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Esami di Iaido e Potere della Mente

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mindfulness e Iaido

Come molti sapranno sono un mentalista e da anni studio tecniche derivanti da psicologia, ipnosi, PNL, al fine di conoscere un po’ di più sul funzionamento del nostro cervello e sui benefici che se ne possono ricavare.

Quello di cui scrivo sono considerazioni personali, per cui mi limiterò a darvi dei consigli che hanno funzionato su me stesso.

Sono reduce da due sessioni di esami di iaido, quella di Modena e quella di Budapest. A Modena ho raggiunto il traguardo da 5°dan, ma al di là della mia esperienza personale, ho assistito ad un numero considerevole di bocciature, anche di persone che ritengo molto brave (a Modena più del 66% è stato bocciato).

come giudicare un esame di iaido
Risultati esame Iaido Modena 2022

Com’è possibile tutto ciò?

Claudio Zanoni ha scritto ultimamente un articolo molto interessante proprio su questo argomento: Come giudicare un esame di iaido.

Claudio scrive: “9 persone su 10 fanno errori e spesso non sanno qual è la cosa corretta da fare, oppure sono abituati a fare quella determinata azione in un modo che gli risulta più comodo e quindi si autoconvincono che sia corretta”

Ne abbiamo già discusso tante volte su questi concetti. Per la tecnica concordo con quanto i maestri ci ripetono da sempre: per il miglioramento continuo servono “solo” un buon maestro e tante ore di allenamento.

In questo articolo vorrei invece affrontare un diverso tipo di allenamento, l’allenamento mentale.

La nostra mente incide notevolmente sui nostri risultati e sui nostri successi, e per raggiungere i traguardi desiderati bisogna allenarla, così come faremmo per i nostri muscoli.

Alcuni esperti di psicologia dello sport sostengono che l’ 80% di una performance sportiva è data dal mindset e solo il 20% dalla tecnica, quindi il nostro modo di pensare e le nostre convinzioni sono di gran lunga più importanti della tecnica, per raggiungere i nostri traguardi sportivi.

Non so quanto questa percentuale possa essere vera nel mondo dello iaido dove la tecnica è tutto, ma sicuramente su di me ha funzionato. Della Mindfulness ne parlava già Andrea Cauda tanti anni fa: Psicologia e gare nello iaido.

In realtà siamo talmente concentrati sulla tecnica che a volte dimentichiamo tutto il resto.

Fino al 3° dan la tecnica è tutto e bisogna dimostrare di averla acquisita. Dal 4° dan in su, come ci ricorda Danielle Borra nell’articolo Come affrontare l’esame da 4° e 5° dan oltre alla tecnica vengono richiesti concetti ben più profondi, prima tra tutti la Compostezza mentale. Ecco che per la prima volta appare la parola “mentale”.

Ma allora come si fa ad allenare la nostra mente?

La mente è tutto

C’è una grande differenza tra cultura occidentale e orientale. In Giappone è di fondamentale importanza il concetto di Ikigai, che tradotto letteralmente vuol dire raggiungere “lo scopo nella vita”. E per trovare il proprio Ikigai, l’unico modo è scavare dentro se stessi, porsi domande e cercare risposte sincere e incondizionate.

Ikigai

Da quest’altra parte del globo, invece, l’attenzione della nostra società è rivolta sempre di più verso l’esterno. Guardiamo al di fuori di noi stessi per cercare approvazione, riconoscimento sociale, affermazione. Apparire piuttosto che essere e così cerchiamo all’esterno quello che in realtà si può trovare soltanto dentro.

Errore comune: cercare fuori di noi il motivo dei nostri insuccessi.

Per avere successo, nello sport come nella vita, è fondamentale cominciare a lavorare su noi stessi, sul nostro modo di pensare e di agire.

Alcuni recenti studi hanno dimostrato che l’allenamento mentale migliora nettamente le prestazioni sportive durante una gara o un esame, ma non solo. Migliora anche il divertimento che si prova nello svolgere la pratica sportiva. Per raggiungere i propri traguardi sportivi, indipendentemente dall’età, si può imparare a usare la mente per rimanere concentrati soprattutto durante un esame e superare con fermezza qualsiasi tipo di inconveniente esterno non preventivabile.

Avere una mente allenata, così come sviluppare i muscoli, richiede tempo e fatica. Ma più lavoreremo all’interno, più i risultati saranno visibili anche all’esterno.

Autoefficiacia, convinzioni e dialogo interiore

In psicologia, il termine “autoefficacia” coniato da Albert Bandura, si riferisce alla convinzione di un individuo riguardo alla sua capacità di avere successo. Dobbiamo conoscere i nostri limiti, ma al contempo, credere in noi stessi. Questo non ci renderà vincitori ogni volta, ma può sicuramente metterci in una posizione migliore per vincere. Dobbiamo esaminare da vicino le nostre convinzioni ed eventualmente lavorare su di esse. Se non riusciamo a visualizzare noi stessi come vincenti o pensiamo di non valere abbastanza per farcela, rischiamo l’auto-sabotaggio.

Allo stesso modo, bisogna prendersi cura del proprio dialogo interiore.

I pensieri diventano parole,
le parole azioni,
le azioni abitudini,
le abitudini la personalità,
la nostra personalità diventa il nostro destino.

Bisogna quindi imparare ad ascoltare la propria voce interiore e comprendere se ci sta incoraggiando o demotivando.

Proprio come impariamo ad eseguire un kata di iaido, dobbiamo imparare a controllare i pensieri e non c’è altra soluzione se non allenarci a farlo!

Autoefficacia e dialogo interiore

Concentrati sul risultato che vuoi raggiungere, non sui problemi.

Vi propongo un breve e famoso esperimento: prova per un minuto a non pensare ad un elefante rosa.

Probabilmente, come il 95% delle persone, NON sarete riusciti a NON pensare all’elefante rosa. Questo perché il nostro cervello registra l’immagine esattamente nel momento in cui gli si dice di non farlo: la negazione (il NON) viene scartato dal nostro cervello o meglio per elaborare la negazione la nostra mente deve prima visualizzare l’elefante e solo in un secondo tempo cercare, invano, di cancellare tale immagine.

Una delle chiavi per usare la mente in maniera efficace è capire che essa funziona meglio quando ci viene detto cosa fare, anziché cosa non fare.

Infatti, in presenza di un ordine negativo, la nostra mente ci porterà a ignorare la negazione e il corpo eseguirà esattamente l’azione indesiderata. Facciamo un altro esempio più attinente al nostro mondo.

Se durante un esame continuo a pensare “non piegare i gomiti”, “non piegare i gomiti”, “non piegare i gomiti”, sicuro al 100% che in Kesagiri taglierò dall’alto in basso piegando i gomiti.

Al contrario, quello che dovrebbe fare, è rivolgere l’attenzione al nostro taglio che deve essere grande, preciso ed incisivo.

Questo modo di pensare non vale ovviamente solo per lo iaido. Quando stiamo svolgendo una qualsiasi attività, privata o sul lavoro, dobbiamo sempre concentrarci su ciò che vogliamo ottenere, anziché sugli ostacoli o su ciò che temiamo. Le azioni derivano dai nostri pensieri e dalle immagini mentali che ci siamo fatti, non dovremmo mai guardare nella direzione in cui non vogliamo andare, ma in quella che abbiamo scelto.

Fiducia e profondità di pratica

Claudio Zanoni ricorda sempre un aneddoto avvenuto ad un seminario in Magglingen in cui Chris Mansfield sensei chiese cosa deve dimostrare uno iaidoka che si appresta ad eseguire il 10° kata: Shogiri con ben 4 avversari da affrontare. Tutti i presenti diedero una serie di risposte, tutte giuste ma nessuna corretta. Il sensei alla fine rivelò la sua idea: per affrontare 4 avversari l’unica qualità che bisogna avere è “Confidence”. Avere fiducia!

Solo quando ci sentiamo sicuri possiamo rilassarci e dare il meglio di noi. Avere fiducia in sé stessi è un requisito fondamentale per poter ottenere il controllo della propria mente e indirizzarla verso i nostri scopi. Ma come si ottiene questa fiducia?

La risposta potrebbe sembrare fin troppo semplice. Avremo fiducia in ciò che facciamo solo quando ci sentiremo preparati sia fisicamente che mentalmente per qualsiasi circostanza o evento che potrebbe capitare durante la competizione o l’esame.

Prepararsi toglie pressione ed elimina lo stress, perché se eseguiamo un’azione o simuliamo una situazione in anticipo, quando sarà il momento dell’esame avremo una sensazione di deja-vu che ci farà sentire più a nostro agio.

La visualizzazione

La preparazione fisica dà fiducia nelle capacità tecniche, mentre quella mentale prepara alle circostanze e fa riferimento principalmente alla pratica della visualizzazione.

Tutti gli atleti di successo compiono un enorme lavoro di visualizzazione e si figurano non solo i migliori scenari possibili, ma anche come reagirebbero a situazioni spiacevoli, difficili e complicate. Non si concentrano sui problemi in sé stessi, ma su come reagirebbero ad essi. Altrimenti entrerebbero nella spirale negativa menzionata sopra, finendo per “piegare i gomiti”.

La visualizzazione è quindi la capacità di simulare in anticipo, mentalmente e per immagini, la propria performance sportiva. Ma non solo, anche tutte quelle emozioni e sensazioni positive che deriveranno dall’aver raggiunto l’obiettivo (il diploma, la coppa, le congratulazioni degli altri, i festeggiamenti, ecc.).

Non entro nei dettagli della visualizzazione per non dilungarmi troppo, mi limito solo a specificare che per far sì che la pratica di visualizzazione sia efficace non è sufficiente dipingere una vaga scena nella testa, ma bisogna letteralmente proiettarsi nella situazione dipingendo ogni singolo dettaglio sensoriale, al fine di rendere la scena il più vivida possibile. Dove siamo? Che rumori ci sono attorno? Chi c’è lì con noi? Come ci sentiamo? Chi sarà il primo a congratularsi con me? A chi offrirò la prima birra per festeggiare? E via così con ogni altro dettaglio possibile.

Mindfulness e Iaido

Concentrazione su te stesso e non sugli altri

Stefano Banti, nel suo ultimo articolo Le età del Budo mi ha particolarmente colpito nella sua affermazione

“molti si erano già bocciati da soli prima ancora di cominciare”

Sono numerosi i fattori che concorrono alla riuscita di un esame. Alcuni sono controllabili da noi stessi altri no.

Una delle cose che più aiuta in tal senso è capire che non possiamo controllare le circostanze, gestire il comportamento degli altri, dei giudici o condizionare fattori esterni quali ad esempio il caldo eccessivo, il pavimento poco scivoloso, l’incomprensione di una lingua straniera.

Dobbiamo accettare la responsabilità di ciò che gravita all’interno della nostra sfera di influenza e imparare a lasciare andare quello che invece si trova al di fuori di essa.

L’importanza di avere sempre chiaro il nostro obiettivo

Qualcosa di vago come “voglio superare il mio esame di iaido” non è un obiettivo, è solo un sogno. Un obiettivo deve essere specifico, misurabile, realistico, perseguibile e scadenzato come ad esempio “ogni giorno, per due mesi, 10 minuti sul 2° chakuganten di Mae”.

Anche qui ci sarebbe tanto da scrivere ma per approfondimenti vi lascio all’articolo di Gabriele Gerbino: Porsi degli obiettivi.

L’obiettivo deve riguardare le azioni che si trovano all’interno della nostra sfera di controllo (il movimento del polso, della mano e del braccio nel Furikaburi) e non sui risultati (superare l’esame), perché questi dipendono anche da fattori esterni su cui non possiamo influire e che rischiano di preoccuparci, distrarci e indebolirci inutilmente. Se raggiungiamo i traguardi personali che ci imponiamo, i risultati arriveranno da soli come conseguenza.

autoefficacia-iaido

Chissà quanti avranno avuto il “coraggio” di arrivare fino in fondo a questo articolo, ma ho “fiducia” nell’interesse che questo argomento possa aver suscitato in voi.

Le età del budo

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budapest

Volendo azzardare un parallelo tra fasi della vita e gradi nelle nostre discipline, potremmo dire che, con il 6° dan, si entra definitivamente nell’età adulta.

Nel concreto, questo dovrebbe indicare il superamento di tutte quelle situazioni di crisi e disequilibrio tipiche dell’adolescenza, quando si è ancora alla ricerca della propria identità, a favore di una maggiore stabilità di atteggiamento e giudizio.

In questa ottica, l’esame di 6° dan, lungi dal ridursi alla semplice verifica dell’avvenuto raggiungimento di un livello tecnico, rappresenta un vero rito di passaggio, nel corso del quale viene richiesto al candidato di dimostrare a chi lo giudica di essere riuscito, in qualche modo, ad  accedere ad una dimensione più profonda ed evoluta della pratica.

Così, accanto ai criteri di valutazione propri degli esami precedenti, compaiono ora elementi maggiormente legati alla sfera psichica, quali la comprensione della logica razionale alla base della tecnica (Riai), una presenza autorevole frutto della profondità di pratica (Kigurai), il tutto espresso con una sostanziale grazia e dignità di portamento.

Evidentemente, tutto questo non può cadere nel vuoto, in quanto un livello così elevato di pratica marziale deve necessariamente essere il riflesso di un avvenuto cambiamento in contesti più ampi di noi stessi, fino ad arrivare ad abbracciare la totalità della nostra esistenza.

Il raggiungimento di questa nuova condizione globale dovrebbe anche riflettersi nel modo di approcciarsi all’esame: se, nel corso di questa prova, trovano ancora spazio emotività eccessiva, insicurezza, tentennamenti, già questi segnali, a prescindere dal livello tecnico che si riesce ad esprimere, sono segnali dal mancato raggiungimento del livello minimo previsto.

Ancora, una eventuale bocciatura affrontata con atteggiamenti di  vittimismo o di non accettazione è indice di mancata consapevolezza del fatto che, in generale, noi non siamo ciò che pensiamo di essere.

Nel corso della recente sessione di esami a Budapest, conclusasi per tanti di noi in modo non esattamente trionfale, ho visto molte energie spese in confronti alla ricerca di errori di valutazione, ingiustizie, imparzialità di giudizio; poche ne ho viste, invece, dedicate a riflettere sul fatto che molti, incluso chi scrive, si erano già bocciati da soli prima ancora di cominciare.

Non me ne vogliano i miei compagni di avventura/sventura, ma il 6° dan è il tempo delle scelte, a meno che, ovviamente, non si voglia raggiungere questo importante traguardo per puro caso.

Banti

Ohaguro, la tintura dei denti

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ohaguro are-black-teeth-fashionable-again
(immagine da https://mtltimes.ca/life/health/are-black-teeth-fashionable-again/)
English version here
ohaguro are-black-teeth-fashionable-again
(immagine da https://mtltimes.ca/life/health/are-black-teeth-fashionable-again/)

La tintura dei denti è, o meglio è stata, un’antica tradizione asiatica, anche se l’origine è più tipicamente giapponese, nota con il termine ohaguro, il cui significato indica anche la specifica colorazione, ovvero l’annerimento, dei denti. Può sembrare una strana moda, ma ogni cultura, e in diverse epoche, ha avuto le proprie, e non dimentichiamoci che quello che può essere normale agli occhi di persone di diverse età e in diverse parti del mondo, potrebbe appararire come una stupefacente curiosità: su RDH, una rivista di igiene dentale, viene infatti riportato un aneddoto raccontato da una igienista americana di origini giapponesi, la cui vecchia madre riteneva una cosa piuttosto strana che le donne occidentali avessero l’abitudine di mettersi lo smalto sulle unghie, con la stessa incredula opposta reazione delle pazienti occidentali a cui veniva raccontato della tintura giapponese dei denti.

La moda dell’ohaguro è durata quasi un millennio, ed è scomparsa agli inizi del secolo scorso solo perché proibita dalle leggi giapponesi che tendevano verso la modernizzazione del Paese, a partire dall’epoca Meiji (1868-1912). Le prime testimonianze di questa pratica si ritrovano già nell’epoca Kofun (250-538), ma è nell’epoca Heian (794-1185) che trova il suo massimo splendore, e per diversi motivi.

ohaguro
(immagine da https://collections.mfa.org/objects/226456/blacking-the-teeth-kanetsuke-no-3-from-the-series-twelve)

La parola giapponese kuro, da cui la forma guro contenuta nel nome di questa pratica, è legata all’idea di notte e al suo contrasto con il giorno, poiché la notte è soggetta ma inseparabile dal giorno. A causa dell’incapacità di tingere il nero con altri colori, questo colore era associato alla sottomissione e alla lealtà, nonché alla forza e alla dignità grazie alla sua elevata intensità visiva, motivo per cui era il colore predominante tra i samurai e particolarmente apprezzato dai buddisti. L’ohaguro era una consuetudine tra le donne delle famiglie benestanti quando entravano nell’età adulta, all’epoca comunque estramente giovane, con una cerimonia nota come kanetsuke, derivante da kane, termine alternativo a ohaguro, usato tipicamente dagli aristocratici, con il significato letterale di bevanda ferrosa, a causa della tecnica di preparazione della colorazione. Un’altra cerimonia tipica del passaggio all’età adulta riguardava invece gli uomini, e l’ohaguro veniva quindi adottato per la cerimonia della vestizione della prima hakama, chiamata hakamaza. In entrambi i casi, sia per gli per uomini che per le donne, la colorazione dei denti era accompagnata anche dalla tintura delle sopracciglia, tecnica nota con il termine hikimayu.

La colorazione nera per l’ohaguro avveniva per mezzo di una soluzione, a cui spesso ci si riferisce come inchiostro, chiamata kanemizu, ottenuta dalla miscelazione di acetato ferrico e limatura di ferro, mischiati ad aceto o sake, tè nero, spezie o caramello per addolcire il terribile sapore, una pappa di riso contente tannini di origine vegetale, e con cui si realizzava un pigmento nero dall’odore pessimo che veniva inzialmente utilizzato anche per tingere i tessuti, e che veniva applicato quotidianamente sulla dentatura.

ohaguro
(immagine da https://darkgothiclolita.forumcommunity.net/?t=61234574)

C’è però una controversia in atto legata al risultato permanente di questa pratica, tra i sostenitori dell’applicazione quotidiana per garantire un risultato estetico costante e il ritrovamento di scheletri risalenti a dinastie di epoca Edo i cui denti erano stati resi neri tramite l’ohaguro.

Più la colorazione era efficace più l’effetto di questa pratica era considerato bello e ben riuscito, complementato inoltre dall’oshiroi, l’utilizzo di cipria bianca che contribuiva ad enfatizzare il contrasto con il viso e a mascherare le emozioni, donando un’espressione fissa e immutabile grazie alla quale non fosse possibile scorgere cambiamenti d’umore, motivo per il quale anche aristocratici e politici ne facevano ricorso. Di fatto i volti bianchi erano considerati come un’altra delle caratteristiche femminili desiderabili in quei tempi, ma purtroppo il trucco bianco, che era fatto con polvere finissima di riso, poteva causare un distacco cromatico notevole tra il pallore artificiale del viso ed il colore naturale dei denti che a questo punto potevano apparire di colore più tendente al giallo. Pare sia quindi stato per superare questo problema estetico che le donne giapponesi cominciarono a colorare i loro denti di nero.

Era comunque una pratica non particolarmente accessibile al popolazione, anzi, tipica della nobiltà per distinguersi da questi, utilizzata inoltre per differenziare i denti degli umani da quelli dei comuni animali, e si diceva che questa pratica aiutasse a prevenire le carie, un problema diffuso a quei tempi a causa dell’alimentazione e all’assenza di una buona igiene orale.

Alcuni studiosi occidentali ritengono la pratica della tintura dei denti come un’usanza orribile per sfigurare le donne, in un mondo prettamente guidato dagli uomini che in questo modo incoraggiavano la castità femminile rendendo le donne meno attraenti e prevenendo in tal modo le relazioni extraconiugali, ma queste teorie non trovano altrettanto riscontro tra i sociologi giapponesi, per i quali l’ohaguro costituiva invece un rituale attraverso il quale la società determinava il passaggio femminile all’età matura.

L’imposizione sociale di questa pratica alle donne non fu tanto determinata da questioni legate alla moda estetica o perché considerata gradevole, quanto piuttosto a causa della volontà di far si che non destassero attenzioni da parte del prossimo, dal momento che insieme a hikimayu e oshiroi, impediva la decodifica delle emozioni espresse. Siccome alle donne giapponesi non piaceva avere i denti neri, cominciarono a coprirsi consapevolmente la bocca mentre ridevano o mangiavano e pare che sia per questo motivo che, ancora oggi dopo oltre un secolo dalla fine di questa pratica, le donne giapponesi tendono ancora a coprirsi la bocca mentre ridono o mangiano, anche se inconsciamente.

ohaguro
(immagine da https://www.shutterstock.com)

Nonostante questa pratica si fosse successivamente diffusa anche tra la popolazione rurale, limitatamente alle occasioni di particolari ricorrenze, dopo il periodo Edo (1603-1868), l’annerimento dei denti restò prerogativa unica della famiglia imperiale e degli aristocratici, prima di venire definitivamente bandita per legge il 5 febbraio 1870, in epoca Meiji, e scomparire praticamente del tutto all’inizio dell’epoca successiva, Taisho, a partire 1912: fu addirittura l’Imperatrice del Giappone a lanciare la nuova moda in pubblico, mostrando una perfetta ed immacolata dentatura color avorio. Da quel momento in poi, divenne irrefrenabile fra la popolazione la ricerca di prodotti che aiutassero a mantenere inalterata la colorazione della propria dentatura e l’ohaguro perse lentamente il suo fascino tra i giapponesi, che si abituarono immediatamente alla nuova tendenza in fatto di bellezza legata all’avere i denti perfettamente bianchi.

È ancora possibile vedere l’ohaguro applicato al giorno d’oggi ma solo in alcuni luoghi e per motivi particolari, come nella rappresentazione di drammi (l’ohaguro era originariamente fortemente ispirato alle maschere del teatro Noh e Kabuki), negli hanamachi ovvero i quartieri delle geishe, o in qualche matsuri, le celebrazioni popolari giapponesi.

ohaguro
(immagine da https://picclick.co.uk/Vintage-SHOWA-Japanese-Ceramic-NOH-Theatre-Mask-OHAGURO-KOOMOTE-192483887045.html)

L’immagine dell’ohaguro resiste tuttavia ancora anche grazie ad uno dei moltissimi Yokai che caratterizzano il folklore giapponese, chiamato Ohaguro Bettari, un’inquietante figura femminile notturna che compare vestita con splendidi abiti da sposa e che richiama giovani uomini i quali non resistendo al suo fascino finiscono per avvicinarsi troppo e rimanerne vittime. Da dietro, un Ohaguro Bettari appare come una bella donna che indossa un kimono, o come già detto spesso appare come una sposina nel suo abito tipico, nelle ore del crepuscolo nei luoghi fuori da un tempio o dentro la casa di un uomo. All’inizio, nasconde la testa o si allontana da qualsiasi spettatore e qualsiasi uomo che si avvicini per poterla vedere meglio resta sorpreso quando si giri per rivelare il suo viso: una brutta faccia, bianca e senza lineamenti, spalmata di trucco spesso, contenente nient’altro che un’enorme bocca spalancata piena di denti anneriti. Questo shock iniziale del malcapitato è ulteriormente peggiorato da una risatina orribile, che fa scappare l’uomo  in preda al terrore. Spesso accusati di essere mutaforma burloni come kitsune, tanuki o mujina che cercano di divertirsi a spese di un essere umano inconsapevole, è stato anche suggerito che potessero invece essere i fantasmi di donne non particolarmente attraenti e che quindi non avessero potuto sposarsi: il mutaforma resta però la spiegazione folkloristica più plausibile rispetto al fantasma vendicativo in quanto all’Ohaguro Bettari non sono tipicamente attribuite morti o ferite, a parte quelle d’orgoglio degli uomini in fuga.

ohaguro
(immagine da https://japanesestation.com/tag/ohaguro-bettari)

Quasi come caratteristica di altri arti giapponesi dove l’assenza di un tratto in realtà cela qualcosa di più appariscente, anche l’ohaguro sembra aver voluto annullare una presenza per esaltarne un’altra, in un’alternanza di vuoto e pieno tipica di culture più profonde e spirituali che non quella di una semplice, per quanto longeva, moda estetica destinata a mutare nel tempo e forse a scomparire del tutto. Ma chissà, abituati ormai normalmente a cambiare colore di capelli, occhi, labbra, unghie, etc, che non possano prendere nuovamente piede mode per una colorazione dentale diversa rispetto alla ricerca del bianco candido attuale, assolutamente innaturale a causa delle sfumature diverse e soprattutto caratteristiche secondo l’appartenenza ad aree geografiche diverse. D’altronde non è forse anche una moda quella dei denti d’oro, e non sono stati ritrovati reperti con decorazioni dentali dei tempi degli Etruschi e degli Egizi? In fin dei conti, non inventiamo nulla di nuovo, ripercorriamo solo dei cicli sfruttando nuove tecnologie e garantendo una migliore sicurezza per la salute.

ohaguro
(immagine da https://globelife.com/beautynews/73125/lo-smalto-colorato-per-i-denti-atilde-uml-il-prodotto-che-risolver-atilde-nbsp-il-vostro-trucco-per-halloween.html)

lele bo

FONTI

https://traveltherapists.it/perche-le-giapponesi-si-coprono-la-bocca-quando-ridono/

https://recensioni936.wordpress.com/2017/02/05/usi-e-costumi-6/

https://en.wikipedia.org/wiki/Teeth_blackening

Iaido High Grade Seminar – Budapest

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budapest

Sabato 11 e Domenica 12 Giugno 2022 si è tenuto a Budapest un seminario di iaido riservato ad alti gradi con anche esami fino al 7° dan.

Recensione e riflessioni di Andrea Cauda, Carlo Sappino e Claudio Zanoni.

Iaido High Grade Seminar – Budapest

di Andrea Cauda

Il weekend dell’11 e 12 giugno, a Budapest, si è tenuto finalmente, a distanza di due anni a causa della pandemia, il seminario e gli esami per alti gradi con la delegazione della ZNKR.

Oltre ai Sensei europei, hanno quindi presenziato Kusama Sensei e Yamazaki Sensei per condurre il seminario.

Partiamo dal presupposto che è stato ovviamente bello ed emozionante poter riabbracciare e rivedere i vecchi amici e compagni di pratica europei: dopo due anni di astinenza, tutti eravamo vogliosi di incontrarci e praticare insieme. 

L’affluenza è stata alta, chiaramente anche in vista degli esami per 6° e 7° dan che non si tenevano da tempo, e la tutt’altro che perfetta macchina ungherese ha comunque permesso di trascorrere con piacere il tempo tutti insieme.

Nonostante un arrivo alle 3 di notte a causa dei ritardi di WizzAir e una dormita di circa quattro ore in un albergo che si presenta molto bene ma le cui camere sono più tipiche di un ostello che di un 4 stelle, il sabato mattina eravamo più o meno svegli per iniziare lo stage.

Partendo dal Seminario, dopo un iniziale discorso di Kusama Sensei sul Bushido e sulle qualità che lo compongono ed esprimendo anch’egli emozione per esser ritornato in Europa, ha suddiviso i partecipanti in due gruppi: dal 5° dan in su con lui e gli altri gradi con Yamazaki Sensei, sempre coadiuvati dai Sensei europei.

Andrea Cauda Budapest

Il Maestro ha voluto concentrarsi sui punti tecnici dei kata, soffermandosi in particolare su alcuni di essi e non risparmiando qualche appunto più o meno velato ai 7° dan europei, rei di non riuscire a cambiare alcune cose, rimarcando più volte, a noi praticanti, di apprendere il più possibile dagli aspetti positivi e corretti della loro pratica, ma di non accontentarsi e di cercare di fare anche meglio di loro. Veramente interessante sotto molti punti di vista.

La prima giornata trascorre dunque con una pratica più o meno continua, con il caldo ungherese che faceva da fedele compagno.

Dopo qualche birra rinfrescante e una buona cena consigliata dai nostri amici locali, si passa al giorno successivo, dove in mattinata il Sensei si è concentrato principalmente sui due gruppi che dovevano provare l’esame per 6° e 7° dan. E’ stato un allenamento molto utile, in quanto i Sensei europei erano incaricati di seguire a turno singolarmente gli esaminandi apportando piccole correzioni, con Kusama Sensei che supervisionava, avendo inoltre la possibilità di farsi un’idea del livello generale.

Senza pause, si arriva alla fatidica ora, anche se, a causa della sopracitata organizzazione, non si è prevista una seconda commissione che valutasse gli esami dei gradi più bassi. Ciò ha comportato che dal 1° al 7° dan la stessa commissione esaminasse tutti quanti.

Passano quindi le ore, la tensione si fa sentire nell’aria, anche perché dopo due anni di assenza, molti erano i dubbi su come si venisse giudicati. Arriva finalmente il momento dei gradi alti. 

Nonostante le previsioni, la scelta dei kata comprende due Koryu più Ukenagashi, Morote Tsuki, Soetetsuki e Shihogiri.

Andrea Cauda Budapest

Per me è stato molto bello poter fare l’esame insieme ai miei storici amici/rivali di molte battaglie sullo shiai-jo dei Campionati Europei, e poter festeggiare insieme questo importante traguardo ha arricchito ulteriormente questa esperienza.

Esperienza un po’ macchiata purtroppo dal mancato passaggio dei miei compagni italiani, che si rifaranno certamente alla prossima occasione. In questi esami, come si è visto negli anni, subentrano diverse componenti, arrivare a comprenderle tutte non è sempre facile, ma credo si debba iniziare sempre da se stessi e dal cercare di ripartire con più energia ogni volta.

Un complimento speciale va al caro amico Carlo, il cui raggiungimento del 7° dan è un risultato fantastico e meritato!

Last but not least, un sentito ringraziamento, oltre che ai miei compagni di dojo che hanno contribuito in questi anni ad accompagnarmi a questo obiettivo e a René Sensei per i preziosi consigli, non può che andare ai miei Maestri Claudio e Danielle: in quest’ultimo anno, più di quanto non facciano già settimanalmente, hanno dato l’anima per prepararci al meglio a questo appuntamento. Il loro contributo è stato e sarà sempre fondamentale, così come l’appoggio motivazionale. 

La loro passione e la ricerca di migliorarsi sono certamente di stimolo e ispirazione per crescere sempre di più e ricercare quanto sperato da Kusama Sensei.

Andrea Cauda

clicca qui sotto per leggere altre riflessioni sul seminario di Budapest