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L’etichetta della spada

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Carlo Sappino Iaido

Questo è un capitolo del rei-ho relativo al maneggio della spada, qualunque essa sia, in quanto userò il termine generico di spada a prescindere che si tratti di: katana, shinken, iaito, bokuto od anche shinai.

Di qualunque natura sia la nostra spada essa dovrà essere trattata sempre come se fosse vera in ogni circostanza, prima, durante e dopo la pratica.

È lecito osservare e mostrare un educato interesse per la spada di un altro, ma non lo è il chiedere di esaminarla, né tantomeno toccarla.

Se ci viene concesso il permesso di toccare la spada di un altro e ci viene passata con la saya, occorre prenderla con due mani e, se non lo è già, ruotando verso se stessi il tagliente. Mantenendola parallela al pavimento si porta all’altezza degli occhi e ci si inchina in segno di rispetto. 

La spada si restituisce nella stessa maniera con la sola eccezione che il tagliente sarà orientato verso di noi fin dall’inizio.

La regola generale è che se si passa una spada ad un’altra persona, verso di essa sarà sempre orientato il dorso della lama.

Una volta in nostro possesso si può chiedere al proprietario se si può vedere la lama. In caso di assenso è educazione non sfoderarla completamente per osservarne i particolari. In questo caso si terrà ferma la tsuka con la mano sinistra mentre con la destra si farà scorrere la saya. Il contrario, tenere ferma la saya e sfilare la spada sarebbe una mancanza di rispetto.

Mai e poi mai si dovrà toccare la lama.

Quando invece ci viene porta una spada senza saya occorre impugnare la tsuka saldamente ponendo la mano sinistra in prossimità della tsuba. Quando chi la porge lascerà la presa, s’impugnerà la tsuka con entrambe le mani e si ruoterà il tagliente verso se stessi inchinandoci in segno di rispetto.

In dojo, quando è necessario mettere la spada a terra non bisogna mai posarla al centro del pavimento, ma sempre lungo una parete rispettando semplici regole.

La spada viene tenuta sul fianco e posata sul pavimento portando a terra il ginocchio dal lato dove si posa rimanendo paralleli ad essa. Si evita di fare rumore posando a terra prima il kojiri e poi la tsuba. Nello stesso modo si riprende.

Il tagliente sarà sempre rivolto verso la parete e la tsukagashira sarà sempre diretta verso lo shomen del dojo ed il sageo raccolto ordinatamente.

Non si sosta sopra una spada né si scavalca camminando e quando si è in seiza e si pone la spada al nostro fianco, occorre prima scanzare l’hakama poiché la spada non può esservi posata sopra.

Ai fini della sicurezza, è responsabilità del proprietario, verificare che tutto sia in ordine, soprattutto che non ci sia gioco tra codolo e tsuka e che il mekuji sia integro e ben fissato.

Che lo tsukaito sia integro e ben teso e che la tsuba non abbia gioco.

Anche la saya dovrà essere in ordine e garantire una buona “presa” in corrispondenza dell’abaki.

Per le spade di legno o bamboo sarà fondamentale che non presentino linee di frattura e scheggiature.

Ando Tadao, l’architetto degli elementi

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ando tatdao
Sakura Square, immagine da http://www.tadao-ando.com
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ando tatdao
immagine da https://www.gettyimages.it/immagine/tadao-ando

Nella musica il silenzio è altrettanto potente rispetto ad una nota suonata, nel sumi-e il vuoto è altrettanto evocativo rispetto alla pennellata di inchiostro nero. Il vuoto, nella cultura giapponese, è spesso un elemento fondamentale grazie allo Zen, ed elementi di questo pensiero sono stati mediati anche nell’arte della spada, basti pensare alle parole di Takuan Soho relative alla condizione di mushin, stato di una persona quando la sua mente abbandoni ogni pensiero e giudizio durante il combattimento, o nella vita quotidiana, diventando libera di agire e di reagire, senza esitazioni, nei confronti di un avversario. Questo vuoto non è la semplice mancanza di qualcosa, ma è frutto di allenamento e disciplina, è il risultato di studio e applicazione. Come quello che caratterizza le opere di Ando Tadao, architetto giapponese contemporaneo dalla fama ormai planetaria.

ando tatdao
immagine da https://kiryoku.it/recensione-takuan-soho/, di Vittorio Secco

Ando è nato a Osaka, in Giappone, il 13 settembre 1941, e dalla città natale si è presto spostato a Kyoto e a Nara, per studiare in prima persona i grandi monumenti dell’architettura tradizionale giapponese.

Non è facile reperire informazioni sulla sua vita: visse i primi anni della sua vita con i nonni materni in campagna, separato dal fratello gemello Takao Kitayama, che diventerà un apprezzato developer nel settore di avanguardistici centri commerciali e che collaborerà spesso con Tadao, e lontano dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Dopo il conflitto si trasferì con la sua famiglia nel quartiere di Asahi, ricco di botteghe vetraie e di falegnamerie. Qui il giovane Tadao ebbe modo di conoscere molti materiali da costruzione e visionare direttamente i carpentieri in azione. Iniziava così a nascere dentro di lui un piccolo interesse per il mondo dell’edilizia e dell’architettura, e fu particolarmente colpito dal duro impegno che questi artigiani applicavano al lavoro. La maggior parte delle fonti indicano un passato lavorativo piuttosto variegato: a diciassette anni infatti interruppe gli studi e intraprese la carriera di pugile professionista e successivamente lavorò come camionista. Tutte però concordano sulla sua formazione autodidatta, fortemente influenzata dall’architettura tradizionale giapponese, con una forte matrice artigianale, da cui proviene un’accurata conoscenza diretta delle caratteristiche di molti materiali da costruzione che gli deriva dalla frequentazione, fin dagli anni dell’adolescenza, delle botteghe di Asahi, dove è cresciuto.

Il primo incarico arrivò quando era solo ventenne, e per il quale si dedicò in veste di artigiano al progetto d’interni per un night club. Entrò in seguito a far parte della Gutai Bijutsu Kyokai, l’Associazione Artistica Gutai, grazie alla quale maturò l’interesse per l’arte sperimentale a scapito della pittura tradizionale.

Tra il 1960 e il 1969 intraprese numerosi viaggi di formazione in giro per il Giappone, sulle tracce dei templi e delle case da tè, per lasciare poi la sua nazione alla volta di Mosca, delle più importanti capitali europee, degli Stati Uniti e dell’Africa, per apprenderne l’architettura e la storia, così come le diverse tecniche occidentali.

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Casa Tomishima, immagine da https://www.area-arch.it/itinerario/tomishima-house

Tornato in patria, alla fine degli anni Sessanta, fondò infine il proprio studio ad Osaka, il Tadao Ando Architect and Associates, trasformandolo prima in un luogo d’incontro per giovani architetti e, molti anni dopo, in una fondazione per la promozione dell’esperienza didattica all’estero.

Gli anni Settanta lo videro impegnato nella progettazione di numerose abitazioni unifamiliari, tra cui si ricordano la casa Tomishima a Osaka (1973), poi divenuta sede del suo studio di architettura, la casa Sumiyoshi (1976), una piccola residenza a schiera che esprime il desiderio di Tadao Ando di riformare la società attraverso l’architettura, maturata sulla scorta dei disagi legati all’inadeguatezza dell’abitazione della sua infanzia, o le case Azuma (1979) e Koshino (1980) a Osaka. Sono tutte esperienze da cui iniziano a emergere i tratti comuni all’intera produzione di Ando: l’importanza assegnata al muro, pienamente manifestata con successivi progetti a carattere religioso, e il ruolo cruciale del cielo.

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Casa Azuma, immagine da https://www.metalocus.es/en/news/row-house-sumiyoshi-azuma-house-tadao-ando

Nel decennio successivo l’architetto giapponese firmò una serie di complessi che lo portarono alla ribalta della scena internazionale: dopo cinque anni di lavoro, nel 1983 concluse la costruzione dell’insediamento residenziale “Rokko I”, abbarbicato su un terreno scosceso lungo il fianco del monte Rokko da cui si gode il panorama della baia di Osaka, in direzione di Kobe. Per lo stesso luogo disegnerà nei successivi trenta anni non solo gli ampliamenti del complesso, che oggi ricopre quasi interamente il fianco dell’altura, ma anche, nel 1986, la Cappella dei Venti, a cui fanno seguito quella sull’Acqua realizzata a Hokkaido nel 1988 e la Chiesa della Luce di Osaka. L’intero progetto del complesso si sviluppò proprio dalle esperienze di Ando acquisite durante i suoi viaggi attraverso l’Europa e basate sulle unità abitative, le quali cominciarono a denotare quelle caratteristiche tipiche della sua arte, realizzate con elementi semplici, che interagiscono con la natura e con gli elementi, spesso chiave di lettura di molti suoi progetti, come l’acqua per il centro commerciale “Time’s” realizzato a Kyoto nel 1984, ancorato lungo le banchine del fiume Takase e sagomato a ricordare il profilo di un’imbarcazione.

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Rokko, immagine da http://www.tadao-ando.com

La fama di Ando è in crescita, quando negli anni Novanta cominciarono ad arrivare incarichi prestigiosi quali la progettazione del Museo d’Arte Contemporanea di Naoshima (1988-1992), il tempio sull’acqua di Hompuku-ji a Hyogo (1989-1991), il Padiglione Giapponese all’Expo di Siviglia (1989-1992), che reinterpreta l’architettura tradizionale in legno attraverso le tecnologie contemporanee, la sede della Pulitzer Foundation for Arts a Saint Louis, nel Missouri, USA (1991-2001), il Centro Ricerche sulla Comunicazione Benetton denominato “Fabrica” (1992-2000), costruito a Treviso intorno a una villa palladiana del XVI secolo che, restaurata e sottoposta a interventi per la conservazione, diventò il fulcro di tutto il nuovo insediamento, interrato per non turbare il bucolico ambiente in cui è inserito, il Modern Art Museum a Forth Worth, in Texas, USA (1997-2002), che ripropone ancora il tema dell’acqua grazie ad un lago artificiale su cui si specchiano ampie superfici vetrate.

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Padiglione Giapponese Expo Siviglia, immagine da https://architectboy.com/japan-pavilion-tadao-ando/

Gli anni Duemila costituirono invece quasi un ritorno alle origini, durante il quale ritornò il tema mai abbandonato della casa unifamiliare giapponese, grazie interventi come la casa 4×4 a Hyogo (2001-2003), costituita da una piccola torre in cemento armato affacciata sul Mare Interno e che affronta il tema della riduzione al minimo degli spazi vitali, limitazione imposta in realtà dalla scarsità di terreno disponibile.

I suoi studi sull’architettura tradizionale giapponese e moderna hanno avuto una profonda influenza sul suo lavoro e hanno portato a una miscela unica di queste ricche tradizioni. Le sue opere gli sono valse le cariche onorarie delle Accademie di Architettura di sei Paesi, oltre ad essere stato visiting professor presso le università di Yale, Columbia e Harvard, e ricevendo infine la nomina come Professore di Architettura all’Università di Tokyo nel 1997.

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Casa 4×4, composizione immagini da https://atelier-ygrec.com/4×4-house-tadao-ando e https://archestudy.com/4×4-house-by-tadao-ando/

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Casa Benesse, immagine da http://www.tadao-ando.com

Ando ha realizzato opere architettoniche in tutto il mondo, ricevendo numerosi premi tra i quali la medaglia intitolata ad Alvar Aalto che gli venne conferita dall’Associazione Nazionale degli Architetti Finlandesi nel 1985, il prestigioso Pritzker Architecture Prize nel 1995, la Medaglia d’Oro dell’American Institute of Architects nel 2002, e il Premio Kyoto alla Carriera nelle Arti e nella Filosofia, così come onorificenze internazionali come il Premio Imperiale per l’Architettura a Tokyo nel 1996, e insignito Commendatore degli Ordini delle Arti e delle Lettere e della Legion d’Onore in Francia, e Grande Ufficiale dell’Ordine della Stella d’Italia nel 2013, la nostra seconda onorificenza civile dello Stato conferita a coloro che che hanno acquisito particolari benemerenze nella promozione dei rapporti di amicizia e collaborazione tra l’Italia e gli altri Paesi e nella promozione dei legami con il nostro Paese.

Mi ha sempre affascinato la sua architettura, basata su elementi semplici realizzati con cemento a vista, espressione di quel minimalismo tipico, ma così d’impatto, dell’arte giapponese e diventato caratteristico del grande architetto, fortemente influenzata dal modernismo di Le Corbusier, anche lui autodidatta e per il quale Ando ebbe una vera e propria folgorazione, ma in armonia con l’ambiente naturale e con profonde radici ancorate nella spiritualità degli spazi dell’architettura nipponica.

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Casa Kidozaki, immagine da http://www.tadao-ando.com

E sicuramente queste peculiarità hanno fatto che si che la sua arte diventasse presto conosciuta e apprezzata anche fuori dai territori nazionali, condizione che permise a Ando di continuare ad esprimere la sua estetica anche in spazi più pubblici, a mano a mano che la sua reputazione si diffondeva. Instancabile progettista, a partire dagli anni Novanta e negli anni Duemila le sue opere trovano dimora in tutto il mondo, come a Parigi dove realizza lo Spazio di Meditazione dell’UNESCO e successivamente rinnova l’edificio della Bourse de Commerce, a Milano il Teatro Giorgio Armani, la ristrutturazione di Palazzo Grassi e Punta della Dogana a Venezia, la Scuola d’Arte, Design e Architettura presso l’Università di Monterey in Messico, il Poly Grand Theater a Shangai e l’ He Art Museum a Shunde, ancora in Cina, oltre a diverse altre sedi istituzionali in patria.

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Poly Grand Theater, immagine da https://www.villegiardini.it/tadao-ando-larchitetto-del-cemento

Ma la semplicità e il minimalismo di Ando non sono semplici operazioni di cancellazione degli eccessi, riflettono invece quelle caratteristiche che rendono estremamente godibili le opere di qualsiasi arte attraverso sensazioni che non esprimono direttamente, attraverso emozioni suscitate dai silenzi, dai vuoti, mai sterili ma rappresentazione di quelle espressioni che “veicolano una chiara immagine critica della proposta attraverso forme semplici, favorite dalla geometricità degli spazi. (La sua opera) contiene sempre un’audace proposta di vita o un elemento di critica sociale. […] Ma l’architettura di Ando non è minimalista: è vero che si basa su scatole prive di ornamenti, ma i muri spogli accrescono l’immaginazione e sollecitano l’empatia dell’osservatore proprio perché nudi” (Masao Furuyama, autore della retrospettiva Ando dedicata all’architetto).

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Sakura Square, immagine da http://www.tadao-ando.com

Molto umilmente mi tornano in mente tutti gli insegnamenti ricevuti sul tema della “ripulitura”, una volta imparata la sostanza di qualcosa, sull’eliminazione delle ridondanze per mantenere l’essenzialità efficace, tema che ritorna ogni volta che guardo da completo neofita opere di arti di cui non so nulla ma che presentano alla mia mente questo tratto particolare del vuoto, senza il quale non si potrebbe apprezzare la sostanza.

Gli studi di Ando relativi alla tradizione giapponese uniti alla sua spinta innovativa lo hanno portato a ripensare tecniche e soluzioni classiche rivisitate secondo la sua estetica, che conferisce alle sue opere un carattere quasi “artigianale” nella definizione dei dettagli. Ne sono un esempio l’uso e la forma dei materiali: Ando utilizza quasi esclusivamente il cemento a vista, con casseforme che si basano su moduli dalla dimensione del tatami giapponese, 6×3 shaku (180×90 cm circa), e lo associa spesso al legno e alla pietra. È noto per uno stile esemplare che evoca in modo tipicamente giapponese la materialità, il collegamento e la lettura degli spazi, e i suoi edifici sono spesso caratterizzati da volumi stereometrici attraversati da complessi percorsi tridimensionali, che si incrociano tra spazi interni ed esterni, con un elemento fondamentale sempre presente, la luce, che contribuisce a definire il carattere degli spazi.

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Casa Koshino, immagine da https://evermotion.org/vbulletin/showthread.php?123178-The-Koshino-House

La semplicità, il rigore, il sentimento interiore, sembrano tutte caratteristiche derivanti dalla filosofia Zen, e si mostrano come segno distintivo nelle opere dell’architetto giapponese, che sottolinea sempre l’associazione tra natura e architettura, con l’obiettivo di permettere alle persone di sperimentare facilmente questo connubio: ritiene infatti che l’architettura sia responsabile dell’esecuzione dell’atteggiamento del sito e lo renda visibile. Ciò non solo rappresenta la sua teoria del ruolo dell’architettura nella società, ma mostra anche perché trascorre così tanto tempo a studiare l’architettura dall’esperienza fisica.

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Testa del Grande Budda, Makomanai Takino Cemetery, immagine da http://www.tadao-ando.com

Alla fine, per chi esiste l’architettura? Dato che è usata dalle persone, ha stretti legami con il corpo. (…) I nostri corpi percepiscono tutti gli elementi, come l’aria e i materiali. L’ho imparato osservando incessantemente l’architettura. Ad esempio, la Villa Katsura è una rinomata residenza aristocratica, e abbiamo anche bisogno di questo tipo di edificio, ma non è l’unico tipo. In piccoli spazi, come le case machiya, si trova uno tsubo-niwa (un piccolo cortile), dove entra luce e ombra e cade la pioggia. Tutte le esperienze che abbiamo in questo spazio sono qualcosa di importante per me. L’architettura dovrebbe fornire un luogo al senso di gioia dell’umanità. Altrimenti, i nostri corpi non ne sono attratti.

(Tadao Ando, tratto da una conversazione con Frédéric Migayrou, traduzione di Inexhibit)
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Tsubo-niwa, immagine da https://www.kyotojournal.org/gardens/tsubo-niwa-japanese-courtyard-gardens

lele bo

FONTI

– http://www.tadao-ando.com

– https://www.clarkart.edu/microsites/tadao-ando-architect/biography

– https://www.domusweb.it/it/progettisti/tadao-ando.html

– https://www.inexhibit.com/it/architects-artists/tadao-ando/

Come comprare uno iaito

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Spesso capita che mi venga chiesto dove comprare uno iaito. Succede normalmente dopo aver provato il mio o quello di Danielle che mi venga posta la domanda seguente: “ma tu dove lo hai comprato? E come si fa ad averlo come il tuo?”.

Chiaramente non esiste lo Iaito perfetto, ognuno di noi può avere delle preferenze diverse per il peso, il bilanciamento ecc. ecc.

In queste poche righe provo a descrivere le scelte di base che faccio io quando compro uno iaito on line, cosa che succede quasi sempre anche perché comprare uno iaito in Giappone è una delle cose più difficili da fare…. Non sembrerebbe ma non c’è mai nulla di disponibile pronto. Bisogna ordinarlo un paio di mesi prima e andare poi a ritirarlo. In ultima analisi è più facile comprare una shinken, usata o nuova, che uno iaito.

Partiamo dalla misura, io uso un 2.45, alcuni Maestri mi dicono che per me è un po’ corto, altri che va bene. Io mi sono sempre trovato molto bene con questa misura anche perché 2.45 è la misura massima per poter avere uno iaito con il tipo di lama che io preferisco con uno spessore che permette di tenere il peso tra i 750 e gli 850 grammi.

Per permettere la costruzione delle lame con lunghezza maggiore si devono alzare gli spessori e quindi aumentano anche i pesi. Direi che il primo segreto delle mie scelte potrebbe essere tutto qui, se si ha la fortuna di non superare il metro e ottanta l’80% dei problemi è già risolto.

Passo ora ad elencare le altre scelte che completano i miei acquisti. 

Per quanto riguarda gli HI normalmente scelgo la versione “Extra DEEP” un po’ per togliere altro peso e un po’ perchè il suono della spada che aumenta notevolmente. A questo proposito vorrei però precisare che non  tutte le spade sono uguali, molto dipende dall’angolo superiore degli HI che ovviamente non è sempre uguale , di conseguenza il suono può essere molto diverso: un Hi con un angolo arrotondato farà molto meno rumore di un Hi con un angolo secco e a spigolo.

Sempre per quanto riguarda gli Hi scelgo che scendano sotto l’abaki, sempre per una questione di peso ma anche di estetica, mi piace avere in mano una lama che sia quanto più possibile simile ad una shinken.

Un’altra cosa a cui presto molta attenzione è la scelta del fuchi e della Kashira, cerco sempre che non siano troppo grandi altrimenti la tsuka, che deve seguire le loro misure, spesso risulta troppo “cicciona” per i miei gusti e noto che spesso una scelta sbagliata in questa fase porta poi ad un impugnatura scomoda.

Il resto della composizione dello iaito dipende molto dai gusti personali.  I miei sono i seguenti:

  • TSUKA Hyojun quindi la versione standard per quel che riguarda la forma
  • Hineri maki anche qui la legatura che preferisco è quella standard
  • Tukai in pelle suede nera

Se poi avete ancora dei soldi da investire aggiungete il Koiguchi in corno che aumenta la resistenza della saya e vi risolve un sacco di problemi.

Tutto il resto fa parte dei gusti personali e del budget che ognuno di noi ha a disposizione, io ad esempio sostituisco sempre a posteriori la tsuba con una tsuba antica, ed il sageo con uno di quelli che normalmente compro a Kyoto, ma questa è un’altra storia.

Le altre discipline

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Saverio Santerello

Le altre discipline

di Saverio Santarello

Io pratico kendo e iaido, due discipline di spada giapponese, entrambe con grande passione anche se a due livelli sensibilmente diversi. Queste si richiamino agli stessi principi ed utilizzano formalmente la stessa arma: la katana; per ovvie ragioni di sicurezza in alcuni casi è sostituita fisicamente ma non concettualmente da surrogati: iaito / bokuto per lo iaido e kendo no kata, shinai per il kendo in armatura.

Ogni tanto mi capita di sentire persone che praticano kendo criticare lo iaido:

è lento e noioso

è senza senso perché affetti l’aria immaginando un avversario che perde sempre, troppo facile così

non c’è nessun collegamento ad una situazione reale, uno iaidoka verrebbe ucciso dopo un secondo

perdi un sacco di tempo a litigare con il sageo

Poi sento chi pratica iaido criticare il kendo:

non sanno estrarre e maneggiare una spada vera

non taglierebbero nemmeno un salame

urlano troppo

l’ultima che mi è capitata è:

si possono colpire troppi pochi punti, molto meglio chambara o spada medioevale

Saverio Santerello
Saverio Santarello – Foto di Alessio Rastrelli

A volte la tentazione di lanciarmi in una spiegazione approfondita è forte, ma mi rendo conto che sono conversazioni buttate lì per riempire dei silenzi, e in quei casi un sopracciglio alzato è il massimo del contraddittorio accettabile. Raramente le persone sono disposte ad ascoltare qualcuno che ti spiega perché sei fuori strada, molto più facile compiacersi della cultura e dell’intelligenza di coloro che ti danno ragione.

Prima di tutto bisognerebbe imparare l’arte di “non avere un’opinione a riguardo”, che in epoca social è una cosa che sembra dimenticata; banalmente: non conosco quindi non mi esprimo. Se invece un’opinione me la voglio fare, prima di tutto bisogna aprire la mente, chiedere e ascoltare: “perché pratichi kendo/iaido?”, “cosa ti piace del kendo/iaido?”.

Ogni disciplina ha una parte divertente e affascinante che motiva i principianti e successivamente dei traguardi umani e spirituali ai quali si ambisce con la profondità di pratica. Esistono tantissime discipline che nascono e muoiono nel giro di qualche decennio, legate alla moda del momento; altre discipline, come il kendo e lo iaido ma non solo, affondano le loro radici nei secoli, hanno fatto propri principi filosofici e vengono tramandate da generazioni di maestri che hanno dedicato la vita a proteggerle e farle evolvere.

Sono discipline per la vita!

Difronte a tale profondità bisogna evitare di essere superficiali, bisogna evitare la rivalità e magari approfittare dell’opportunità di contaminarsi, non giudicare ma cercare di capire, con la propria tazza sempre vuota. Shoshin: la mente del principiante.

“Non importa quale sentiero sceglierai di seguire, se tutto andrà per il meglio ci ritroveremo in cima alla collina ad ammirare la stessa luna”.

Saverio Santerello
Saverio Santarello – Foto di Alessio Rastrelli