuali e di come fosse l’ambiente francese all’inizio: ci vuole raccontare qualcosa di quell’epoca in cui era tutto da costruire?
Prima del 1993 lo iaido francese era un’organizzazione simile a quella dei clan. In quell’epoca c’era una febbrile voglia di novità anche se non si sapeva esattamente cosa si volesse se non il desiderio di qualcosa di diverso. Con la volontà di riuscire al meglio profondamente radicato in me insieme al desiderio di riuscire ad interessare i praticanti, attraverso diverse azioni innovative ho federato lo iaido francese aumentandone i membri da 400 a 1930.
Per ripagare la pazienza dei molti praticanti impazienti di apprendere, ho cominciato ad organizzare i primi corsi nazionali seguiti dalle delegazioni giapponesi. Successivamente ho creato la Commissione Didattica e il relativo BFEI (Certificato Francese per l’Insegnamento dello Iaido), un gruppo nazionale accessibile a tutti per creare una squadra francese ed infine anche la Commissione Arbitraggio.
Ho adempiuto ai miei doveri morali diventando prima insegnante, e poi formatore, esaminatore, agonista, selezionatore, DTR (Direttore Tecnico Regionale) a Yvelines, Languedoc Roussillon e nella regione PACA, e ancora DTN (Direttore Tecnico Nazionale) dal 2001 al 2006, ed infine arbitro di Kendo, Iaido e sport Chanbara, giurato d’esame per i gradi regionali, nazionali ed europei.
Impressionante e oserei dire che sia stato inarrestabile nello sviluppare questa disciplina a livello nazionale, e non solo: una passione così forte deve necessariamente avere una spinta propulsiva fuori dall’ordinario. Cosa significa per lei lo Iaido e cosa le offre?
Iaido e Kendo mi hanno rivelato la nobiltà del gesto più che il potere delle parole. Con la passione ho cercato di trovare, con la sincerità ho cercato di capire, e ho osato condividere le risorse nel tempo.
Ho preso le parole della tradizione e della leggenda che mi hanno maggiormente ispirato, non per imprimervi il mio segno ma per poterne toccare la pienezza, la purezza e la bellezza. Non voglio imporre la mia verità, anzi cerco solo di illuminarla per percepire che i gesti di Iaido e Kendo vanno ben oltre l’estetica: si tratta sempre di equilibrio tra assenza di peso e leggerezza, tra potenza e fragilità, tra dentro e fuori. Proprio perché la sua forma non è mai concretamente definitiva, questa è il frutto di una ricerca permanente, di un ideale di perfezione proprio dell’arte marziale.
Attraverso questi duelli fratricidi, ho assunto responsabilità nazionali, per partecipare all’evoluzione di certe azioni, per trarre il coraggio di accettare l’inerzia e per conoscere le differenze attraverso la saggezza. La storia dell’uomo non è mai niente altro che la storia delle sue stesse guerre. Sta a tutti noi ricominciare da capo. Una guerra che facciamo contro noi stessi per sfuggire a quella degli altri.
Quando possiamo osservare la bellezza, è perché la qualità del movimento senza dubbio ha asservito perfettamente l’idea. Ma basta l’idea per creare bellezza? È impossibile rispondere, ma credo solo che sia quando tocchiamo l’essenza stessa delle cose che diamo vita alla bellezza. Un modo anche per affermare che ciò che la bellezza ci permette di vedere è soprattutto il risultato di un incontro, di una mutata percezione, e questo per offrirci quei tagli, e ancora quei momenti di grazia e di abbagliamento, per giungere alla fine di quel viaggio che non è mai iniziato!
Come è iniziata la sua relazione con i maestri giapponesi e quali loro qualità le hanno permesso di poter progredire lungo il suo percorso di crescita nel Budo?
È iniziato tutto nel 1993 con il Versailles Budo quando ero responsabile della commissione Iaido del CNKDR (Comité National de Kendo et Disciplines Rattachées). D’accordo con il Comitato, da aprile 1995 a febbraio 2008 ho quindi organizzato oltre quaranta seminari nazionali con la presenza di delegazioni giapponesi.
Nonostante le numerose richieste dei Sensei giapponesi, sono stato costretto dalla mia posizione ad evitare di avvicinarmi a un Sensei particolare
I loro punti di riferimento sono i loro nascondigli e viceversa [da un gioco di parole derivante dal francese in cui i punti di riferimento si definiscono repère, e i nascondigli si definiscono repaire].
Sono esseri segreti, dotati di dignità naturale, e che parlano poco. Sono uomini solidi ma solo di passaggio: ciò che conta non è da dove vengano, ma cosa abbiano da dare.
Sono caratterizzati da temi comuni che strutturano le loro storie. Sono spesso uguali eppure ognuno li tratta con la propria sensibilità, in modo che la tavolozza possa arricchirsi ad ogni nuovo incontro e il quadro dipinto possa assumere quelle sfumature che ne costituiscono il sapore e il valore.
Hanno gli occhi del viaggio interiore o quelli dell’insondabile.
Costituiscono un percorso che ci riporta in terre dimenticate, che ci fa scoprire le tracce di un’epoca diventata polvere e riporta alla luce quella che era stata la vita di chi, ormai sdraiato sotto la pietra, è tornato nel cuore della terra. Uomini discreti, delicati, attenti alla natura umana e alle loro passioni, che gettano uno sguardo lontano su un mondo dal quale è impossibile dire se sia preoccupato o divertito.
Credono nella voluttà dei sentieri aridi e affermano che la postura abbia una sola sillaba per trasformarsi in impostura. Di fronte alla violenza del mondo, alla brutalità, alla volgarità o alla mediocrità dei comportamenti, uccidono l’usura del tempo per rendere l’uomo più saggio e meno amareggiato.
Sono uomini di cuore, possiedono quella qualità preziosa disprezzata dagli arroganti che è la gentilezza, coltivano il gusto della discrezione come stile di vita, come arte dell’eleganza.
Il loro stesso sguardo da solo è un indicatore della direzione da prendere: hanno lo sguardo del viaggio interiore che tocca la verità degli esseri, i segreti dei cuori e le profondità dell’anima.
Si abbandonano solo nei momenti di grande angoscia e rivelano in questo momento un profondo disordine.
Sono solo io che ho sognato questi incontri, o sono reali?
Chi è il suo sensei di riferimento e di conseguenza a quale ryu si è avvicinato?
Ho scoperto Muso Shinden Ryu sotto l’insegnamento di Jean Pierre Raick sensei, il mio insegnante, oltre al Tamiya Ryu. Inoltre ho praticato un po’ di Hoki Ryu con Hiroyuki Konaka sensei. Hikoshiro Sato sensei mi ha preparato per il 6° dan ed infine Takashige Yamazaki sensei per il 7° dan.
Nella sua vasta esperienza ha potuto rendersi conto di eventuali evidenti differenze tra il modello di insegnamento giapponese e quello occidentale o ci sono punti di sovrapposizione particolari?
Il dojo è un simbolo fortissimo del Budo, un luogo di vita, di progresso, un luogo dove soffia uno spirito, nel quale armonia e serenità nascono dagli incontri tra gli uomini, le funzioni e le capacità ma anche dalle aspettative, dalle convinzioni, dalle possibilità e dalle certezze indicibili.
Ho imparato che in campo pedagogico non esiste una ricetta ideale, un insegnante ideale, uno studente ideale che esegue un kata ideale davanti a una giuria ideale, sotto gli occhi di un maestro ideale.
L’essenziale è esserci perché l’insegnante può riconoscersi solo dove sia impegnato.
L’insegnante dovrebbe far crescere lo studente come lui stesso vorrebbe essere, guidarlo verso la meta dove lui stesso vorrebbe ritrovarsi.
A proposito di avvicinamento, come si avvicina un praticante a questa disciplina per la prima volta, con quali motivazioni secondo lei?
Ogni praticante, ai suoi esordi, si confronta con il rigore della pratica, con questa precisione del gesto e con la necessità di esprimersi attraverso un quadro rigido e preciso. Inizialmente, potrebbe sentirsi frustrato e persino costretto dai dettagli del gesto. A poco a poco, accetta questo rigore e ne comprende la necessità. Poi arriva il momento in cui vuole sapere perché pratichi e non come si pratichi.
Perché ad esempio pratichiamo Muso Shinden Ryu e non Muso Jikiden Eishin Ryu, Shinkage Ryu, Tamiya Ryu, Katori Shinto Ryu, Hoki Ryu, Suio Ryu o Tatsumi Ryu? Non c’è verità se non giudizi di gusto relativi a particolari configurazioni intellettuali, concettuali, storiche o ideologiche: qualunque sia il Ryu scelto, si tratta soprattutto di coltivare il gesto puro.
Ma cos’è il puro gesto? È il gesto libero dall’ambizione, dall’ansia, dalla volontà di fare che trae origine dall’ego. Il gesto puro è pensiero fecondo quando risveglia la coscienza di ciò che non è giusto. È un linguaggio per sentire il mondo e il posto che occupa in esso. Non bisogna rinchiuderlo né trattenerlo, la sua leggerezza ne accelera il corso e libera la tecnica, continua nel momento stesso in cui si ferma. Il gesto diventa unico per ciò che fa nell’esatto istante di quando lo fa. E’ qualcosa che libera l’essere e non l’apparire: il gesto guidato da uno spirito sereno e libero ne svela l’anima e rivela la mano del maestro.
Mi sembrano pensieri profondi che non possono che essersi sviluppati attraverso un percorso introspettivo molto curato, segno di una precisa volontà, come diceva anche all’inizio di ottemperare ad alcuni doveri morali quali l’insegnamento. Quando ha iniziato a pensare a questa fase?
I miei primi passi nel Judo sono avvenuti nel 1970 a Vimoutiers, in Normandia, mentre quelli nel Kendo e nello Iaido risalgono a due anni prima della creazione del Versailles-Budo nel settembre 1979. Fu in questo periodo che iniziai ad insegnare Kendo e Iaido senza particolari requisiti avendo di base solo un corso di formazione da insegnante. Negli anni 2000 il gruppo contava già 120 praticanti.
E in tutto questo tempo e con tutte le trasformazioni che avrà visto è possibile delineare i cambiamenti che hanno caratterizzato questa disciplina negli anni e qual è il suo obiettivo oggi?
Lo iaido è cambiato, e aspira ad uscire dalla sua struttura per diventare uno strumento per la conoscenza di se stessi e per lo sviluppo della personalità. Il suo obiettivo non è solo quella di trasmettere conoscenze o saperi, ma anche di accendere fuochi: il fuoco dell’attenzione, il fuoco dello stupore, quello del coraggio, della determinazione, della libertà di essere se stessi , il fuoco della passione, della condivisione, il fuoco di una vera avventura umana. Significa respirare la sua origine e la sua fine, tendere verso la sua assolutezza, coglierne le profonde risonanze.
L’insegnamento impedisce di essere troppo calmi e di inaridirci. Non insegniamo ciò che vogliamo. Direi anzi che non insegniamo ciò che sappiamo o ciò che pensiamo di sapere, insegniamo e possiamo insegnare solo ciò che siamo. L’importante è essere e ci si può riconoscersi solo dove ci si è impegnati.
Dai cambiamenti alle trasformazioni agli obiettivi, anche rimanendo all’interno del limitato spazio temporale di una lezione ci saranno sicuramento dei punti fissi che affronta nel suo insegnamento: come si riflettono questi principi in una sua lezione di Iaido?
L’arte, fin dall’origine del mondo è solo un movimento. Nasce dalle costrizioni, vive nelle lotte e muore con le libertà. Cerca la vita e il brivido dell’animo umano nel cuore di un patrimonio culturale che gli appartiene ma che costruisce l’essere. Si tratta di capire cosa viviamo e cosa siamo, di sentire cosa si possa dire e su cosa si possa tacere.
Ecco, bisogna estrarre la spada dal fodero con lo stesso movimento e la stessa sicurezza, con lo sguardo calmo e serio, lasciando che il movimento nasca dentro noi stessi per rivelare le tre dimensioni del tempo. Il dono del passato è la memoria, quello del presente è la visione, quello del futuro è l’attesa. La paura della ripetizione è sempre presente. Bisogna completare l’incompiuto per permettere la trasformazione nell’arte della vita.
Un soffio, un’ombra, un nulla… Il praticante deve affrontare il vuoto per coltivare la correttezza e la cortesia richiesta, la disciplina che deve essere osservata, l’umiltà che deve essere sentita e la sincerità che deve essere applicata. Senza un inizio e senza una fine, la perfezione e l’imperfezione si uniscono per esprimere l’invisibile attraverso il visibile. È come un’ombra bloccata nel gelo prima di poter raggiungere il proprio obiettivo, senza la volontà né la speranza di essere migliori o più forti e deve prendere forma solo attraverso la cancellazione della propria traccia nella percezione dell’altro.
Si deve migliorare percorrendo questo viaggio attraverso l’autenticità, la veridicità e la fedeltà per raggiungere una superiorità estetica e spirituale… per andare verso l’essenziale, ancora e ancora, che rimane la cosa più difficile da raggiungere… per trovare il silenzio che crea, amalgama, scolpisce lo stesso essere umano.
Ciò che la katana taglia nella sua ultima fase è ciò che scorre al suo interno e non ciò che esiste al di fuori di essa. Il praticante osserva a lungo la sua lama, poi con un breve sorriso la pulisce dalla sua goffaggine e la infila nel fondo del fodero.
E il giorno successivo, si ripete di nuovo la stessa scena..
Quale ritiene essere un imperativo impellente per garantire il costante miglioramento di questa disciplina, attraverso il grande carico culturale e filosofico che si porta appresso?
C’è un urgente bisogno che i leader e gli insegnanti di Iaido si sveglino e comincino ad ascoltare il lato culturale, marziale e spirituale di questa disciplina, altrimenti continuerà ad impoverirsi per diventare una semplice attività senza contenuto, senza anima, senza carattere particolare.
Guardando questi dettagli e non vedendoli, vengono definiti invisibili. Udendoli e non ascoltandoli, vengono chiamati impercettibili. Toccandoli e non raggiungendoli, sono detti impalpabili. Ma in quanto inafferrabili e fugaci, questi purificano senza offendere, rettificano senza costringere, illuminano senza abbagliare. Colui che allontana se stesso da tutto ciò non ne parla.
Un cieco si fermò preoccupato sul bordo di un marciapiede aspettando qualcuno che potesse aiutarlo. Dopo pochi istanti, una mano gli afferrò il braccio: l’altro uomo non disse niente, ma insieme attraversarono la strada. Quando entrambi ebbero raggiunto il marciapiede di fronte, lo sconosciuto allentò la presa e sussurrò all’altro: “Grazie, signore, per aver aiutato un cieco ad attraversare la strada”.
Ecco un aneddoto sulla casualità e la falsità del reale. Questo aneddoto è più una questione di lotta tra tenebre e oscurità che di chiaroveggenza.
Quindi quale conclusione possiamo trarre riguardo al futuro del Iaido europeo e come dovremmo muoverci per promuoverne i valori?
La risposta a questa legittima domanda sembra emergere abbastanza chiaramente.
Penso che Iaido occupi un posto essenziale nel panorama europeo. Sottolinea l’importanza della cortesia e del rispetto reciproco. Rafforza la pace e la prosperità tra tutte le federazioni. Cresce ragionevolmente rimanendo fedele alle sue origini, con saggezza ed efficienza. Tuttavia, le delegazioni giapponesi restano essenziali per la trasformazione del nostro Iaido.
I valori in gioco sono molti e sono profondi, rendono appieno il concetto di una Via. L’aspetto dell’approccio alla disciplina è ancora centrale a questa interessante discussione e abbiamo già parlato delle motivazioni che spingono un neofita verso l’arte della spada. Come presenta quindi tutti questi concetti ad un praticante ancora inesperto e quali consigli potrebbe dargli per consolidare questo suo interesse?
Gli direi semplicemente che la forza suprema dell’arte della spada è quella di costringerci alla volontà di esaurire quanto di inesauribile questa disciplina abbia da offrirci. Comincerei col fargli disimparare le forme eventualmente acquisite in altre discipline.
Lo inviterei ad abbandonarsi alle forme del tempo, ad eludere le sue certezze, ad osare di vedere e pensare in modo diverso, ad essere curioso per sperimentare l’anima umana… e finalmente ad essere se stesso.
Vorrei che amasse ciò che debba essere amato e dimenticasse ciò che debba essere dimenticato.
Gli augurerei passioni, silenzi, e di resistere alla stagnazione e all’indifferenza, quali virtù negative del nostro tempo.
Non riuscendo a scoprire ciò che sei, smetti gradualmente di essere ciò che non sei. Diventerai così il meglio che tu possa essere! Trova la gioia in ciò che è semplice e gratuito, perché la felicità non è una meta da raggiungere ma un modo per affrontare il viaggio!
Tornando invece ad un aspetto più generale, e anche in virtù del nome scelto per la sua scuola a Versailles, quale insegnamento del Budo sente particolarmente affine e cerca quindi di trasmettere di preferenza?
La responsabilità dell’insegnante quando giudica non è quella di esercitare una supremazia sui praticanti. A parte i criteri definiti dallo iai ZNKR, la benevolenza dell’insegnante deve essere orientata più al miglioramento che alla sanzione. Un insegnante dovrebbe sforzarsi di comprendere lo sguardo degli allievi, considerare quali rischi si vogliano caricare, della loro audacia, di come si confrontino e dei loro limiti. Dovrebbe essere in grado di percepire la loro emotività e l’incompletezza dei loro gesti per inscrivere tutto ciò in uno spazio in cui l’insegnante possa offrire loro semplicemente il diritto di esistere come tali.
Siamo incredibilmente già giunti alla conclusione del nostro incontro, il tempo è letteralmente volato in sua compagnia discutendo su temi profondi che caratterizzano i diversi aspetti del percorrere un Via. Nel ringraziarla ancora per il tempo che ci ha dedicato, ed è stato un vero piacere, è nostra abitudine chiudere con un aneddoto che abbia caratterizzato la pratica del sensei e vorremmo quindi ancora chiederle di poterci raccontare qualcosa di particolare che le abbia fornito un ulteriore spunto di riflessione e che possa essere indicativo del suo particolare approccio alla pratica dell’arte della spada.
Una giornata di stanchezza, senza lamentarmi delle mie maledette ginocchia, dei miei piedi che rifiutavano di scivolare, e Sogiri che mi metteva di fronte ad un problema: nonostante fossi irritato e furioso per la mia incapacità a comprendere, il mio Sensei cercava con fermezza, rigore e precisione di spiegare le mie mancanze, con un fraseggio accurato e calligrafico.
Cercando di aiutarmi a risolvere la mia angoscia, mi chiese di seguirlo per un gita fuori dal paese di Ageo, da un amico che possedeva un appezzamento di bosco, e così finimmo in mezzo ai bambù, con le nostre spade. Dai nostri tagli orizzontali, diagonali e verticali sono emerse energie che hanno creato uno spazio in cui lo sguardo e il respiro vagavano dalla superficie verso la profondità, dagli elementi tangibili alle sensazioni.
Cosa stava cercando di trasmettermi? Voleva farmi padroneggiare i diversi angoli di taglio (hasuji)? O l’uso perfetto di Te no uchi, del Furikaburi, o del Monouchi? O la massa della spada? Il fischio della lama (tachi kaze)? Trovare l’anima di ogni gesto o dare vita alla spada, che diventava un’estensione di me stesso? Il Sensei sembrava felice di questa esperienza, poi, senza dire una parola, si è allontanato per un momento, lasciandomi solo con me stesso. In questa natura ho sentito il silenzio e nel vuoto delle sua assenza, la katana è diventata verbo.
“Tu, viaggiatore che mi scopri… Per tuffarti nelle mie arterie e nei miei vicoli, devi accettare di abbandonarti al tumulto della vita, che mi elettrizza fin dalla sua alba. Non tagliamo « nel » posto, tagliamo « il » posto. Ciò che hai tagliato nella tua ultima azione è ciò che scorre dentro di te.
Ti apro le mie porte nei duelli fratricidi. Ti presento il contenuto necessario per creare reciprocità, ti rivelo la mia eredità, Sono un veicolo per la civiltà. Questa è una delle grandi sfide della vita moderna. Questo dovere che ora dobbiamo prendere in considerazione verso gli altri, per pensare al tipo di rapporto che avremo e con cui ci confrontiamo costantemente. Possiamo farlo con paura o rabbia, o in un modo più intelligente e positivo. Propongo ad ognuno di essere uno dei custodi di questo patrimonio, di essere tra coloro che lo arricchiranno, di essere anche colui che passa il testimone.
L’autocontrollo è eterno, calmante, che non permette più che la fretta vinca sull’essenziale. Sotto la mia apparenza di grande semplicità si nasconde la furia, la sofferenza e la durezza di un viaggio attraverso il tempo. La mia freddezza è quella della nostalgia, il volto di un passato anacronistico minacciato dal passare del tempo, della disillusione. Il suono del mio Hasaki, aperto a ogni audacia, trascende la carne, il desiderio, le avversità, il gioco. La mia serenità, in un clima di permanente sopravvivenza, è una sfida quotidiana per riconnettersi con le dense e ricche icone del passato. I miei scherzi con il linguaggio sono un pegno di cortesia, rigore, onore e fedeltà. Ecco perché ti affascino, perché ti afferro senza sosta, lasciando nella tua memoria immagini che rimarranno con te per molto tempo.
Quando la notte si stende in ombra sul pavimento, quando una luna piena squarcia il cielo e fa scivolare un bagliore rilassante, in questi silenzi che solo i venti disturbano, in questa purezza assolutamente estranea al mondo umano… Sembra tu possa percepire tutta la magia di cui sono capace!
Sono un Via in cui è bene perdersi, vagare, scoprire la ricchezza degli incontri. Soprattutto, cerco la pace della mente per poter iscrivere in te momenti di pace. Non sono mai così desiderabile come quando il sole incendiario mi sublima, imporporandomi i fianchi. Mi ha insegnato brillantezza, fragilità e purezza. La perfezione e l’imperfezione sono un cammino che spoglia l’uomo dei suoi artifici, una volontà di comprendere, un desiderio di condividere, di rispettare questo “altro” che mi rivela l’essenziale, l’essere umano che è in te!
Il tempo ti mostrerà che la responsabilità dell’insegnante non è quella di esercitare una supremazia sullo studente. Con orgoglio vi dico che sono al servizio di una delle discipline più belle”.
Un giorno il maestro disse al figlio adottivo Gonnojo: «il momento presente è uguale a ogni altro momento decisivo e ogni altro momento decisivo è simile al momento presente.»
Yamamoto Tsunetomo, Hagakure II,47 (trad. L. Soletta)
Ho già commentato queste stesse parole, in questa sede, più di un anno fa. Allora, ricordo di essermi speso in una riflessione filosofica sul concetto di tempo e sulla riflessione su questa categoria nel pensiero occidentale e nipponico. Oggi torno su queste parole in modo diverso. Niente di nuovo, eppure tutto nuovo: del resto non si entra mai due volte nello stesso fiume, ricorda Eraclito.
Spesso siamo portati a pensare al tempo in senso quantitativo. Misuriamo il tempo, lo concepiamo come accumulo inesausto di cambiamenti, e ad essi diamo il nome convenzionale di minuti, ore, giorni, anni. “Quanti anni hai?” Diciamo in italiano; ebbene questa concezione cumulativa del tempo come raccolta di cambiamenti fatti nel corso della nostra esperienza di vita influenza anche il modo in cui ci poniamo nella pratica delle arti marziali. Anche se oggi in occidente la vecchiaia viene tendenzialmente nascosta o rimpiazzata da tendenze giovanilistiche più o meno scoperte, possiamo comunque affermare che sia in occidente che in oriente l’anziano viene tendenzialmente rispettato proprio in virtù delle esperienze accumulate nei suoi anni.
In questo sta anche uno dei tratti caratteristici del budo, ovvero la sua progressione nel cambiamento. Il sistema dei dan, che è stato introdotto in Giappone nella tarda modernità, ha in qualche misura istituzionalizzato questa concezione del tempo come accumulo di esperienza anche nella pratica marziale. In questo naturalmente non c’è nulla di male, anzi è un sistema molto funzionale per verificare di volta in volta i progressi, ma anche i fallimenti, che viviamo nel praticare una data disciplina.
Portare un alto grado è senza dubbio un onore, ma anche un onere, e in qualche misura attesta un percorso intrapreso con serietà e perseveranza lungo anni di pratica inesausta. Come tale, merita rispetto.
Eppure, ciascuno di noi è esposto nella propria pratica proprio alla tentazione del tempo accumulato, che in qualche misura può essere utilizzato impropriamente per esigere autorità. Frasi come “è da tutta la vita che faccio questo!” o “dopo tutti questi anni, avrò ben imparato a fare questa data cosa!” sono espressioni sintomatiche di un atteggiamento mentale che rischia seriamente di compromettere il nostro cammino individuale nella pratica. Ripeto: ciascuno di noi, indipendentemente dal grado che porta, è esposto a questo rischio.
Ora, il detto di Hagakure di oggi ci ricorda ancora una volta come accanto al pur necessario accumulo quantitativo del tempo, esiste la non meno rilevante qualità del tempo che viviamo. La decisività di un momento non è una qualità intrinseca legata ad una data situazione. Si tratta di un concetto relazionale, che parte dalla percezione individuale di una data esperienza e finalizzato conferirle valore.
Una pratica svogliata o abitudinaria, comoda, non conferisce tale valore al tempo. Si limita ad accumulare esperienze, senza che queste ultime possano definirsi rilevanti o decisive. Non lo sono per davvero, perché sono situate su un piano relazionale subordinato ad altre esperienze che riteniamo essere in qualche misura più rilevanti, spesso perché emotivamente più coinvolgenti.
Sono consapevole del fatto che questo è un discorso scomodo, che in qualche misura tocca tutti noi, e senza dubbio anche me. L’accumulo del tempo e della pratica è necessario e vitale fintantoché manteniamo vivo il rapporto qualitativo con quel momento presente. Collezionare allenamenti e seminari senza davvero conferire valore ai momenti rischia di essere persino più pericoloso di quanto non lo sarebbe praticare di meno. Questo certo è scandaloso, eppure credo che anche questo detto, ripetuto in questo nuovo tempo, abbia davvero qualcosa di importante da ricordarci.
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