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Jiriki

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Jiriki

JIRIKI (自力)

Ci vuole forza ed energia per praticare, a volte in condizioni ostili e faticose. Il budoka, questa energia, la deve trovare in se stesso.

Questa forza non può essere surrogata da elementi esterni a noi stessi, artificiali o naturali che siano.
Per trovarla in noi occorre la volontà di seguire la Via che abbiamo scelto per raggiungere i nostri obiettivi. Passione, volontà e motivazione, sono quindi gli unici stimoli che ci possono permettere di sviluppare questa forza, chiamata jiriki.

Per trovarla occorre perseverare nella pratica, e nello studio della disciplina scelta, a volte, contro la nostra stessa indole o volontà, come in quelle sere in cui stanchi fisicamente e mentalmente, vorremmo sdraiarci sul divano con un bel libro in mano e invece, mettiamo il gi nella borsa, prendiamo la spada e andiamo in dojo per un paio d’ore di pratica e di ulteriore fatica.

Oppure come quando la nostra mente ci suggerirebbe di non sottoporci al giudizio altrui e di affrontare lo stress che ne deriva, ma noi non rinunciamo a presentarci ad una competizione o ad affrontare un esame.

Questa è jiriki, la forza che noi e solo noi stessi possiamo creare e mettere in campo.

自 JI = se stesso.
力 RIKI = energia, potere, potenza.

È una forza che non può essere né insegnata né studiata, va ricercata nel nostro intimo, allenata ed usata al momento opportuno.
Jiriki può essere anche tradotto come auto-aiuto, ovvero quella forza più mentale che fisica che ci permette di praticare con finalità ben delineate, nei tempi e nei modi prestabiliti.

Quando questa forza viene a mancare, allora sarà nel lavoro, nello studio, nella famiglia ed in mille altri obblighi e impegni che troveremo una scusa da presentare per giustificare con gli altri, ma soprattutto con noi stessi, la nostra assenza, o meglio ancora, la nostra debolezza, la nostra mancanza di jiriki.

Per altro non c’è nulla di male a cedere, a rinunciare, ad abbandonare la Via, può capitare che la passione per la pratica venga a mancare demotivando il nostro impegno. Basta che si sia consapevoli e responsabili del fatto che la scelta dipende esclusivamente da noi e non da fattori esterni.

10 segreti per vincere le gare – 6

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Zanoni vincere una gara di iaido
English version here

Per il  numero 6 ho lasciato

l’abbigliamento

Ci sono un sacco di riti scaramantici che coinvolgono il vestire, calciatori che usano sempre gli stessi calzettoni, giocatori di Football Americano che non lavano e usano sempre gli stessi indumenti intimi fino a che continuano a vincere ecc. ecc. Se ci credono atleti che per ogni prestazione sono pagati fior di quattrini perché non dovrebbe funzionare per lo iaido?

Ovviamente anche io sono stato traviato dalla scaramanzia e quindi faccio parte del gruppo di esseri umani che non ci credono ma…. male non può fare.

Quando ho iniziato a gareggiare tiravo prevalentemente in nero. Poi per il primo campionato Europeo in Italia ho deciso di vestirmi di bianco, avevo appena acquistato un keikogi bianco molto bello ed ho deciso di provare a tirare con quello, imitando Andy che da sempre ho visto tirare in bianco.

E così dopo quella strana esperienza, che peraltro ha visto la mia prima vittoria in un campionato Europeo, mi sono sempre vestito di bianco, ma non solo, sempre la stessa Hakama, lo stesso Keikogi, lo stesso obi e lo stesso Zekken, ovviamente lavato e stirato dopo ogni competizione…. Non esageriamo!

P.S. un’altra cosa che non faccio mai è rivestirmi, come inizio al mattino finisco la sera…. Assolutamente. 

Claudio Zanoni Iaido EIC

l’Aneddoto

Durante il campionato Europeo di Parigi del 2007 si è quasi interrotto il mio amore per il bianco. Durante le pools nel primo shiai con Cenginzalp, alzandomi per fare Ukenagashi, l’Hakama è rimasta pizzicata sotto il piede facendomi commettere una piccola imperfezione salendo. Ricordo che nella mia mente in quel momento ci fu un turbinio di sensazioni dell’arrabbiatura all’odio per l’hakama. Fortunatamente vinsi quello shiai 2 a 1 e vinsi anche il campionato. Il bianco ancora una volta mi aveva aiutato.

Le origini del Jodo

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Le origini del jodo

Jodō significa letteralmente “La via (道 ) del bastone (杖 jo)” ed è un’arte marziale giapponese che utilizza appunto un bastone di legno (Jo) in opposizione ad una spada di legno (Tachi, Bokken).

Perché mai un semplice bastone di legno dovrebbe ispirarci ad intraprendere una via marziale?

La risposta va ricercata, forse, in quelle che sono le origini di questa arte marziale.

Sono pochi quelli che praticano il Jodo ma in tanti conoscono invece il più famoso samurai di tutti i tempi: il leggendario Miyamoto Musashi (1584–1645). Il suo libro dei cinque anelli risulta essere un must per chiunque voglia approcciarsi ad un’arte marziale giapponese, e in questo libro lo stesso Musashi dichiara di non aver mai perso un combattimento con la spada (katana).

Il LIbro dei Cinque Anelli, Miyamoto Musashi
Miyamoto Musashi, Gorin no Sho, Il libro dei cinque anelli

Eppure la leggenda narra che ci fu, nel Giappone del XVII secolo, un guerriero che riuscì ad infrangere il record di imbattibilità di Musashi, sfidandolo e battendolo semplicemente con un bastone di legno.

Si tratta di un sacerdote shintoista, addestrato nell’arte del bastone bo (bojutsu) il cui nome è Musō Gonnosuke Katsuyoshi.

La tradizione vuole che Gonnosuke sfidò Musashi usando un (bastone lungo), un’arma che si diceva brandisse con grande abilità. Il duello fu vinto da Musashi che però, sorpreso dalla grande abilità posseduta da Gonnosuke e spinto da uno spirito di profondo rispetto, gli risparmiò la vita.

Gonnosuke poi si ritirò in un santuario shintoista, nell’odierna Prefettura di Fukuoka, per meditare. Dopo un periodo di purificazione, meditazione e addestramento, Gonnosuke affermò di aver ricevuto una visione divina. Accorciando la lunghezza del bastone da circa 185 cm a 128 cm, poteva aumentare la versatilità dell’arma, dandogli così la possibilità di utilizzare tutte le tecniche conosciute del bastone lungo, della katana e della naginata (alabarda).

Iniziò quindi ad allenarsi con questa nuova arma – il Jō – inventando un nuovo stile che chiamò Shintō Musō-ryū.

Decise che era giunto il momento di sfidare nuovamente Miyamoto Musashi utilizzando solo il suo fidato Jo, e incredibilmente, riuscì a sconfiggerlo.

Restituendo la cortesia ricevuta durante il loro duello precedente, Gonnosuke risparmiò la vita di Musashi.

Questa ovviamente è la versione dei fatti tramandata dalla scuola Shintō Musō-ryū. I resoconti dei testimoni della vita di Musashi, così come i suoi scritti, insistono sul fatto che si ritirò dal duello imbattuto.

Ciò che si sa, tuttavia, è che Gonnosuke alla fine divenne l’istruttore di arti marziali per il clan Kuroda del Kyushu settentrionale, dove il jōjutsu rimase un’arte esclusiva del clan.

Fu solo all’inizio del 1900, dopo 300 anni, che agli estranei fu permesso di apprendere le tecniche della scuola, e fu Shimizu Takaji (1897-1978), considerato uno dei migliori allievi del clan Kuroda, il responsabile della sua modernizzazione e divulgazione sotto il nome di “Jodo” (1940).


Shimizu Takaji sensei
Shimizu Takaji sensei

A Shimizu Takaji va anche il merito di aver sviluppato, dalle 64 forme di Koryu di Jodo (scuola antica), una nuova sequenza di 12 forme, con il nome di Zen Ken Renmei Seitei Jodo, o Seitei Jodo in breve, utilizzate e studiate fino ad oggi.

Dalla sua morte, il Jodo si è diffuso grazie al lavoro dei suoi studenti sia in Giappone che all’estero. Il Jo è stato anche adottato negli anni dalla Tokyo Metropolitan Police come arma di difesa.

Oggi il Jodo della Zen Nihon Kendō Renmei (All Japan Kendo Federation), si concentra sullo studio di questi 12 kata e di 12 tecniche di base denominate kihon.

Per maggiori informazioni, approfondisci tramite la pagina dedicata al Jodo o contattaci.

Dojo’s Café – Ricetta dei Gyoza giapponesi

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Dojo-Cafe Cucina Giapponese

Nono appuntamento con la cucina giapponese.

Cristina ci spiega storia e ricetta di uno dei piatti più amati in Giappone (e non solo): i Gyoza.

Dojo’s Café

Nel video, Cristina spiega la ricetta dei Gyoza giapponesi.

INGREDIENTI (per ca. 30 ravioli):

  • 200 g polpa di maiale tritata
  • 200 g cavolo cinese
  • 2 cipollotti
  • 2 spicchi d’aglio
  • 15 g zenzero fresco
  • mezzo cucchiaino di sale
  • 1 cucchiaio di salsa di soia
  • 1 cucchiaino e mezzo di sakè
  • 1 cucchiaino e mezzo di olio di sesamo tostato
  • farina per spolvero
  • 30 dischetti di pasta 

per la cottura:

  • un cucchiaio di olio di girasole
  • 60 ml d’acqua 
  • mezzo cucchiaino di farina

salsa:

  • shoyu
  • aceto di riso
  • olio di sesamo piccante

Itadakimasu – Nihon Riori for Dummies

Ed ecco a voi il pdf con la storia dei Gyoza (i ravioli brasati), i diversi stili di cottura, i famosi Hanetsuki Gyoza (i ravioli con le ali, che sono i protagonisti del video di questa puntata) e soprattutto la spiegazione di come preparare la pasta dei ravioli.

Per una consultazione più agevole, scarica il pdf tramite il bottone qui sotto.

Buona cucina a tutti…