Come saprete Stefano si è trasferito e lavora in un paese straniero.
Lo vedremo poco nel futuro anche se continuerà ad essere collegato a noi. Vorremmo riportare qui alcune considerazioni che abbiamo condiviso l’altro giovedì in palestra nel salutarlo.
Tutti noi abbiamo delle fasi nella nostra vita e anche nella nostra vita marziale. Non sempre abbiamo lo stesso impegno o la stessa concentrazione, non sempre abbiamo gli stessi obiettivi e a volte cambiare è più difficile.
I cambiamenti sono fattibili per tutti ma per realizzarli davvero quello che deve cambiare è la nostra mente. Dobbiamo porci degli obiettivi chiari, sapere cosa vogliamo e poi lavorarci con serietà. Il progresso arriva.
Stefano è un esempio di come si può realizzare un cambiamento. In questo ultimo anno e mezzo, complice forse la sua maggiore tranquillità o l’avvicinarsi dell’esame da sesto dan, il suo atteggiamento verso lo iaido è cambiato notevolmente.
Intanto non ha mai perso una lezione venendo anche quando gli spazi lasciati liberi da altri lo permettevano, poi ha cominciato a fare tutti gli stage che si sono svolti in questo periodo e ha intrapreso il suo percorso da arbitro.
Il suo interesse e la sua concentrazione sono aumentate in modo considerevole.
Facendo in questo modo ha ottenuto dei grandi miglioramenti. Nell’ultima prova d’esame fatta in palestra i principianti presenti hanno spontaneamente detto di essere rimasti piacevolmente impressionati dall’intensità della sua prova, contemporaneamente noi gli abbiamo detto che, secondo noi, era vicino a quanto ci si aspetta per sostenere l’esame da 6° dan e notoriamente non siamo mai soddisfatti delle prestazioni dei nostri allievi. Il Maestro René a Savona ci aveva detto di aver visto un grande miglioramento nello iaido di Stefano.
Insomma in molti abbiamo notato un cambiamento.
E’ avvenuto solo perché l’intensità della pratica, dell’attenzione e concentrazione di Stefano sono aumentati, il nostro insegnamento è rimasto sempre lo stesso.
Vorremmo ringraziare Stefano per l’esempio che ha dato a tutti noi in questo periodo.
Non abbiamo le competenze per dare un nome al cambiamento che ha fatto Stefano, ma possiamo solo notare delle somiglianze di approccio con quanto normalmente diciamo sia necessario fare.
Il cambiamento è stato intensamente voluto da Stefano, che si è rimesso in gioco ed ha cercato di analizzare tutto quello che nel suo iaido non andava bene e a piccoli passi ha cercato di migliorarlo. Si a piccoli passi e la strada sarà ancora lunga, ma è iniziata e questa è la cosa importante. La mentalità giusta è stata raggiunta ed anche la consapevolezza che non esiste nulla di facile ed immediato. Quante volte alle correzioni Stefano ha risposto “si me lo avete già detto eppure faccio sempre gli stessi errori“? E’ naturale che succeda ma non avendo la giusta consapevolezza possiamo pensare di aver capito e soprattutto di aver cambiato qualche cosa durante una lezione, in realtà ci va più perseveranza.
Una mente focalizzata e concentrata ci aiuta a migliorare, a riconoscere i nostri errori, ad essere consapevoli che per il cambiamento occorre tempo, volontà e dedizione. Il “voglio tutto e subito” non funziona ed è un atteggiamento per persone ansiose e impazienti, non per un percorso serio e non solo nelle arti marziali.
Cosa ci deve insegnare questa esperienza? Ognuno di noi può provare a trovare le sue risposte.
(immagine da https://www.gotokyo.org/it/story/guide/from-breweries-to-bars-a-guide-to-sake-in-tokyo/index.html)
Piuttosto che dir cose sagge, è meglio bere sake e spargere lacrime di ebbrezza
(Manyoshu, Raccolta di diecimila foglie)
La predilezione dei giapponesi per le bevande alcoliche è sicuramente nota, come anche rappresentata in numerose pellicole nelle quali abbiamo visto gruppi, tipicamente di lavoro, festeggiare in qualche locale con libagioni che vanno oltre l’abbondanza: è la nominication, neologismo creato da nomu, bere, e dal termine inglese communication, pratica considerata fondamentale per collegare i membri di un gruppo.
Primo fra tutti gli alcoolici consumati di preferenza dai giapponesi è forse la birra, seguita a ruota da alcuni prodotti della vinificazione e della distillazione, e il whisky, che ha raggiunto in Giappone delle eccellenze produttive a livello mondiale con i single malt locali.
Ma la bevenda alcolica che forse è più immediatamente legata a questo paese è il sake, o meglio il nihonshu, letteralmente liquore del Giappone, che può essere bevuto caldo o freddo, rispettivamente atsukan o hiyashi.
(immagine da https://www.assosommelier.it/corsi-sommelier/corso-sul-sake/)
Non solo è legato come bevanda iconica, ma in Giappone affonda la sua fama fino ai tempi in cui gli dei dello Shinto scendevano sulla Terra per i più disparati motivi. Secondo uno di questi miti, Susanoo, figlio di Izanagi e fratello di Amaterasu, la dea del Sole da cui tradizione vuole discendano gli imperatori giapponesi, durante una di queste visite combattè contro un drago a otto teste e otto code, chiamato Orochi, e lo vinse con una sorta di stratagemma, ovvero facendo prepare otto vasche di sake con le quali lo ubriacò: tagliatolo infine a pezzi, in una delle code trovò Kusanagi no Tsurugi, la spada che insieme alla gemma Yasakani no Magatama e allo specchio Yata no Kagami, costituisce uno dei tre tesori sacri del Giappone che rappresentano rispettivamente le tre virtù valore, benevolenza e saggezza, diventati infine le insegne imperiali giapponesi fin dal VII secolo.
Il sake gioca quindi un ruolo decisamente importante nella cultura nipponica non solo per lo spirito che anima le grandi bevute quanto piuttosto per essere legato alle leggende degli dei.
Questa bevanda ha subito nella sua storia numerose evoluzioni produttive. Nell’intorno del 700 DC il sake era una bevanda dall’utilizzo soprattutto cerimoniale e veniva preparato in un modo particolarmente artigianale. L’antesignano del sake attuale, chiamato kuchikamizake, sake masticato in bocca, veniva infatti prodotto sfruttando gli enzimi naturalmente presenti nella saliva per convertire l’amido del riso in zucchero, in modo da favorirne la fermentazione. Una versione particolare, utilizzata per soli scopi cerimoniali con questa particolare tecnica produttiva è nota come bijinshu, l’alcol delle belle donne, in quanto la masticazione era effettuata solo da giovani vergini. Tale tecnica, per quanto possa risultare disgutosa al giorno d’oggi, si è protratta a lungo nelle zone rurali delle isole più remote del Giappone, come tra la popolazione degli Ainu, la popolazione indigena del nord del Giappone. Attualmente l’azione della saliva viene sostituita, fortuntamente, dall’azione di una muffa detta koji [1].
Attraverso le diverse ere della storia giapponese la produzione del sake è stata appannaggio prima della chiesa poi di privati, a tempi alterni, poi dello shogunato, fino ad arrivare al giorno d’oggi, quando la produzione è regolata per certi versi dalla Nihon Jozo Kyokai, la cosiddetta Brewing Society of Japan, semplicemente perché riferimento ufficiale per i molti ceppi di lievito che possono essere utilizzati: ne esistono ben sedici, le cui differenze si evidenziano a livello di prodotto finale (sentori fruttati piuttosto che terrosi, di cereali piuttosto che di pera o ancora di funghi secchi) ma anche in fase produttiva, in dipendenza del loro migliore funzionamento in base alla temperatura del luogo geografico di produzione.
(immagine da https://www.jozo.or.jp/en/about)
Molti produttori utilizzano diversi lieviti, alcuni dei quali di proprietà del singolo produttore piuttosto che di una particolare gilda [1].
Il sake viene prodotto con l’utilizzo di elementi essenziali quali [1]
riso, sakamai, una varietà apposita per la produzione della bevanda
acqua, mizu, le cui caratteristiche organolettiche contribuiscono grandemente alla qualità del prodotto finito
muffa, kojikin, o più spesso chiamato solo koji, Aspergillus Oryzae, promotore della produzione del substrato zuccherino necessario alla proliferazione dei
lieviti, kobo, maggiormente responsabili dell’aroma e dei sentori del sake
Quello che cambia per poterne avere tipologie diverse è invece il metodo produttivo, che sebbene includa passaggi comuni e obbligatori, garantirà la produzione di quello filtrato o non fitrato, pastorizzato o non pastorizzato, diluito o non diluito, invecchiato o non invecchiato, e così via, anche grazie a particolari passaggi opzionali e caratteristici. Tra le operazioni non obbligatorie è consentita ad esempio l’aggiunta di alcol al prodotto ancora nelle vasche, dopo la filtrazione, al fine di stabilizzarlo e modificarne l’aspetto organolettico, in base allo stile di sake che si vuole ottenere e tali prodotti vengono chiamati aruten [1].
Dopo la fermentazione si separano un massa solida, costituita dagli scarti del riso, e una parte liquida, che è già considerabile sake, anche se grezzo e torbido: attraverso la pressatura si ottiene quindi il primo sake. Nota curiosa questa fase è nota con un termine a cavallo del mondo della spada (v. Il Glossario Kiryoku: Shibori, a cura di Anna Rosolini), della tintura (v. Shiboritsuki, curiosità lessicale tra spada e tintura) e del sake: è la fase dello shibori, caratteristico del metodo di pressatura alternativo al tradizionale metodo senza pressatura, detto fukurozuri, con i quali si produce in prima istanza il sake noto con il nome di shiboritate (v. Shiboritate, la prima produzione del sake).
Infine, dopo la pastorizzazione, si procede con la fase dell’invecchiamento, jukusei, che a causa della rapida ossidazione del sake, non deve essere troppo lunga, al massimo sei mesi, in modo che possa maturare dei sentori più caratteristici e marcati rispetto al sake novello. Il sake non diluito, detto genshu, raggiunge una gradazione del 20% volumetrico in alcol e quindi può essere diluito con acqua per un uso più commerciale.
(immagine da http://www.nakano-group.co.jp/tour/sakagura/shibori/en)
Fino al 1989 il sake veniva classificato in tre categorie basate su quanto il produttore poteva permettersi di pagare in tasse per la classificazione, detta kyubetsu seido:
Tokkyu, categoria speciale
Ikkyu, prima categoria
Nikkyu, seconda categoria
Al giorno d’oggi invece la classificazione di questa bevanda è diventata alquanto complessa e variegata, come per abitudine nipponica, in quanto basata sulla misura della raffinazione del riso e costituisce una vera e propria piramide qualitativa del sake, mentre una classificazione più commerciale è basata sul metodo produttivo, il quale fornisce particolari caratteristiche derivate dai particolari processi:
Genshu: sake prodotto saltanto il processo di diluizione
Nigorizake: non filtrato, dall’aspetto lattiginoso
Kassei Nigori: fermentato in bottiglia, quindi senza pastorizzazione, un Nigori frizzante
Orizake o Origarami: simile al Nigorizake ma con particelle più fini, è un tipo di sake più raro
Namazake:sake che ha subito fino a due pastorizzazioni
Muroka Nama Genshu: letteralmente non pastorizzato, non filtrato, non diluito
Happoshu:simile a Kassi Nigori, sake frizzante più noto con il termine Sparkling sake, sake frizzante, spesso chiamato con il nome inglese non essendo un prodotto della tradizione nipponica, può essere prodotto per addizione di anidiride carbonica
Taruzake: affinato in botti, taru, di cedro giapponese
Sake Rossi: ottenuti da utilizzo di riso rosso, o per arricchimento con cenere rossa, o preparato con koji o con lieviti rossi
Jukuseishu e Koshi: sake invecchiati, rispettivamente fino a tre anni e oltre i tre anni, ma in genere non oltre i cinque
Doburoku: antico sake non filtrato delle zone rurali, la cui produzione fu proibita in epoca Meiji (1868-1912). Dal 2004 la sola città di Tono ha ottenuto nuovamente la concessione governativa per la produzione di questo sake
Ci sono infine una buona serie di Sake Stagionali, la cui classificazione è basata sul tempo di maturazione e quindi di immissione sul mercato:
Akiagari: prodotto in inverno, maturato fino all’estate, commercializzato in autunno
Hiyaoroshi: simile all’Akiagari ma senza la seconda pastorizzazione
Shiboritate: sake ottenuto dalla prima pressatura, molto fresco e beverino
Shinshu: traducibile come nuovo sake, è prodotto nei primi due mesi dell’anno (l’anno di calendario del sake inizia a giugno e termina il maggio successivo)
Hatsushibori: il primo sake dell’anno
Kizake: traducibile con sake vivo, non viene pastorizzato quindi mantiene vivi gli enzimi presenti, molto delicato, da consumare interamente una volta aperto
Natsuzake: sake immesso sul mercato in estate, natsu.
Con tutte queste varietà e tipologie di produzione è chiaro che il sake ha perso gran parte dell’originale valore cerimoniale, anche se ancora presente per esempio nei matrimoni shintoisti. Oggi viene di rado servito durante i grandi pasti, ma resta comunque abbinato al cibo un po’ come il vino, e sono diventati popolari anche i cocktail a base di sake, come Sake Rickey, Sake-tini, Mojito di sakè, Svadka, e molti altri [3].
(immagine da https://www.asakusajinja.jp/en/shinzen/yurai/)
Come tutte le arti e le produzioni giapponesi, l’estetica è importante anche per potersi solo gustare un bicchiere di buon sake. Tipicamente venduto in bottiglie, spesso molto grandi, viene abitualmente versato in piccoli recipienti di ceramica simili a piccoli vasi, detti generalmente tokkuri, o da contenitori piccoli e bassi più simili alle nostre salsiere, detti katakuchi, o da bottiglie modellate a forma di zucca, detti hisago. Da questi piccoli contenitori il sake viene quindi versato per la degustazionea in piccoli bicchieri detti choko, oppure guinomi se leggermente più grandi, o in bicchieri di legno a forma di scatola detti masu, o ancora in particolari piattini, sakazuki, utilizzati spesso nell cerimonie pù formali.
Il sake può essere servito freddo a circa 10°C, detto reishu, a temperatura ambiente o caldo a circa 50°C, detto atsukan, a seconda delle preferenze personali, del tipo di sake e della stagione. L’atsukan viene riscaldato dopo essere travasato in un tokkuri e posto a bagnomaria in un contenitore metallico apposito, detto chirori, a forma di caraffa con un manico appositamente realizzato per potersi comodamente agganciare alla pentola nel quale verrà riscaldato a bagnomaria.
(lele bo)
Non solo tipico dell’arte della spada, le norme di etichetta ovvero il Reiho (v. Il Glossario Kiryoku: Reiho, di Anna Rosolini) costituiscono un aspetto fondamentale della cultura giapponese, e non mancano quindi di caratterizzare anche la semplice convivialità di una piacevole bevuta in compagnia, che si tratti della già citata nominication, basata su usi e costumi un po’ più severi, o un semplice riguardo in occasioni meno formali ma non per questo meno dense di significato.
Ricordiamoci allora che è bene [2]
Non versarsi mai da bere da soli: in Giappone servirsi da bere da soli non è visto di buon occhio e può dare una brutta impressione ai presenti, quindi si lascia che sia un altro a versare da bere nel proprio bicchiere e poi si ricambierà il gesto, mentre nelle cene di lavoro è consuetudine che i subordinati lo facciano per i loro superiori
Non bere prima degli altri: è considerato maleducazione, in Giappone come nel resto del mondo
Al primo giro, ordinare tutti lo stesso drink: solitamente un bel boccale di birra, ma non è una regola ferrea, si è comunque liberi di ordinare qualcosa di diverso dagli altri
Kanpai: ogni bevuta che si rispetti inizia con un bel brindisi, al grido di kanpai, e per consuetudine è bene alzarsi in piedi in modo da poter brindare anche con le persone più lontane
Non bere dalla bottiglia: in Giappone è una cosa abbastanza scortese. Se si beve direttamente dalla bottiglia si infrange la regola del servirsi reciprocamente e poi i drink sono fatti per essere condivisi, quindi bevendo dalla bottiglia si darebbe l’impressione che quello che si sta bevendo è solo per se stessi
Potersi gustare al meglio un buon sake prevederebbe di saper leggere le complicate etichette apposte su queste bottiglie e che forniscono tutti i dettagli della produzione, della classificazoine, del tipo di servizio, della temperatura, dell’acidità, del contenuto in alcol, della densità e altre mille valori per definire al meglio il prodotto. Per avvantaggiarci invece di etichette e descrizioni più comprensibili, tra evoluzione, sperimentazione e globalizzazione, potremmo avvicinarci alla produzione di sake nostrano: d’altronde siamo un Paese forte esportatore di riso, anche se non tradizionalmente destinato ai prodotti della fermentazione.
Aziende come Riso Sake hanno unito l’antica tradizione risicola pavese e quella nipponica del nihonshu, o come l’azienda Gli Aironi che partita con la produzione di birra di riso e passata successivamente alla produzione di sake italiano, frutto della sperimentazione con il riso nero vercellese per la creazione di un sake particolare, scuro, non trasparente, che al primo impatto lascia emergere i tipici sentori legati alla fermentazione birraia, con note fruttate e poi speziate.
E allora non resta che versarci reciprocamente un po’ di sake nel nostro choko, alzarci in piedi e… kanpai!
(immagine da https://www.nippon.com/en/japan-data/h00393/sake-exports-sparkle-setting-new-record-in-2018.html)
Domenica 30 Gennaio, al Centro sportivo “Novarello Villaggio Azzurro” di Granozzo con Monticello, in provincia di Novara, si è svolto il Seminario Arbitrale di Iaido organizzato dalla CIK e, in contemporanea, l’allenamento della Nazionael di Iaido.
Recensione e riflessioni di Stefania Battista, Stefano Banti e Alessio Rastrelli.
Arbitro vs Competitor, ruoli a confronto
di Stefania Battista
In questa giornata di stage arbitrale e di allenamento ho felicemente ritrovato compagni di pratica e di arbitraggio. Ho partecipato ad una parte dell’allenamento della nazionale ed ho successivamente seguito lo stage arbitrale, esperienza sempre utile e formativa.
Riflettendo sulle emozioni personalmente vissute, ho provato a mettere a confronto due tipologie di posizioni con relative e specifiche “aspettative”, ovvero da una parte l’essere competitor e dall’altra l’essere arbitro.
Queste aspettative non sono cosi diverse tra di loro. In entrambe le situazioni prevale il cercare di fare il meglio possibile mettendo in gioco se stessi nei confronti degli altri.
Come competitor si è responsabili di se stessi certamente, ma anche dei compagni di team e dei Sensei che hanno impiegato energie per l’insegnamento.
Come arbitro si è responsabili di se stessi perchè si deve svolgere il proprio compito sempre al meglio nel rispetto del ruolo e delle competenze e si è soprattutto responsabili nei confronti degli atleti. Loro devono dare il meglio di se stessi e l’arbitro deve essere in grado di valutare con imparzialità, attenzione e scrupolosa correttezza ogni prestazione.
Non è un gioco di ambivalenze, tuttavia ogni competitor è anche arbitro di se stesso e merita a fianco, nell’area di gara, il meglio in assoluto che ogni avversario possa fare cosi come ogni avversario deve fare il meglio che può per se stesso e per onorare il confronto con l’altro.
Se attenzione e concentrazione sono richieste per la migliore prestazione che ciascun competitor in quel momento possa fare, altrettanta determinazione è necessaria per esprimere in modo oggettivo il miglior giudizio nel ruolo di arbitro.
Le due identità competitor e arbitro, contemporaneamente in azione nella competizione, sono unite da simili aspettative ed emozioni in un unico obiettivo comune con responsabilità vicendevoli ed analoghe sia nei confronti di se stessi sia verso gli altri.
Ritengo che l’esperienza arbitrale sia estremamente importante per la crescita nella pratica grazie soprattutto alla possibilità del confronto e della condivisione della conoscenza tecnica.
Ringrazio tutti i Sensei presenti ed i compagni di Dojo
Stefania Battista
Rebus by Stefania Battista
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Tra storia ed evoluzione, attraverso le interviste dedicate alle figure storiche del Budo, vi presentiamo un altro grande protagonista del Budo europeo. Con i suoi riconoscimenti in patria e all’estero ha contribuito enormemente allo sviluppo e alla crescita delle arti della spada con una carriera iniziata nel 1962: praticante, atleta agonistico nazionale, allenatore, organizzatore, arbitro internazionale, Victor Charles Cook, praticante di Kendo, Iaido e Jodo, ci racconta la sua storia.
Cook Sensei, grazie per aver accolto con gentilezza e disponibilità la nostra proposta per poterla conoscere meglio e poter illustrare ai nostri lettori la storia dietro ad una figura di spicco del Budo come lei. Partiamo subito con le generalità: quando e dove è nato?
Sono nato a Gosport, vicino alla base navale di Portsmout, nell’Hampshire, l’ 8 Giugno del 1943.
Comprendo che lei ha avuto una carriera molto lunga nel Budo e il suo curriculum conferma semplicemente tutto questo. Ma per favore, ci può raccontare come e quando tutto questo ha avuto inizio? Quali dan ha ottenuto e come ha capito che il Budo era un impegno per la vita?
Nel 1962, quando sono stato mandato al London College of Printing dalla mia azienda per studiare grafica e aspetti tecnici della tipografia e della stampa, ho incontrato R. M. Knutson che mi chiese se fossi stato interessato a praticare Kendo. Le lezioni si tenevano alla London Judo Society ed è qui che ho incontrato per la prima volta Jock Hopson Sensei.
Circa 20 anni dopo sono riuscito ad infortunarmi a causa di una pessima postura utilizzando il computer per ore al lavoro, il che mi ha danneggiato il disco sotto la settima vertebra, cosa che alla fine ha indotto un neurochirurgo a consigliarmi vivamente di smettere di praticare il Kendo o avrebbe dovuto saldare le vertebre insieme, cosa che non mi entusiasmava. È stato allora che mi sono concentrato su Iaido e Jodo, discipline nelle quali si può controllare la propria pratica, ed è stato in questo periodo che sono arrivato alla comprensione che non potevo, e non volevo, abbandonare la pratica del Budo.
I gradi che ho conseguito sono Iaido Nanadan Kyoshi, Jodo Godan e Kendo Yondan.
Mi spiace apprendere dell’infortunio, e se posso permettermi, è comunque un esempio positivo di dedizione e perseveranza, a dimostrazione di quanti e quali risultati si possano ottenere con la pratica costante. Ma quando ha iniziato immagino la situazione fosse ben diversa da quella attuale: qual era lo scenario tipico dei dojo di Iaido dei suoi inizi?
Non c’erano dojo specifici per la pratica di Iai nel Regno Unito, tuttavia diversi membri di spicco del BKA occasionalmente si esercitavano come meglio potevano sfruttando le visite occasionale dei Sensei giapponese di Kendo. Naturalmente, persone come Hopson Sensei sono riusciti a incontrare insegnanti come Ishido Sensei mentre risiedevano in Giappone. Tuttavia, durante la prima visita di Ishido Sensei in Inghilterra abbiamo partecipato a diverse sessioni che ho trovato decisamente entusiasmanti, ma un inferno per le mie ginocchia: dopo aver assistito alle dimostrazioni del Sensei mi sono reso conto che qualunque cosa avessi osservato in passato dello Iai, non era ciò a cui avevo assistito durante la visita del Sensei.
Adoro sentire parlare di storie così pionieristiche, offrono davvero un’ottima visione degli enormi risultati che Sensei come lei hanno ottenuto a partire da quando quasi nulla esisteva davvero. Rimanendo ai suoi primi tempi, chi è il suo Sensei, cosa ha fatto Ryu, come è entrato in contatto con lui?
Il mio maestro è Ishido Shizufumi, Hachi Dan Hanshi.
All’inizio dell’estate del 1979 ricevetti una telefonata dal Giappone da Hopson Sensei che mi chiedeva se avessi potuto o voluto ospitare un giovane Sensei di Iai che voleva visitare l’Inghilterra nel mese di agosto e studiare l’interesse per lo Iaido nel Regno Unito. Dato che il mio dojo a Brighton era uno dei pochi aperti durante il periodo delle vacanze estive e dopo aver accettato di prendermi cura di lui, il dado fu tratto così com’era.
Quando il Sensei visitò per la prima volta il mio dojo, notò che appeso al muro c’era il kanji dello Shin Bu Kan e pensò fosse l’omaggio del mio dojo in onore della sua visita nel Regno Unito. Fu alquanto difficile spiegare che il kanji era il nome del mio dojo………Karma!
Posso solo immaginare la situazione e l’imbarazzo diplomatico, forse anche amplificate dalle diverse culture. Ma dopo questo primo approccio, come è iniziato e come è evoluto il rapporto con il suo Sensei?
È una strana sensazione per me, personalmente: in primo luogo lo rispetto pienamente come mio insegnante di Iai poiché ha condiviso tutto della sua conoscenza del Budo e poi devo dire grazie alla sua pazienza e cordialità. C’è stato un momento in cui sono stato molto fortunato ad avere il suo pieno sostegno, in un momento in cui la mia vita personale ebbe bisogno di aiuto senza doverlo chiedere, e quando ebbi bisogno di un vero amico, lui mi diede il suo sostegno e la sua generosità di spirito nel momento giusto. Le sue azioni mi hanno portato a sviluppare un forte sentimento di amicizia e gratitudine.
Quindi, grazie a questa profonda amicizia, immagino che lei lo abbia frequentato anche in Giappone. Quando le è capitato di andare in Giappone per la prima volta? Presumo anche che quei tempi abbiano offerto sentimenti contrastanti sull’essere uno straniero nel loro dojo. C’è qualche esperienza memorabile che vorrebbe condividere? Si allena ancora regolarmente in Giappone?
Nel 1981 ho avuto la fortuna di essere invitato per tre settimane in Giappone con Jock Hopson Sensei per approfondire il nostro studio di Iai presso il dojo di Ishido Sensei. A causa della mia carriera professionale e degli impegni familiari non ho mai avuto il tempo di frequentare corsi a blocchi in Giappone per studiare, ma ho viaggiato avanti e indietro per vari eventi e, naturalmente, per sostenere gli esami di dan, che di solito richiedevano dalle tre alle quattro settimane di formazione ogni volta. Durante una di queste visite, ho chiesto al Sensei se avesse potuto guidarmi da un rivenditore che potesse realizzare Mon e simili, da utilizzare nel mio dojo, partendo da illustrazioni che avevo preso da un testo dedicato ai Mon. Per quanto ci avessi provato, non ebbi fortuna perché il disegno che avevo mostrato esisteva davvero ma era usato molto raramente. Quella sera, il padre di Ishido Sensei entrò nel dojo e mi diede l’autorizzazione, dato che ero uno studente personale di suo figlio, di poter indossare e utilizzare il mon di famiglia. Un onore incredibile che non mi sarei mai aspettato.
Per quanto riguarda le sensazioni di risentimento nell’essere un ospite, devo ammettere che non le percepivo affatto.
C’è stata un’esperienza memorabile, anche se non intenzionale, ovvero quando ho chiesto al Sensei un appuntamento da un barbiere locale, perché dopo tre settimane senza radermi o potermi regolare la barba folta, avevo bisogno di sistemarmi un po’. In quel giorno particolare ha suscitato un po’ di scalpore osservare un gaijin radersi i peli del viso, di orecchie, naso e sopracciglia, con un rasoio affilatissimo, deve essere stato il momento clou del divertimento della settimana.
Mi pare di capire che la relazione con il suo Sensei è decisamente solida e di lunga data. Molto quindi avrà potuto apprendere anche sui metodi di insegnamento: qual è secondo lei, la differenza tra l’insegnamento giapponese (quello del suo sensei verso di lei) e quello occidentale (il suo verso i suoi studenti)?
La risposta breve è che non c’è alcuna differenza.
L’iniziare sotto la guida di Ishido Sensei mi ha dato la possibilità di fare esperienza innanzi tutto con la sua pazienza, non c’erano urla o spacconate, nessun istruttore del tipo di quelli che urlano o ridono o che rivolgono osservazioni sprezzanti al praticante, cosa che aumenta il livello di paura nello studente e distrugge la fiducia in se stessi facendo perdere il senso del divertimento.
Spiego personalmente a tutti gli assistenti istruttori di non dimenticare mai che una volta erano loro stessi dei principianti, di non fare il prepotente o di sminuire gli altri, in questo modo non si ottiene nulla.
Quando ha pensato all’insegnamento e quando ha iniziato a insegnare? Ha qualche preferenza particolare verso una classe specifica, o ai loro requisiti unici (bambini, concorrenti, adulti) e l’insegnamento che sta offrendo?
Per me non c’era alternativa valida che insegnare agli altri se volevo continuare a praticare. Poiché sono stato richiamato a casa da Londra dalla mia azienda e poiché a quel punto ero completamente assorbito dal kendo, è stata una situazione per la quale dover trovare altre persone interessate ad avviare un dojo. Nel 1963 c’erano pochissime persone che sapevano dell’esistenza del Kendo nel Regno Unito, per non parlare addirittura di praticarlo. Si trattava di cercare membri che avrebbero dovuto essere matti quanto lo ero io. La pubblicità su una rivista nazionale di Judo del tempo permise di ragguppare diversi studenti che aprirono il primo club. Il resto, come si suol dire, è storia.
Mi ricordo del momento in cui mi sono confrontato per la prima volta con una classe: c’era una massima che avevo assorbito e che dice: insegna ciò di cui hai più bisogno per imparare. Questo è ciò che mi ha portato sulla strada dell’essere un insegnante anche se semplice shodan!
Per quanto riguarda il modo in cui ci si prepara a insegnare, tendo a usare il mio istinto, ma mantenere le basi è qualcosa di cui non vergognarsi perché la ripetizione corretta non può essere evitata se si vuole migliorare la propria tecnica. È raro per me aver affrontato una lezione per i bambini, ma in quei rari momenti in cui l’ho fatto, mi è stato presto chiaro che bisogna farli divertire poiché il loro intervallo di concentrazione è relativamente breve, ma può essere comuque un’esperienza divertente.
Per quanto riguarda gli adulti, affronto sempre la situazione trattando i principianti e gli studenti avanzati con uguale rispetto e pazienza, siano essi giovani, forti e desiderosi di competizione, ai quali riporto l’adagio per il quale se desideri essere sul podio del vincitore, puoi competere solo nel modo in cui ti alleni. Per quanto riguarda il praticante medio o lo studente di mezza età che cerca solo un hobby, bisogno incoraggiarlo, a qualsiasi età, che qualunque cosa faccia dovrebbe essere divertente, sarebbe inutile sia per lo studente che per l’insegnante se non lo facessero.
Queste massime sono così acute e profonde, fanno passare la propria formazione e disciplina oltre i confini della relazione tra insegnante e studente, una questione di influenza reciproca per migliorare insieme. Miglioramento del proprio io e della pratica che devono passare attraverso il modo in cui contribuiscono tutti insieme alla formazione dell’individuale. In che modo lei pensa che Kendo, Iaido e Jodo e la loro relazione incrociata abbiano influenzato il suo sviluppo generale del budo?
Dato che tutte e tre le discipline riguardano l’uso della spada, questo ovviamente dà un’idea di come la spada possa essere usata in situazioni diverse. Ritengo che sia difficile comprendere appieno l’arte della spada per chi pratica solo una di queste discipline. Pertanto, la mia carriera così com’è mi ha dato una migliore comprensione del budo.
E insieme a una migliore comprensione si dovrebbe anche arrivare a rendersi conto di come lo Iaido sia cambiato nel corso degli anni, giusto?
Non solo è cambiato, è costantemente in fase di sviluppo. Basti guardare i vecchi filmati dei Dai (grandi) sensei di cinquanta o sessanta anni fa. Questi enbu non rispecchiano i canoni di giudizio moderni e probabilmente avrebbero difficoltà a superare il 3° o 4° dan. Personalmente credo che lo Iaido sia diventato sempre più estetico e tecnico, mettendo in secondo piano il senso del Budo, così che si fa fatica a percepire la sensazione di pericolo dall’enbu di un praticante.
Quindi anche l’insegnamento è verosimilmente cambiato: tornando ancora su questo tema, come si svolge una sua tipica lezione di Iaido?
Innanzitutto si parte con una prima fase di riscaldaldamento con esercizi adeguati, seguiti da tecniche di taglio, chiburi, noto e altri vari esercizi. Sempre per riscaldamento, di solito poi guido la classe in Seitei Iai almeno per tre volte. Successivamente prendo in analisi singoli kata di Seitei Iai e ne spiego a fondo i punti principali e i punti che i giudici o gli esaminatori guardano maggiormente. A questo segue una fase di pratica libera, o di studio del Koryu, ed infine una sessione di defaticamento muscolare e, se c’è tempo, rispondo a qualche domanda.
Lei ha sottolineato la differenza tra estetica e tecnica da una parte e Budo dall’altra. Pensa che gli studenti non giapponesi possano veramente comprendere la cultura e la filosofia dietro lo Iaido?
Ad essere onesti, dipende interamente dall’individuo: alcune persone vanno a vivere in Giappone, imparano la lingua e generalmente si fondono in quella che è una società diversa. Anche allora, con alcune persone che ho incontrato, ovviamente, hanno carpito ciò che più gli piaceva e hanno ignorato tutto il resto, ma nonostante ciò affermano di comprendere a fondo la cultura giapponese. Altre persone hanno davvero cercato di assorbire il più possibile, e credono davvero di avere un’idea di ciò che è il Giappone, ma loro stessi ammettono di aver solo scalfito la superficie. In breve, personalmente penso di non essere giapponese e non lo sarò mai, ma cerco di assorbire al meglio la loro cultura.
Tra cultura e sviluppo, come vede il futuro dello Iaido europeo?
Se seguiamo gli insegnanti giapponesi e permettiamo loro di darci una guida, penso che avremo la possibilità di avvicinarci un po’ a loro sia nella tecnica che nella comprensione del Budo. Quello che temo di più è che ora abbiamo un buon numero di 7° Dan, alcuni con l’atteggiamento del “non abbiamo più bisogno dei giapponesi”. L’ho visto nel Karate, nel Judo, nell’Aikido e in altre discipline giapponesi. Una volta ho chiesto a un Karateka “esperto” perché non invitasse un insegnante di giapponese per i seminari della sua associazione – La sua risposta è stata “tutto ciò che vogliono fare è tornare ai fondamentali, il che è noioso,in più facendo così mi tengo tutte le quote, non dovendo pagare le loro spese”. Spero vivamente che le conoscenze tradizionali non si dissipino e che la cosiddetta “professionalità” egoistica e mediocre non prenda il sopravvento.
Quindi, a quanto pare, un atteggiamento interdisciplinare che potrebbe rovinare le future classi di insegnanti e studenti. Ma abbiamo molti esempi eccezionali come il suo, da seguire: qual è allora un insegnamento del budo che le piace particolarmente trasmettere?
L’umiltà!
Quando ero un adolescente negli anni ’50 mio padre mi disse – “Non importa quanto bravo o abile tu possa diventare in qualunque materia, non dimenticare mai che ci sarà sempre qualcuno migliore di te”.
Come sempre, il tempo vola quando ci si attarda con qualcosa di piacevole. Le sue illuminanti parole e le sue massime ci ancorano al terreno del miglioramento continuo e per la creazione delle migliori basi su cui costruire il futuro delle nostre discipline, non solo dal lato tecnico. Ha parlato anche di piacere della pratica e di divertimento, ed è nostra consuetudine terminare queste chiacchierate scavando anche nei ricordi meno seri della storia del budo europeo. C’è qualche aneddoto divertente sullo Iaido che le piace ricordare?
A parte le solite storie di principianti che cercano di vestirsi con l’hakama finendo per mettere due gambe in un lato dei pantaloni, ecc., ricordo una volta in passato quando in un giorno d’estate, in un seminario, venne organizzato un Taikai. Dato che faceva abbastanza caldo, le porte del dojo furono lasciate aperte, il che fu visto come un invito per uno sciame di vespe: fu molto divertente osservare i tentativi disperati di un arbitro che cercava di apparire calmo e composto osservando i combattenti, ma fallendo miseramente usando le sue bandiere per scacciare via gli insetti che gli ronzavano intorno alla testa.
Biografia di Victor Charles Cook Sensei
KENDO
Ho iniziato gli studi di Kendo nel settembre del 1962 a Londra.
Ho conseguito il 4° dan Kendo ZNKR ai Campionati Europei di Kendo di Berlino del 1981.
Nel periodo 1968-1974 ho vinto la Japan Airlines Cup in tre edizioni e mi sono classificato due volte.
Ho vinto il Sir Frank Bowden Taikai nel 1970.
Ho rappresentato la Gran Bretagna ai Campionati Europei di Kendo Berlino nel 1981.
Mi sono ritirato dal Kendo nel 1985 a causa di una lesione alla colonna vertebrale superiore sul posto di lavoro.
IAIDO
Ho ricominciato a studiare Muso Shinden Ryu Iai sotto Ishido Shizufumi Hachidan Hanshi nel 1979.
Ho ottenuto il riconoscimento Renshi dallo Zen Nippon Kendo Renmei nel 1996.
Ho conseguito il grado Nanadan ZNKR nel 1999 a Tokyo.
Eletto funzionario esecutivo di Iai Bu nel periodo 1986-1998.
Eletto per la carica di Iaido Bucho nel periodo 1998-2010
Nominato allenatore e allenatore della nazionale britannica di Iaido dal 1997 al 2001 (durante questo periodo la squadra ha ottenuto medaglie di bronzo, argento e oro).
Organizzatore tutti i seminari e le valutazioni della BKA dal 1998 al 2010.
Organizzatore del 7° Campionato Europeo di Iaido nel 1999, presso la Sussex University.
Nominato arbitro internazionale e relatore di valutazione nel 1986.
Insegnante principale al seminario di primavera BKA dal 1998.
Principale organizzatore del BKA National Iaido/Jodo Taikai nel periodo 1998-2010.
Nominato arbitro e giurato di tutti i campionati europei di Iaido dall’inizio della competizione ad eccezione dell’edizione Svezia 2004.
Ritirato dalla carica di arbitro all’età di 70 anni, dopo i Campionati Europei Iai 2013 di Meze France.
JODO
Ho iniziato lo studio di Muso Ryu Jodo sotto Hiroi Sensei Kudan Hanshi e Ishido Sensei nel 1981.
Eletto per la carica di Jodo Bucho nel periodo 1983-1986.
Ho conseguito il grado Godan ad Amsterdam nel 1996.
Nominato arbitro internazionale e relatore di valutazione nel 1996.
1° posto al National Taikai categoria Sandan al seminario estivo BKA di Ipswich 1986.
1° posto al Taikai categoria Godan al seminario estivo BKA Warwick 1997.
SVILUPPO DEL BUDO IN GRAN BRETAGNA
Fondazione Portsmouth Kendo dojo nel 1963 (ora Shin Bu Kan Portsmouth).
Fondazione dojo a Liverpool 1965 e a Llangollen, North Wales, 1967.
Fondazione dello Shin Bu Kan dojo a Brighton nl 1977, e anche grazie ad allievi personali apertura dojo a Rochester, Guildford e Southampton.
SVILUPPO INTERNAZIONALE DEL BUDO
Sono stato invitato a insegnare, valutare e arbitrare in Sud Africa, Italia, Olanda, Francia, Germania, Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca.
Incaricato per lo sviluppo di Iaido e Jodo nella Repubblica Ceca nel 1995, da allora ha visitato entrambi i paesi almeno una volta all’anno.
Premiato come membro onorario a vita nel 2001 dalla Czech Kendo Federation per i servizi allo sviluppo di Iaido e Jodo nella Repubblica Ceca.
Nel 2000 sono stato insignito dell’iscrizione onoraria a vita alla Federazione Slovacca di Kendo, per i servizi resi alla Repubblica Slovacca nello sviluppo di Iaido e Jodo.
Incaricato per lo sviluppo dello Iaido e l’introduzione del Jodo dalla Federazione Ungherese di Kendo attraverso gli uffici di Abe Sensei e Ishido Sensei nel 1999 e da allora ho visitato regolarmente l’Ungheria. Fino al Covid
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