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Jodo, videointervista a Detlef ‘Theo’ Uedelhoven

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Videointervista jodo detlef

Intervista video con Detlef ‘Theo’ Uedelhoven Sensei, Iaido Kyoshi 7° dan, Jodo Renshi 6° dan, Kendo 3° dan.

Alla scoperta dell’uomo, del soldato, del samurai. Buona visione.

Il mio kata preferito?
Ranai nel Jodo, Soetezuki nello Iaido

Detlef 'Theo' Uedelhoven

Il mio suggerimento?
Mai farsi scoraggiare nella pratica!

Grazie mille Sensei per questa fantastica condivisione di ricordi ed esperienze, ricca di utili consigli.



Giojo, tutti i giovedì un appuntamento fisso con l’arte del JODO.

Giojo la rubrica Kiryoku dedicata al Jodo

DISCLAIMER

Questo video è frutto di una conversazione informale, mirata alla condivisione di esperienze, senza alcuna velleità di insegnamento.

This video is the result of an informal conversation, aimed at sharing experiences, with no teaching ambitions.

Ghost of Tsushima, Budo e Videogames

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Ghost Of Tsushima
Ghost Of Tsushima
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Sono cresciuto a videogames, dai primi portatili nei quali solo una fervida immaginazione adolescenziale poteva rimpiazzare una grafica totalmente assente, ai primi con l’allora rivoluzionario schermo LCD, alle prime console domestiche, al pc, alle console odierne, passando per interminabili (non è vero, passavano in un baleno) pomeriggi nelle sale giochi degli anni ’80/’90, o a caccia di bar nascosti al grande passaggio ma che ospitavano coin-op di ultima generazione senza dover battagliare anche solo per poter introdurre la monetina.

Ghost Of Tsushima

Un ricordo particolare va ai titoli ispirati alla arti marziali, fin da piccolo una passione di famiglia, anche se allora era judo: Karate Champ, Kung-fu Master, Shinobi, Yie Ar Kung-fu, e altri mille giochi pixellosi che hanno aperto la strada a picchiaduro come Sengoku e saghe durate decenni, come Mortal Kombat e Tekken, per arrivare a produzioni che niente hanno da invidiare al cinema di animazione come Nioh, Sekiro o il più recente eccellente, pluripremiato, super acclamato, e chi più ne ha più ne metta, Ghost of Tsushima.

Ghost Of Tsushima
Ghost Of Tsushima

Si trovano fin troppe recensioni in rete da volerne scriverne un’altra, anche perché addentrarsi in un lavoro di questo tipo è un compito assai complesso, né è questa la sede adatta. Vorrei limitarmi a descrivere a grandi linee la storia, perché immagino ogni marzialista ne avrà già sentito parlare, avrà già visto qualche foto o qualche presentazione, e ogni appassionato di videogiochi l’avrà giocato o più semplicemente lo conoscerà per essere forse l’ultima grande produzione tripla A per PS4.

Questa splendida avventura ambientata in un Giappone feudale, più esattamente nel 1274, vede il giocatore nei panni di Sakai Jin, rampollo di nobile famiglia samurai, tra i pochi superstiti dell’invasione mongola in Giappone nell’isola di Tsushima, determinato a liberare la propria terra e il proprio popolo dall’invasore straniero. Attraverso un classico sistema di accumulo di punti esperienza il giocatore potrà crescere nelle arti di combattimento sviluppando tecniche classiche, come varie forme di combattimento con la spada, o con tecniche più simili a quelle ninja, coltivando quindi una sorta di lato oscuro. Oltre alla superlativa animazione dei combattimenti, che lascia davvero stupiti per la ricchezza e la profondità dei dettagli, agli stupendi paesaggi in cui si sviluppa l’avventura, alla praticamente assente interfaccia grafica che proietta il giocatore in un’esperienza quasi televisiva interattiva, ad un filtro che permette di ricreare esposizione, contrasto, grana e imperfezioni della pellicola dei classici film di Kurosawa (e giocarlo in lingua giapponese, anche se con sottotitoli, diventa veramente un’esperienza unica), oltre ad una storia che incolla veramente al pad, oltre all’essere sviluppato come open world, con la possibilità quindi di girare in lungo e in largo senza restrizioni di sorta, questo gioco dell’americana Sucker Punch Productions è riuscita a stregare anche la critica giapponese che si è spinta ad elogiarne la realizzazione rammaricandosi che non fosse autoctona.

Ghost Of Tsushima

Il percorso di Jin lo vede ancora ragazzino alle prese dei rudimenti del combattimento, ovvero l’immancabile tutorial, sotto la guida dello zio, e all’educazione dell’etica samurai. Onore, considerazione, spirito, cuore, tutto l’insieme dei valori con i quali cerchiamo di crescere lungo il nostro cammino dentro e fuori dal dojo, e che verranno messi a dura prova durante lo svolgimento del gioco, che si sviluppa in tre grandi aree di gioco, attraverso campi, fattorie, forti, guidati dal vento, da petali e da foglie che indicano la direzione, seguendo storie principali e secondarie, in un crescendo di adrenalina e immedesimazione, con un alternarsi di azione marziale, etica, artistica, come l’ottima soluzione per ottenere ricompense anche attraverso la realizzazione di haiku o con la preghiera in piccoli santuari shinto per ottenere una doni utili dai mille kami che caratterizzano il pantheon giapponese o la venerazione di Inari e delle sue volpi con le quali intrattenersi per qualche piccola carezza.

Ghost Of Tsushima
Ghost Of Tsushima

Trovare armature e spade, poterle potenziare o personalizzare con le tinture, trattare con i mercanti per acquistare o scambiare oggetti, godere dei mille infiniti dettagli che possono catturare l’attenzione più del praticante della spada che non del giocatore casuale come il semplice ma essenzialmente realistico rumore nell’estrazione della spada da una saya di legno, ben lontano da quello “t-zinnng” metallico caratteristico della quasi totalità dei film nella quale un personaggio usa una katana, alle variazioni di guardie e tenouchi, posture, chiburi e noto, ad animazioni di combattimento che sembrano uscire direttamente dal manuale di iaido ZNKR, dagli insegnamenti che vengono impartiti nell’ottica della formazione marziale e culturale del samurai, alle applicazioni di quelli che ci ha invece lasciato Sun Tzu, il gioco si sviluppa in un compendio di Giappone feudale ottimamente realizzato sotto tutti gli aspetti: nelle vesti Jin ci si dovrà impegnare, e non poco, per mantenere fede a quanto appreso e per raggiungere l’obiettivo principale, la liberazione di Tsushima dal nemico mongolo in questa rivisitazione particolare di fatti storici realmente accaduti.

Ghost Of Tsushima

Nel tornare con la memoria ai primi giochi elettronici a tema arti marziali, è cambiato molto, forse tutto: allora c’era la gioia di superare un avversario, uno schema, un livello, un “boss” di fine livello, ma non avevo coscienza del significato di arte marziale che ho cominciato a comprendere con la pratica della spada. In effetti non c’era differenza tra vincere una partita a Karate Champ, a Space Invader, a Hyper Olympics o Pole Position, c’era solo la soddisfazione di vedere il proprio nome, usando solo tre lettere, nell’elenco finale dei migliori giocatori, o la sorpresa di vedere nuovi giochi e come la tecnologia videoludica stesse facendo passi da gigante. Ma neanche in giochi di generazioni successive c’è stato un qualche cambiamento, passando a più sofisticati e iconici titoli presenti ancora oggi sul mercato, come i già citati Tekken o Mortal Kombat: il succo del gioco rimaneva, e rimane,  quello di avanzare il più possibile con i livelli, vedere aumentare il punteggio come unico premio tangibile per l’impegno, ma senza la crescita “umana” del personaggio. E neanche ci pensavo a questa possibilità: ma con Ghost of Tsushima, complice forse anche una maturazione personale, ho trovato il piacere nuovo di vedere come le azioni di gioco permettessero al protagonista di cambiare. O meglio, al giocatore di poter attuare strategie diverse a seconda dell’esperienza maturata durante il gioco, cambiare comportamento di fronte alle azioni da intraprendere, ingaggiare in combattimento con tecniche sempre più distanti da quelle che hanno caratterizzato la formazione iniziale del personaggio.

Ho citato precedentemente la coltivazione di un lato oscuro del protagonista, e senza fare alcuno spoiler in quanto tutto è chiaramente descritto nelle varie presentazioni e recensioni del gioco, più si avanza nel gioco, più si accumula esperienza nell’occultamento, nelle azioni più tipiche della guerriglia, nell’uso di bombe e veleni, che tanto più allontanano dall’idea di combattimento caratteristica del budo tanto più tornano utili per uscire vivi dalle mille situazioni e avventure in cui ci si ritrova, soprattutto giocando a livelli di difficoltà più elevati. Perché ovviamente il gioco lo si ricomincia subito dopo averlo finito per provare l’emozione, la difficoltà crescente e la preparazione anche mentale di uno scontro sempre più assimilabile ad uno shinken shobu, dove basta un fendente di un avversario per morire.

Ghost Of Tsushima

Ho provato a ribellarmi a questa naturale evoluzione, cercando una videoludica interpretazione ed esperienza dei principi della spada e ne sono uscito sconfitto. Non c’è niente da fare, il lato oscuro è più seducente: per quanto ci si voglia attenere ai principi etici del combattimento tipico dei samurai, e chiaramente all’interno di un videogioco è possibile, ci si muove sempre più verso modalità di gioco che alla fine riportano all’obiettivo originale, quello di arrivare in fondo comunque, costi quello che costi. La battaglia ideologica tra mongoli, Jin e lo zio diventa sempre più evidente, e come una droga sottile pervade il modo di giocare e ci fa cambiare inesorabilmente.

Non è un lato oscuro alla Guerre Stellari, ma una versione particolare, o forse personale, che tende far scivolare nella facilitazione per ottenere un risultato, a discapito dei precetti che vengono offerti sulla via. Le scorciatoie e il successo veloce hanno sempre un certo fascino perché ci fanno sembrare migliori, soprattutto agli occhi degli altri, ma è proprio questo il problema. Da principiante molto inesperto effettuare la serie completa dei kata ZNKR è stata una cosa che mi sono sforzato di apprendere nel minor tempo possibile, senza avere la possibilità di comprendere cosa stessi facendo. Con il passare del tempo e degli insegnamenti ricevuti ho cominciato a comprendere che non dovevo fare vedere niente a nessuno, che lo iaido che volevo praticare era il mio iaido, inteso come il risultato della mia pratica e del mio impegno seguendo gli insegnamenti dei maestri seppur con tutti i miei limiti, dovendo necessariamente tornare indietro per ricostruire quelle fondamenta che non esistevano. E’ diventato ancora più difficile e doloroso, soprattutto quando è cominciato il confronto, quando ho visto altri fare cose che magari non ero neanche stato in grado di sapere che avrei dovuto fare. Una lotta contro le abitudini e contro la sistematica volontà di vincere contro gli altri piuttosto che contro me stesso: è chiaro che la competizione esiste, e si combatte per vincere, ma la vittoria ricercata per “far vedere” è cosa ben diversa dalla soddisfazione di aver ottenuto un risultato, per quanto grande o piccolo possa essere, grazie all’impegno e alla dedizione, al mettere in pratica gli insegnamenti ricevuti e all’aver lavorato per se stessi. Non ci sono scorciatoie nel budo, e il budo non è solo mettere anima e corpo in una lezione, ma riuscire ad applicare gli insegnamenti nelle azioni semplici della vita quotidiana, attraverso quel complesso insieme di vie interconnesse che dovrebbe portare ognuno di noi a realizzarsi pacificamente.

Ghost Of Tsushima

Ghost of Tsushima è solo un gioco, ma ci offre una possibilità per pensare al cambiamento, a cosa sacrifichiamo, anche a scapito di un risultato più nobile, nello scorrere della nostra vita perseguendo gli obiettivi più disparati, creando, modellando e perfino distruggendo rapporti personali per poterci meglio adattare ad una situazione, con la consapevolezza di quanto si stia facendo e quindi con l’ulteriore sforzo dato dalla lotta interiore nell’accettare l’evoluzione e la migliore comprensione e applicazione dei principi più profondi delle arti marziali e dalla spada.

Senza andare a toccare tasti filosofici o morali, anche solo per godere di una realizzazione grafica appagante al punto da voler semplicemente galoppare per l’isola rapiti dalla bellezza della natura: credo possano esserci molti modi di giocare a Ghost of Tsushima, ed ognuno vale sicuramente il tempo speso in un divertimento che non è chiaramente solo per ragazzini.

Ghost Of Tsushima
Ghost Of Tsushima
Ghost Of Tsushima

lele bo

10 segreti per vincere le gare – 5

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Zanoni vincere una gara di iaido
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Arriviamo al giro di boa, il numero 5 con un’altra banalità:

uscire dalla propria scatola

Il frequentare i seminari, il farsi vedere, conoscere gli altri praticanti, i Maestri, oltre ad essere divertente, se si è appassionati di Iaido, è anche utile.

Il fatto di farsi aiutare da diversi Maestri, di vedere molti praticanti diversi da quelli abituali, fra cui  alcuni tra i più bravi in circolazione in Europa, non può fare altro che arricchirci sia spiritualmente che tecnicamente.

La cosa ha poi un secondo risvolto perché probabilmente alcuni dei Maestri che incontrerete saranno gli arbitri della vostra prossima competizione. Capire quali sono i punti importanti per loro, sentire le loro spiegazioni ci permette di crescere. Inoltre provare a far vedere loro che siamo riusciti a correggere quella data cosa che ci avevano detto al seminario 6 mesi prima ci fa apparire subito sotto una luce diversa.

Non nascondiamoci siamo tutti esseri umani con le nostre virtù ma anche con le nostre debolezze e gli arbitri non sono da meno. Averli conosciuti, aver praticato con loro, aver chiacchierato amabilmente bevendo una buona birra, ma soprattutto dimostrare nella pratica che ascoltiamo, apprezziamo le correzioni e proviamo a mettere in atto quello che si stanno sforzando di insegnarci, ci permette di creare delle relazioni positive.  

La frequentazione, il farsi conoscere e vedere in giro aiuta sicuramente. In qualche modo quando siete su uno shiai se siete conosciuti gli arbitri sanno chi siete e di cosa siete capaci, questo li predispone a guardarvi con attenzione per capire come svolgerete quello shiai. Chiaramente è un arma a doppio taglio e dovete svolgere bene quello shiai.

In conclusione partecipare agli stage ed ai dopo stage ci arricchisce umanamente, tecnicamente e ci rende più facilmente individuabili dagli arbitri.

Claudio Zanoni

l’Aneddoto

Ricordo due anni fa a Kyoto quando ricevetti una telefonata da Rene Sensei che mi diceva di andare ad un ristorante vicino alla stazione dei treni. Non con poca difficoltà io e Danielle siamo riusciti a trovare il ristorante e ci siamo ritrovati a cenare con Ishido Sensei, Matsuoka Sensei, Morishima Sensei, Kinomoto Sensei ecc., mi sono sentito sommerso dai Dan e piccolo piccolo, ma che serata ragazzi e che bei discorsi sullo Iaido!!  Anche il dopo stage aiuta a far crescere il nostro iaido. Danielle me lo ricorda spesso!!

Budo Q&A 2021 by Louis Vitalis Sensei

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Budo QA 2021 vitalis sensei
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Venerdì 12 marzo ho avuto il piacere di assistere al (primo) webinar di Louis Vitalis Sensei: Budo Q&A 2021.

Purtroppo solo i primi 100 utenti sono riusciti a collegarsi, lasciando al di fuori tante altre persone ed è questo il motivo per cui abbiamo pensato di riportare in questo articolo alcuni dei concetti trattati durante la riunione. L’organizzatore (dojo Yushinkan di Amsterdam, Elaine sensei & David sensei) ha già dichiarato che il limite dei 100 utenti verrà incrementato già dal prossimo incontro.

Il motivo di questo (e dei prossimi) webinar viene subito chiarito da Vitalis Sensei: il Budo non è solo allenamento fisico ma anche mentale. Nella parte mentale è compresa anche la storia e la teoria. Se la pandemia ci costringe a fermarci sul piano fisico possiamo sempre “allenare” la parte teorica in modo da essere pronti e reattivi quando si potrà riprendere la pratica regolare, delle nostre arti marziali.

L’obiettivo è pertanto rispondere ad alcune domande sul budo, non inerenti a dettagli delle singole tecniche, quanto piuttosto a concetti più generali, al fine di accrescere la nostra conoscenza teorica e pratica, sviluppare e formare il nostro carattere, migliorare il nostro rapporto con gli altri.

Ricordo che Louis Vitalis Sensei è Kyoshi 7° dan di kendo, Kyoshi 7° dan di Jodo e Kyoshi 7° dan di Iaido.

Questi i macro argomenti trattati durante il webinar:

  • KATEI ENMAN
  • GEI NI ASOBU
  • SEITO & DESHI
  • Approccio scientifico alla pratica nel Budo
  • Il contesto sociale dei praticanti giapponesi e degli europei
  • La postura da adottare quando si segue un seminario
  • Influenza di Reiho sulle tecniche
  • Hasso no Kamae

KATEI ENMAN

La prima volta che Vitalis Sensei andò in Giappone fu nel 1977 quando aveva 17 anni.

Il suo primo maestro di kendo fu Edo Kokichi Sensei e, il primo insegnamento che ricevette – durante la sua seconda visita in Giappone nel 1979 – non fu la spiegazione di una tecnica ma un concetto che era la base per poter intraprendere seriamente la “via”. Edo Sensei definì questo concetto chiamandolo Katei Enman.

Non era un concetto strettamente legato al budo.

Katei significa casa, famiglia; Enman significa calma, tranquillità.

Edo Sensei disse:

se vuoi intraprendere seriamente la via del Budo per tutta la vita, hai bisogno di vivere un rapporto calmo e tranquillo in famiglia.

Vitalis Sensei è stato fortunato perché Jolanda, moglie e compagna di vita, è stata anche lei una favolosa Kendoka, per cui non ha mai avuto problemi per tutti gli impegni, week-end compresi, in dojo, insegnando o arbitrando. Ha però incontrato molti validi Budoka che non avevano abbastanza comprensione e consenso in famiglia, il che li ha fatti abbandonare completamente o ridimensionare drasticamente le loro ambizioni nel Budo.

Non si tratta di diventare professionisti del Budo ma se la nostra ambizione è partecipare ad un campionato europeo o raggiungere la soglia del sesto, settimo o ottavo dan, per fare solo due esempi, allora è fondamentale tenere costantemente l’attenzione al Budo senza essere distratti da stress derivanti da situazioni familiari contrastanti.

GEI NI ASOBU

Questo concetto Louis Vitalis Sensei lo aveva già introdotto durante uno dei suoi ultimi seminari di Jodo a Bari, donandoci anche una stampa con la riproduzione della cornice contenente la calligrafia Gei Ni Asobu, presente tutt’oggi al Kodokan, nella cittadina di Mito, prefettura di Ibaraki.

Gei Ni Asobu, Kodokan building in Mito City, Ibaraki Ken

Il Kodokan era una famosa scuola di samurai, dove ai samurai venivano insegnate tutte le arti e le scienze ritenute una buona educazione nel tardo periodo Edo.

Gei significa: Arte (con lo stesso significato che ha in Arte Marziale); Ni Asobu significa: da godere, da vivere.

Gei sta per tutte le arti in cui sono stati istruiti i Samurai, potremmo tradurlo oggi con la parola Budo.

Quindi il senso di Gei ni Asobu potrebbe essere: per continuare a studiare il Budo per molto tempo, devi continuare a divertirti e godere di quello che fai.

Lo studio di questa Arte non è più finalizzato al combattimento ma ha lo scopo di arricchire la salute mentale e fisica, per questo motivo se non si prova piacere nel farlo, si smetterà ben presto.

Già alla fine del periodo Edo (1603-1868), i Samurai di Mito scoprirono questo principio fondamentale, e questo meraviglioso concetto è diventato, da diversi anni, il motto di Vitalis Sensei.

se vuoi continuare lo studio di qualsiasi arte per molto tempo, dovrai AVERE PIACERE a farlo

SEITO & DESHI

La traduzione di Seito è Studente; Deshi significa discepolo (nel campo dell’arte e non in quello religioso).

E’ importante capire questa differenza che nel mondo delle Arti Marziali è tutt’altro che sottile.

Entrambe le parole indicano un certo legame tra allievo e maestro che va ben al di là del poter affermare che si è allievi di un Sensei solo perché si è partecipato ad un seminario o perché si è frequentato il dojo del Maestro.

Seito indica gli studenti che seguono in modo continuativo un Sensei e che si abbia quanto meno un rapporto di conoscenza tra allievo e Maestro. Se si pratica per un certo periodo di tempo in Giappone, in un dojo, non necessariamente si diventa “allievo” del sensei.

Deshi identifica un legame ancora più profondo tra allievo e Maestro, una relazione basata sulla fiducia. Ci si può dichiarare Deshi solo quando è il Maestro a conferire questa carica. Per fare un esempio, Ishido Sensei ha solo 6 Deshi in Europa.

Approccio scientifico alla pratica nel Budo

Questo argomento è scaturito da una domanda di Andy Watson Sensei che chiedeva proprio in che modo gli insegnanti di Kendo di Vitalis Sensei abbiano introdotto un approccio scientifico negli allenamenti di Arti Marziali.

Uno dei fondatori del Kendo, Takano (Sasaburo) Sensei, scrisse un libro sul Kendo in Giapponese antico, lingua ad oggi difficilmente traducibile anche per gli stessi giapponesi. Solo nel 1972, un suo allievo, Mistuhashi Sensei (che fu, a sua volta, maestro del già citato Edo Sensei), scrisse una nuova versione di quel libro, dando una sorta di approccio scientifico che era completamente nuovo per il Budo.

Da allora il Kendo si è diffuso tantissimo e ci sono molti tipi di approcci scientifici, tra cui:

  • ricerche statistiche (es. tecniche che hanno più successo o quali punti vengono messi a segno più di frequente);
  • Ricerche sul metodo di allenamento (confronto tra i metodi di allenamento di diversi team);
  • Ricerche mediche (gli impulsi che arrivano al cervello durante la pratica);
  • Ricerche storiche;
  • Ricerche di bio-meccanica.

Il contesto sociale dei praticanti giapponesi e degli europei

E’ la volta di Jock Hopson Sensei che chiede un’opinione sulle diverse tendenze sociali / finanziarie / educative / politiche tra i praticanti di Budo in Giappone ed il relativo confronto con i praticanti europei.

Arti Marziali come Kendo, Judo e Karate hanno un comun denominatore: in queste c’è un combattimento libero “reale” come forma di competizione. Per contro, Iaido, Jodo, Kyudo hanno gare, ma non c’è un combattimento vero.

Kendo, Judo e Karate sono anche praticate da molte più persone rispetto a Iaido, Jodo e Kyudo.

Questo vuol dire che tra i praticanti di Kendo, Judo e Karate è possibile trovare ricchi e poveri. I contesti sociali saranno i più vari.

Solitamente i praticanti di Iaido, Jodo e Kyudo, Arti Marziali più “culturali” che sportive, vivono in contesti sociali più agiati.

Dovunque è possibile trovare un dojo di Kendo, invece i dojo di Iaido e Jodo sono molto meno numerosi. Jodo è addirittura inesistente in alcune prefetture giapponesi.

In Giappone ci sono molti gruppi diversi che praticano Budo ed in contesti sociali molti differenti. La popolazione del Budo al di fuori del Giappone è di solito composta da persone curiose di indagare altre culture.

La postura da adottare quando si segue un seminario

Altra domanda posta a Louis Vitalis Sensei su come bisognerebbe stare (in piedi / seduto) ad un seminario di Iaido durante la spiegazione da parte di un Sensei giapponese.

Il consiglio è semplicemente di evitare di attirare l’attenzione su di se. Si può stare in seiza (in ginocchio) o in piedi. Se si rimane in ginocchio evitare assolutamente che i piedi sporgano in avanti, con le mani sul pavimento!

In piedi, evitare di incrociare le braccia e non piegarsi sull’arma.

Influenza di Reiho sulle tecniche

Si, il Reiho ha influenzato sicuramente le tecniche fondamentali del Budo.

Nello iaido moderno ci sono molti kata in Seiza ma nelle antiche scuole di combattimento (Iaijutsu) non esistevano kata in ginocchio. Questo perché sarebbe stata una posizione non adatta ai campi di battaglia.

Quindi non c’è dubbio che la posizione di Seiza sia una sorta di modo artificiale di sedersi, che porta a tecniche di estrazione della spada che sono uniche per questa posizione.

Hasso no Kamae

La posizione corretta del “moderno” Hasso no Kamae è stata definita dalla ZNKR, ma in passato ogni scuola aveva il suo Hasso no Kamae.

Budo QA 2021 vitalis sensei
1) Hasso no Kamae di Takano Sensei.
2) Hasso no Kamae di Yagyu Shinkage Ryu chiamato anche Kasumi no Kamae

E’ probabile che l’attuale Kamae derivi dal Moku no Kamae della Itto Ryu e dal Hasso no Kamae della Shinkage Ryu.

Nel moderno Hasso no Kamae le braccia sono in una posizione “comoda” che non le stanca come per esempio avviene con Jodan o Chudan.

Secondo Takano Sensei, Hasso no Kamae non è un posizione d’attacco, ma una posizione da cui si può osservare l’avversario e, se necessario, passare rapidamente all’attacco.

Conclusioni

Grazie mille a Louis Vitalis Sensei per questo interessantissimo webinar.

Personalmente ho imparato molto da questo webinar. Sono sempre stato convinto che per progredire in un’arte Marziale la sola pratica “fisica” fosse insufficiente. Avere la possibilità di approfondire la parte teorica e culturale tramite sessioni di domande e risposte, condotte e gestite da uno dei Deshi di Ishido Sensei, è un’occasione da non lasciarsi scappare.

Il prossimo webinar è fissato per il giorno 2 Aprile p.v. dalle 20:00 alle 21:00.

Per maggiori informazioni è possibile consultare il sito web della Confederazione Italiana Kendo alla pagina: https://confederazioneitalianakendo.it/eventi/qa-with-louis-vitalis-sensei-boost-your-budo-knowledge-2/

Disclaimer

Quanto scritto in questa pagina deriva da mie interpretazioni e riflessioni su quanto espresso da Vitalis Sensei durante il webinar. Pertanto mi scuso in anticipo per eventuali inesattezze dovute a problemi di comprensione.