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Juntō, la spada che dà la grazia

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Il-seppuku-in-Giappone

Il 7 dicembre ho avuto occasione di partecipare alla lezione di koryu diretta da Borra sensei e Zanoni sensei. Ovviamente, trattandosi del primo di una serie di incontri mirati a familiarizzare con la scuola antica cui il nostro dojo è legato, è stata affrontata shoden.
Shoden è composta da Shohattō, Satō, Utō, Ataritō, Inyō Shintai, Ryūtō, Juntō, Gyakutō, Seichūtō, Korantō, Inyō Shintai Kaewaza (noto anche come Sakate oppure Gyakute Inyō Shintai) ed infine Battō. In questo articolo mi concentrerò su Juntō.
Juntō è un kata avvolto da un alone di struggente mistero: ogni volta che viene sfiorato durante una lezione di koryu, il sensei precisa che è un kata da non presentare in nessuna esibizione, da non portare in gara e da non usare per gli esami. La ragione è semplice: in Juntō non stiamo combattendo, bensì ci caliamo nei panni del kaishakunin.


Chi era il kaishakunin? Solitamente, soprattutto perchè il tempo è tiranno, si tende a liquidare la cosa spiegando che il kaishakunin era il migliore amico del guerriero immaginario, che in Juntō si trova in ginocchio, intento a compiere un suicidio onorevole (da qui in avanti, seppuku).
Chiaramente è impensabile offrire, nello spazio di un articolo di blog, una lettura esaustiva sul tema del seppuku. Mi piacerebbe riuscire a fornire un’infarinatura sul tema, in modo che i praticanti che si apprestano ad eseguire Juntō possano farlo con maggior consapevolezza.

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Iniziando dalle basi, la cultura giapponese è molto lontana da quella europea per quanto riguarda metafisica e idealismo, alle quali predilige un’attenzione verso il qui ed ora, potremmo chiamarlo un fenomenismo che riconosce l’unico assoluto nel mondo sensibile. Questo significa che, sebbene ci siano state correnti buddhiste vicine all’idea di preoccupazione per la salvezza dell’anima e perfino speranze in un altro mondo a venire, non è questo il pilastro del loro panorama concettuale. Ogni gioia e ogni dovere si trova in questa vita terrena. Il concetto di morte viene influenzato da questa visione del mondo, perchè la decisione di morire non è più così vessata dal timore di qualcosa d’eterno che verrà dopo. L’unica pressione viene da un’autorità immanente: se il mondo in cui viviamo è l’unico e sommo Bene, va servito con devozione e in caso in cui ci si riconosca in torto verso questo dio-mondo-presente, bisogna espiare.


Abbandonando la prospettiva generale che abbiamo costruito, facciamo un passo avanti ed entriamo nel contesto storico del Giappone percorso da costanti guerre fra clan. Il suicidio era uno strumento molto versatile: i capi militari sconfitti potevano privare gli avversari del trionfo nell’umiliarli, il guerriero insoddisfatto dalla propria sconfitta poteva punirsi in maniera esemplare, il vassallo virtuoso (in termini di Budo, non cristiani) era così votato al servizio del proprio signore da uccidersi per seguirlo. La morte volontaria in un certo senso tornava utile anche, passatemi il termine, allo Stato: senza nessuno in piedi per tramar vendetta, certo era più facile creare un contesto di quiete. Gli appassionati di L5R riconosceranno in questo Bayushi Tanden: “A living enemy is dangerous. A dead enemy is dead. Better to have a graveyard of dead enemies than a single angry one”.

seppuku


Fin dal concilio di Arles del 452 noi europei di matrice cristiana tendiamo a condannare il suicidio come un atto diabolico, irrazionale, folle. Ci vuole un certo sforzo per comprendere quindi una realtà completamente diversa.
Il gesto esatto del seppuku come lo conosciamo oggi, lo squarciamento del ventre, risale al XIII secolo. Secondo la codifica, la lama corta (wakizashi) andava affondata nel fianco sinistro e tirata fino al destro, quindi, per eccezionale virtù, era previsto che ci si aprisse in verticale dall’epigastrio all’ipogastrio. Allora e solo allora ci si poteva pugnalare dritti al cuore.

Il suicidio assistito, o kaizoebara, arriva durante i disordini dell’era Shokyu (1219-1222). Qui incontriamo la scena che abbiamo imparato a riconoscere, a grandi linee, in Juntō: il suicida è in seiza, mentre una seconda persona sta dietro di lui con la spada pronta a troncare di netto la testa in una sorta di colpo di grazia. Pian piano l’arte del seppuku si perfezionò, raggiungendo l’aspetto di un vero e proprio kata rituale.
Il kaishakunin poteva essere un vassallo come un amico fedele, un parente, ma anche un avversario del quale il suicida aveva in qualche modo guadagnato il rispetto. Provvedendo alla decapitazione con un gesto pulito e preciso il kaishakunin assolveva a diverse funzioni, che secondo me il praticante dovrebbe sforzarsi di comprendere, per coltivare i migliori sentimenti di compassione e rispetto durante l’esecuzione del kata.

Seppuku-Arma


Partendo dal basso, con la decapitazione il suicida smetteva di provare dolore. Restando sul piano materialistico, il seppuku permetteva al guerriero di conservare un minimo di dignità: non sempre le sue proprietà venivano confiscate, inoltre non veniva sottoposto a torture e strazi umilianti, e la famiglia poteva ricevere la testa – previa accurata pulizia – per la sepoltura. Bisognerebbe riflettere attentamente sui famigliari del suicida, perchè in un contesto quotidiano così preponderante morire sapendo di condannare la propria famiglia all’infamia (e all’espropriazione di ogni terra e avere) sicuramente non significava andarsene in pace nè in grandezza. In ultimo, su un piano filosofico e sociale, il kaishakunin era parte necessaria e importante dell’ultima e suprema decisione compiuta dal suicida, che esercitava così la sua volontà nel dio-mondo e mostrava la purezza del suo spirito.


Il seppuku non era un diritto, bensì una grazia della quale il kaishakunin si faceva agente, e sebbene si tenda oggi a vederlo come l’emblema romantico di una casta votata alla virtù guerriera, non dobbiamo dimenticare che dietro le armature c’erano persone che non vivevano di soli valori marziali. Persone che amavano, soffrivano, avevano famiglie e vite come le nostre. Perciò vi incoraggio a pensare al vostro ruolo in Juntō consapevoli della gravità e della grandezza legati ai movimenti che andrete a compiere in qualità di kaishakunin.

Chiara Bonacina, 3 dan

Percepire se stessi

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Percezione

Cambiare è difficile. Ne abbiamo avuto un esempio il passato week end con il Maestro Nakano, che ha molto insistito su alcune cose di base dello iaido della ZNKR. Nonostante fossero concetti chiari e noti le persone che dovevano fare l’esame non sono riuscite a produrre un reale cambiamento nel loro iaido.

Ci sono molti fattori che ci bloccano nel nostro evolverci,  uno di questi è sicuramente la mancanza di percezione. Non riusciamo a capire  che facciamo quell’errore, non lo percepiamo e quindi non ci facciamo attenzione o peggio ancora continuiamo a ripetere lo stesso movimento convinti che sia quello  giusto. Usando sempre lo stage di domenica come esempio, tutti abbiamo visto come il Maestro Nakano continuasse a sottolineare l’importanza della posizione hitoemi nel decimo kata ma pochi fra gli 8 candidati all’esame di 5° dan si impegnavano veramente nel  modificare questo punto, convinti che le osservazioni non riguardassero il loro iaido. 

Sentiamo ma non ascoltiamo, vediamo ma non guardiamo veramente. In questa mancanza di percezione c’è uno degli ostacoli al cambiamento. 

La difficoltà al cambiamento e la scarsa consapevolezza che mostriamo rispetto ai movimenti che compongono il nostro iaido è una delle cose su cui Claudio ed io ci scambiamo molte opinioni ultimamente e di cui discutiamo in dojo.  Alberto una sera ci ha parlato della propriocezione, fornendoci un punto di vista esterno al mondo dello iaido ma pienamente utilizzabile per capire le nostre difficoltà nel cambiare. Gli abbiamo ovviamente chiesto di scrivere quanto ci stava dicendo.

Danielle Borra, kyoshi 7 dan

Kangeiko-2019

Fin da piccoli siamo abituati ad utilizzare i nostri sensi, tra i quali è preponderante la vista. Gli altri sensi sono egualmente conosciuti da chiunque, con l’eccezione di un tipo di percezione appartenente ad un particolare sistema che utilizziamo tutti i giorni, spesso senza accorgercene, e che non viene incluso nei classici cinque sensi, ma forse meriterebbe la stessa attenzione: la propriocezione.

Letteralmente inteso come la percezione di sé, questo “sesto senso” rappresenta la nostra capacità di percepirci nello spazio che ci circonda, la capacità di percepire la nostra postura e la posizione delle singole parti del nostro corpo, indipendentemente dall’ausilio della vista. Il sistema che lo governa è estremamente complesso, come quello di tutti gli altri sensi e come tutto ciò che riguarda l’essere umano. All’interno dei nostri muscoli e tendini, delle nostre articolazioni e della cute sono presenti organelli sensoriali che hanno lo scopo di informare costantemente il nostro cervello su qualunque variazione di lunghezza o tono delle nostre fibre muscolari, sulla posizione dei segmenti ossei articolati tra loro e sugli stimoli pressori e vibratori, inviando impulsi che raggiungono i centri superiori attraverso il midollo spinale. Tutto questo sistema comunica anche con un altro senso spesso dimenticato, ovvero l’equilibrio, e con la parte del sistema nervoso più importante per l’apprendimento motorio, ovvero il cervelletto, responsabile anche della coordinazione e precisione dei movimenti. Mettendo insieme gli input provenienti dall’orecchio interno (dove risiede l’organo dell’equilibrio, assieme a quello dell’udito), dal cervelletto e dal midollo spinale, il nostro cervello può elaborare questa grande quantità di informazioni e avere un’idea della posizione della nostra testa e del nostro corpo nello spazio, in ogni istante, in staticità o in movimento, così da inviare impulsi ai muscoli per attuare le dovute modificazioni posturali. Molto spesso nella riabilitazione dopo traumi e lesioni si praticano esercizi propriocettivi, per recuperare il controllo della propria postura o anche per abituare il proprio corpo al nuovo eventuale “status quo”, ma in realtà qualunque sportivo (per non dire anche qualunque essere umano) beneficerebbe di un allenamento propriocettivo: pensiamo ad una corsa su di un terreno sconnesso, o ai percorsi per bici da cross, il tutto magari in situazioni di scarsa visibilità.

propriocezione

Tutto questo cosa c’entra con la pratica dello Iaido? C’entra con il fatto che tendenzialmente non siamo stati molto abituati a percepire il nostro corpo, non ci è mai interessato più di tanto; fintanto che, occhio e croce, riusciamo a reggerci in piedi e a camminare e correre senza cadere, lo consideriamo un successo. Eppure, quando iniziamo a praticare Iaido ci rendiamo conto che un piede spostato di 30° non è un piede spostato di 45°, i nostri maestri ce lo ripetono fino alla nausea, noi lo sappiamo, lo capiamo, ma non sempre lo percepiamo. Questa mancata percezione delle piccole differenze potrebbe essere dovuta in parte ad una tendenza ad essere abitudinari, ovvero a non modificare movimenti e posizioni che abbiamo trovato confortevoli per mesi o anni, e in parte forse ad una vera e propria disattenzione e ignoranza nei confronti della nostra propriocezione.

Lungi da me parlare di quale sia un adeguato allenamento propriocettivo, di come si possa migliorare tutto il sistema o di chi ne abbia più bisogno di altri, non ne ho la competenza né un’adeguata conoscenza. C’è però una nozione basilare che può aiutarci prima di tutto: la propriocezione è più difficile da allenare e comprendere in velocità. Se ogni volta che eseguiamo un kata lo facciamo alla velocità massima di cui siamo capaci, concentrandoci sull’essere aggressivi come se fossimo ad una gara e sul far fischiare la lama, difficilmente porremo attenzione sull’atteggiamento delle singole parti del nostro corpo. Sarebbe dunque più utile ogni tanto rallentare e concentrarsi su cosa stanno facendo i nostri arti, dalle porzioni più vicine al tronco a quelle più periferiche, anche grazie al supporto della vista inizialmente, che siamo molto più abituati ad usare. Quando si impara a suonare uno strumento si utilizzano metodi simili: imparando lentamente il brano manteniamo il controllo su ogni movimento delle mani, su ogni dito, i nostri occhi si spostano dalle nostre mani allo spartito freneticamente; solo successivamente l’attenzione si può spostare sui dettagli, sulla velocità adeguata, sul colore che vogliamo dare, sulle emozioni che vogliamo suscitare, lasciando libere le dita di andare “con il pilota automatico inserito” sui tasti giusti.

cervello

Qualora però identificassimo un errore basilare e strutturale, anche in una fase di studio avanzato, l’unico modo per correggerlo sarebbe tornare indietro, dimenticarsi di tutto il resto, e riprendere a eseguire lentamente quella singola parte in cui sbagliamo, cercando di recuperare il controllo su ogni dito. Tornando a nominare il cervelletto e l’apprendimento motorio, ci sono vere e proprie modificazioni plastiche nel nostro sistema nervoso quando si ripete lo stesso movimento: il nostro cervello e il nostro corpo si abituano alla ripetizione, rafforzando le sinapsi, anche per questo motivo è tanto più difficile correggere o cambiare qualcosa a cui siamo così radicalmente abituati, rispetto ad imparare qualcosa di nuovo.

In poche parole, come dicono i nostri bravi maestri, “per cambiare qualcosa, qualcosa deve cambiare”, ma cambiamenti piccoli in pratiche molto radicate nella nostra mente richiedono rivoluzioni di grande portata, un passo alla volta, finanche ritornando alle basi.

Alberto Cramarossa, mudan

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©  L’illustrazione esplicativa sul significato di propriocezione, percezione ecc. è stata estrapolata da The neuroscience of body memory: From the self through the space to the others.

EIC Atene 2019: tre prospettive

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Italia Europei di Iaido

Sveglia presto. Doccia veloce. 1 minuto per vestirsi. Colazione al volo.
Si parte. Si sa già cosa fare.
Ognuno è al proprio posto.
I ragazzi non devono pensare.
I ragazzi devono essere tranquilli.
I ragazzi devono solo agire.
Occhi arguti che osservano e ricordano.
Piedi veloci per trasmettere e registrare.
Cervello esperto che analizza e dirige.
Mirmidoni nell’arena come leoni.
Staffette sugli spalti come neuroni.
Stratega come oracolo.
Nervi tesi. Denti digrignati. Respiri trattenuti.
Battersi più che vincere.
Unità più che personalità.
Attimo più che eone.
Fine.
Si torna a respirare, del risultato non importa, ognuno era al proprio posto.
Tutti erano sincronizzati come gentiluomini ad un valzer, tutti erano coordinati come veterani in trincea, tutti erano concentrati come neurochirurghi davanti ad un cranio reciso.
Ora, contenti del risultato portato a casa, davanti ad una birra, ci dimentichiamo gli scaltri sguardi affilati che ci scambiavamo per prevedere le mosse del nemico e sopraffarlo.
Ora, con un altra birra cerchiamo di dimenticare di come stridevano i nostri denti in reazione alla tensione, di come scricchiolavano i nostri tendini ansiosi, delle tempie martellanti che rallentavano il tempo.
Ma, domani, torneremo a cercare tutto quello che oggi cerchiamo di dimenticare.
Il perché non lo sappiamo o forse sì.
Ma non ci interroghiamo.
Ci siamo trovati, tutti, a cercare conforto in una spada.
Siam fatti così…

Alberto B., mudan

Finale-Chiara-Clementine

Canto d’inverno dei Furor Gallico risuona a basso volume dal mio cellulare, posato sul comodino. Sono le cinque e i miei occhi sono aperti già da un’oretta. Sguscio di soppiatto fuori dal letto, causando comunque un sonoro sbuffo da parte di Iron. Indosso per la terza volta quest’anno la tuta della Nazionale. Il tempo passa veloce, in un attimo sono in macchina e il panorama davanti ai miei occhi scorre familiare. Ecco Claudio e Danielle, ecco Andrea. In un batter d’occhio siamo sulla navetta per Malpensa, poi sull’aereo dove Whatsapp è forzato al silenzio. Claudio, che non ha mai scordato la mia sbadataggine a Berlino, mi ricorda di non dimenticare niente a bordo. Ormai è quasi un rito. Restiamo io e la mia musica “da campionato”: Tarja Turunen, Lzzy Hale, Chester Bennington.

Atene, che per me fino a quel momento era esistita solo sui libri di storia e di filosofia, ci accoglie con un temporale abbastanza intenso da lasciare la metropolitana senza corrente. Non tutto il male viene per nuocere: viaggiamo in taxi fino all’albergo, raccogliendo Vittorio strada facendo. Vittorio è al suo primo Europeo, per me è il settimo, per Claudio il ventunesimo. Mi sembra positivamente emozionato e mi auguro che l’esperienza gli piacerà quanto è piaciuta a me.

Ritrovare in albergo gli amici con i quali si sono calcati gli shiaijo in passato mi fa sentire decisamente presente al momento. Ci siamo: sta per iniziare davvero. Mi passa per la testa una sola domanda: stavolta riuscirò a non farmi sconfiggere dalla mia mente, a non far deviare le mie energie verso la ricerca di un risultato assoluto? Durante l’anno ho lavorato su me stessa così intensamente che a volte è stato estenuante. Chissà perché lo iaido finisce per essere una cartina tornasole incapace di mentire: se qualcosa non va si vede e a nulla serve inventare delle giustificazioni per aggirare il problema. Ho voglia di divertirmi e dimostrare quello che ho imparato durante tutto l’ultimo anno, senza altre mire, anche perché sono capitata in una pool particolarmente tosta (Spagna e Svezia) e so che non è assolutamente scontato che io riesca ad avanzare nella competizione.

Europei Iaido premiazione

Ricordo chiaramente che sabato mattina sono riuscita a pensare ad una sola cosa: spero di durare almeno qualche incontro, perché ho proprio voglia di fare iaido oggi. Per me è stato un primo grande traguardo personale, nonostante la fifa che attanaglia tutti prima della performance. Il mio shiaijo è stato seguito da Andrea Setti, cui sono legata come se fosse mio fratello maggiore. Andrea mi ha dato molto coraggio con la sua presenza e con le sue parole, credeva fermamente in me (più di me, senza dubbio) ed è stato il mio punto di riferimento anche quando le danze si sono fatte decisamente più frenetiche del previsto e mi sono trovata ad affrontare tre incontri di fila: ottavi, quarti e semifinale contro tre giganti – Marshall, Heungens, Pihlaja. Frastornata, mi sono resa conto d’essere arrivata alle finali e che lì con me c’erano Kevin, Gabriele e Claudio. Mi sono sentita felice: sono riuscita a trovarmi in fila con il mio maestro, per l’ultima competizione della sua sfolgorante carriera agonistica. La finale è stata una dura prova, peccato aver sfiorato l’oro e non averlo colto. Ma mi è rimasta impressa una cosa. Quando io e Ferreiro ci siamo inchinate, dopo il match, sembrava esausta quanto me e aveva gli occhi lucidi. Non si può essere tristi per aver perso contro un avversario che ha dato tanto valore al momento che avete vissuto insieme. Mi sono sentita bene. La sera ho trovato tantissimi messaggi incoraggianti sui social, mi ha fatto veramente piacere, perché è bello riuscire a trasmettere la propria passione.

La domenica c’erano in programma due eventi rilevanti, per me. La gara a squadre e l’esame per il passaggio di grado del mio maestro. Strana cosa, la gara a squadre in Europa. In realtà non c’è mai in gioco una selezione di quattro persone e basta. Più che altro si distribuiscono i ruoli: quattro in front e gli altri in back office ma tutti tesi verso un obiettivo comune, esattamente come il giorno prima, nè più nè meno. Non si avanza da soli. Con questa premessa, valuto che è il mio terzo anno “in squadra”: a Torino siamo usciti subito, a Zawiercie ho fatto la riserva, stavolta il coach ha deciso che tiro anche io insieme a Ilaria Mencaroni e ad Andrea Cauda con Vittorio Secco pronto a entrare al mio posto o a quello di Andrea in caso serva una sostituzione. Eravamo sul pezzo, carichi e motivati a raggiungere il podio. Un po’ perché è il lavoro che la Nazionale deve fare, ma in gran parte perché sapevamo bene quanto a Claudio la squadra stesse a cuore e volevamo regalargli questa soddisfazione prima del suo ritiro dal campo. Purtroppo siamo usciti contro l’Olanda vincente, ma ce l’abbiamo fatta, abbiamo raggiunto il bronzo.

Era fatta, ormai niente dipendeva più da me. Mi sono seduta sugli spalti, vicina ad Alberto, Kevin e Vittorio. Dopo un po’ ci ha raggiunti anche il sensei Van Amersfoort. Abbiamo tifato per Stefano, Eugenio e Davide, abbiamo guardato Claudio. Volevo filmare il suo esame, ho dovuto appoggiare il telefono sul ginocchio alzato perché le mani mi tremavano troppo. Avevo ancora le cuffie attaccate al dispositivo, Vittorio le ha tenute in pugno tutto il tempo per evitare rumori di sottofondo nella registrazione. Andy Watson sensei ha richiamato la fila in cui si trovava Claudio fuori dall’area d’esame. Abbiamo iniziato tutti a sperare. Quando finalmente il cartellone è stato affisso, abbiamo investito il nostro coach come una piccola marea umana. È stato naturale: Claudio ha una passione per lo iaido talmente forte da essere contagiosa, penso faccia parte delle tante ragioni per le quali è stato un leader trascinante per la Nazionale in tutti gli anni in cui ho potuto viverla anche io. I suoi successi sono successi per tutti. Come allieva, ho visto coi miei occhi quanto impegno abbia messo nella preparazione del settimo dan e come non si sia arreso nonostante la batosta ricevuta al primo tentativo in Giappone. René Van Amersfoort sensei, grande, grosso e saggio, ha pianto di commozione. In realtà pure questo è stato contagioso e dopo un po’ ho iniziato anche io, che non sono riuscita a chiudere bene i rubinetti neanche in autobus.

Atene è stato un campionato speciale, dove la Nazionale italiana ha dato tanto e dal quale ha ricevuto molto. Non penso di essere mai riuscita a godermi così tanto un evento.

Dopo tre giorni di iaido a questo livello di intensità, tornare a casa con il desiderio di farne ancora, farlo meglio e dedicarcisi ancora di più credo sia un segno inconfondibile: stavolta sono sulla buona strada.

Chiara Bonacina, 3 dan

Squadra-by-Kim

La fine e l’inizio.

Eccoci qui al consueto e annuale appuntamento con la competizione europea, quest’anno svoltasi ad Atene, in Grecia.

In questo pezzo, non mi concentrerò particolarmente sulle gare, che come ormai capita da tre anni, sono state un vero successo per la nostra Nazionale. Primo posto nel medagliere, ben 3 ori portati a casa, di cui due dai nostri giovani praticanti, Gabriele e Kevin, che dimostrano come, rispetto al passato, qualcosa si sta muovendo anche nei gradi più bassi. E questo riscuote in me enorme piacere.

È compito nostro, degli “anziani”, far si che le nuove generazioni crescano al meglio e soprattutto si divertano. Perché far parte della Nazionale vuol dire anche questo: esser in un gruppo di amici, compagni, che prima di tutto passano tanto tempo insieme (nei raduni, negli allenamenti e poi durante i Campionati), cercando di gustare ogni singolo piacevole momento, e poi concentrarsi come un’unica forza verso le competizioni, per dare il meglio di sé. E perdere fa parte del gioco, non può far altro che aiutarci a fare sempre di più e cercare di migliorare quanto più possibile.

Quest’anno era da me particolarmente sentito per via di tre questioni importanti da affrontare: la gara a squadre, che come sempre riveste un significato intenso; l’ultimo anno da coach del mio Maestro Claudio e il suo esame da 7 dan, di cui, umilmente, sentivo di farne parte, anche se minimamente.

Ci tenevamo particolarmente a regalare una medaglia al nostro Coach, affinché ci congedassimo da lui nel migliore dei modi, e anche se speravo di arrivare più in alto, la medaglia di bronzo è stata comunque un ottimo risultato. La squadra ha gareggiato molto bene, e più di così forse non potevamo fare. Quindi un plauso a tutti noi, e ai ragazzi che dall’esterno ci hanno dato un’enorme mano.

L’ultimo anno da Coach di Claudio assume tanti significati diversi, è la fine di un ciclo durato tanti anni, di cui per la maggior parte ho avuto l’onore di farne parte. È stato pieno di successi, risate, confronti e discussioni. Ci si è persi e poi ritrovati. Forse in tutti quesi anni non sono mai veramente riuscito a dimostrare quello che Claudio voleva, per tutta una serie di fattori. Sicuramente però, la sua eredità, d’ora in poi, la sento anche nelle mie mani e l’impegno sarà massimo affinché il gruppo della Nazionale cresca sempre di più e non si rovini quanto di eccezionale ha costruito lui in questi anni. Sperando che la linea di successione continui come previsto, sono fiducioso che ognuno di noi metterà il cuore in questo progetto. Contaci, capo.

Italia Europei di Iaido

Per quanto riguarda l’esame da 7 Dan, tutti avevano dentro di sé una speranza, un’idea e un legame con questo grande salto. E si è visto nella reazione di ogni singola persona al momento dell’ufficialità del passaggio di grado. È stato davvero emozionante.

Conosco Claudio da 16 anni, è stato il mio primo e unico Istruttore (ora Maestro si può dire) e ha assunto diversi ruoli nella mia vita, tutti che hanno lasciato un segno più o meno intenso. Avevamo iniziato che lui era un 4 Dan e ricordo ancora la prima volta che varcai le porte della Magenta. Da li, grazie anche a lui, fu un sogno che si stava realizzando. Ricordo la prima volta che mi diede il suo Iaito in mano, i nostri primi stage insieme, così come tutti i campionati e i viaggi fatti. E certamente non dimenticherò mai la sua emozione nel vedermi vincere i primi Campionati Europei, nel lontano 2009, consapevole, forse, di vedere il risultato del suo instancabile lavoro.

Abbiamo visto passare tanti allievi in tutto questo tempo, la maggior parte si sono persi lungo la strada, me compreso per un certo periodo, e so che questo è stato difficile da digerire. Di ciò, me ne scuso ancora.

Vederlo quindi raggiungere un traguardo così importante, e credo dovuto, per lo Iaido che esprime e per tutta la passione che ci ha messo in questi anni, è come se fosse stato un successo anche per me. Inevitabilmente, ci siamo accompagnati in questa Via, con lui giustamente sempre un passo avanti e io uno indietro. 

E lo faremo ancora, finché un giorno, forse, saremo fianco a fianco, magari con lo stesso grado, ma sempre come Maestro e Allievo.
Brava Nazionale. Bravo Claudio e brava Danielle. Non vedo che luce in ogni nostro passo, se fatto insieme.

Andrea Cauda, 5 dan

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© Si ringrazia Kim Croes per le fotografie.

Un week end indimenticabile

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Italia Europei di Iaido

Sì, credo sarà un week end che mi resterà nel cuore e nella mente come uno dei più belli che abbia mai vissuto.

Giovedì 31 si parte per Atene, raduno della nazionale di Iaido per i 26° Campionati Europei. Campionati che non pensavo di vivere da atleta: la bocciatura di maggio in Giappone per il mio esame da 7° dan  mi ha obbligato a pormi la domanda, partecipare oppure no?

 La risposta mi  viene suggerita dall’amico Andy Watson: “puoi fare un bell’embu sabato e poi domenica l’esame!”.  Così decido di partecipare ancora quest’anno, anche se, ovviamente, la mente e la preparazione vertono sull’avvenimento di domenica.

Seminario interessante più per la parte arbitrale, i punti portati all’attenzione da Kusama sensei sono i soliti di questi ultimi due anni, nessuna novità.

Venerdì sera ci ritroviamo con i ragazzi e cerco di spronare tutti a dare il massimo, non che ce ne sia bisogno ma  quest’anno i campionati saranno un po’ diversi, ci sono tantissimi atleti (circa 250), per accorciare i tempi nelle pool faremo i saluti fuori dagli shiaijo, un inizio distante dalla normalità e questo può creare apprensione.  Come al solito, cerchiamo di tranquillizzare i nuovi e meno esperti e diamo loro le indicazioni di massima. Abbiamo due team manager favolosi e molto preparati e rassicuriamo tutti che saranno accompagnati passo passo nella competizione.

Sabato mattina iniziano le gare, sono concentrato, il mio obiettivo minimo è uscire dalle pool in modo che i maestri possano vedermi bene per domenica, ma allo stesso tempo seguo bene gli incontri dei ragazzi. L’unica concessione sono le cuffiette e la musica che  oramai è una tradizione. Finalmente tocca a me, vinco i miei incontri e sono primo della pool, poi incontro Harry e subito dopo Yuki, vinco anche questi incontri e sono di nuovo in finale, anche quest’anno. Anche il resto della nazionale si dimostra fantastica e agguantiamo quattro finali su sette: non era facile, dovevamo ripeterci dopo due anni di trionfi, forse non abbiamo lo stesso numero di medaglie  dello scorso anno ma comunque siamo lì tra i più bravi d’Europa.

Iniziano  le finali: prima i  kyu, Di Vozzo vola, alla sua prima esperienza è subito oro.  Tocca ai nidan dove Gerbino centra anche lui il massimo traguardo, anche se è una new entry nei secondi dan… E sono due. Chiara purtroppo dopo un bellissimo incontro si deve accontentare dell’argento, ma tira in maniera favolosa.

Dopo una finale dei 5° dan superlativa  con un Jesper impressionante per lo iaido che esprime,  tocca a me ed al mio amico Michael. Oramai sono anni che ci troviamo lì, inizia lo shiai, vado tranquillo ma deciso, mi sento bene, credo di fare un bello iaido, anche se probabilmente non al mio massimo, ma una finale europea è sempre una finale,  l’emozione c’è ed è forte. Siamo alla fine, l’arbitro centrale si alza e dà l’Hantei, le bandierine si alzano e sono tutte e tre per me, ho vinto ancora un altro europeo, ma cosa ben più importante i maestri giapponesi hanno visto sia me che Michael, hanno visto il nostro iaido, abbiamo lasciato il nostro biglietto da visita  per l’esame di domenica.

Oramai sono abituato: dopo ogni vittoria c’è qualcosa che non va e anche quest’anno non mi fanno gioire. Appena finita la premiazione arriva Danielle che mi dice, “Kusama sensei ha detto che è bello ma non è ancora meraviglioso, ci sono dei pezzi belli ma non è unito”, arriva anche René e mi dice bene o male le stesse cose… Mi prende lo sconforto, non credo di essere in grado di fare meglio di così, lo dico sia a René che a Danielle che cercano di spiegarmi delle cose, ma le mie orecchie sono chiuse. Non è abbastanza, ancora non è abbastanza, mio Dio!! Come faccio?

Si torna in albergo si beve una birra,  la facciata deve rimanere intatta, facciamo la riunione squadra e incoraggiamo chi non ha avuto risultati,  cerco di concentrarmi sulla squadra ed ho già la formazione in testa, ma passo la notte praticamente insonne pensando a cosa devo fare, a cosa posso fare e a cosa sarò in grado di fare.

Domenica mattina si va al palazzetto, sono concentrato sulla competizione a squadre.  Alberto sembra un agente dell’FBI e mi dà tutte le informazioni che mi servono, la competizione a squadre è una cosa a cui tengo particolarmente e su cui è un po’ di anni che non riusciamo ad esprimerci ed ottenere risultati, ma quest’anno sono tutti e quattro belli carichi.

Non sbaglio una formazione,  vinciamo le pool e battiamo anche l’Ungheria, siamo in semifinale dove ci aspetta l’Olanda…. Anche qui azzecco la formazione,  è l’unica speranza per poterla battere. Purtroppo è troppo forte per noi, le strategie non bastano, ma siamo tornati sul podio. I ragazzi mi hanno fatto un altro bellissimo regalo, visto che sarà probabilmente il mio ultimo anno come coach.

Vado a cambiarmi, Davide e Gege vengono con me.  Sono il più rapido, torno nella sala e mi preparo a scaldarmi… “KK 6 8 10 e 11 questi i kata d’esame, dai, ce la posso fare” questo è quello che mi ripeto, e se poi fallisco? 

Subito dopo… Le emozioni sono tante e contrastanti, la consapevolezza di aver lavorato tanto e bene, ma anche il dubbio che non sia ancora abbastanza è sempre lì che spunta.

Inizio a scaldarmi davanti a Danielle che cerca ancora di spiegarmi cosa ha capito da Kusama sensei, cerco di cambiare ancora delle cose, arriva anche René che mi dice che devo rallentare il ritmo, devo tagliare con la punta e muovere bene il corpo con la spada in tutti i passaggi. Ci provo, faccio tre volte i 6 kata d’esame. Alla terza arrivo a 6.40, il tempo è buono ma non devo rallentare troppo… Va bene, vado così, molto più lento della competizione, cercando di tenere un seme costante per tutto l’embu – è una cosa che sfinisce.  Basta, tengo le forze per l’esame, più pronto di così in questo momento non posso essere.

Iniziamo 4° / 5° /6° dan, vedo l’esame di Davide e mi sembra buono. Prendo posto nella seconda fila sulla seconda sedia, numero 707, mi fa sorridere e penso di essere 007 l’agente invincibile.

Iniziamo noi i settimi: guardo Michael, mi sembra tenga il ritmo della gara, c***o cosa faccio? Vado anche io come in gara? O provo a concentrarmi su quello che ho cambiato 30 minuti prima, quello che mi hanno detto René e Danielle? Ma soprattutto, riuscirò a farlo?

Tocca a me, i sensei (Danielle e René) mi hanno chiesto/detto una cosa ed io provo a farla, mantengo seme per tutto l’esame,  non 6 kata separati ma uno solo. Cerco di metterci tutta la tecnica che ho e anche il mio fighting spirit, mi sembra buono, ma è una mia impressione.  

Finisco l’esame. Pauijssen mi si avvicina e  viene a dirmi “6.50”, accidenti, per un pelo ma non sono uscito. Menomale, questo è importante, buttare tutto all’aria per il tempo sarebbe veramente un peccato.

Decido di aspettare nell’angolo e non parlo con nessuno, in Giappone tutti mi avevano fatto i complimenti, e poi mi avevano segato, ora me ne sto lì dietro in  un angolo aspettando, cerco di non guardare René e Danielle perché so già che mi direbbero che è andata bene e non voglio per scaramanzia. Prima dell’inizio degli esami dei 5°dan dovevo urinare e avevo pensato, che scemo, ormai è troppo tardi. Adesso non sento più nulla,  sono teso come la corda di un violino, sarà stato abbastanza? Sarà stato buono?

Finalmente arrivano i primi tabelloni: prima i gradi più bassi, poi i 6°ed i 7°… C’è, il 707 c’è!!!! E finalmente posso lasciarmi andare, arriva Danielle, arriva René con le lacrime agli occhi, poi tutti i ragazzi della squadra e poi una marea di gente a farmi le congratulazioni… È andata finalmente, sono talmente preso che mi dimentico quasi di andare a registrare e pagare l’esame… Ci mancherebbe.

Non so descrivere le sensazioni, sicuramente la felicità è tanta, la consapevolezza di aver lavorato nel modo giusto… In albergo Kusama sensei  e Nakamura sensei si raccomandano di continuare a praticare per l’8 dan – non ce n’è bisogno, prossimo appuntamento 2029 Kyoto.

Ma le emozioni non sono finite. La sera facciamo la riunione finale prima del Sayonara. Sono felicissimo, tutto è andato benissimo. I ragazzi ancora una volta mi lasciano senza parole, regalandomi un libro con le dediche di alcuni dei compagni  che sono passati in nazionale. Nascondo gli occhi umidi, ma il cuore è pieno di emozione, anche adesso che scrivo queste quattro righe ho gli occhi lucidi.

Zanoni

Che dire di questo week end? Porto a casa personalmente una medaglia d’oro ed il 7° dan. 

Come Coach, 3 ori,  un argento, un fighting individuali e un bronzo a squadre, ma soprattutto una dichiarazione d’affetto che difficilmente potrò mai scordare.  Lavoro, dedizione, obiettivi comuni, un gruppo coeso, questo è il risultato di tutto il tempo e le energie che ho dedicato a questo progetto.

Il prossimo maggio si concluderà probabilmente un ciclo, Zanoni e la Nazionale, se ne aprirà un altro con altri personaggi, e spero (ne sono sicuro)  che anche loro amino come ho amato io questa nazionale.

Dal profondo del mio cuore va un grazie infinito: al Shishō per avermi accettato all’interno del suo gruppo ed avermi insegnato tantissimo in tutti questi anni, ai sensei e senpai dell’Hombu Dojo in Giappone per avermi accolto e dimostrato con il loro esempio e il loro aiuto quanto dovevo (e debbo ancora)  studiare nello iaido, a Danielle Borra per avermi aiutato e supportato e sopportato in questo cammino (ce ne saranno altri sappilo), a René Van Amersfoort perchè in 16/18 anni di lavoro assieme mi ha aiutato a raggiungere questo risultato, ai miei allievi che mi spronano sempre a fare meglio per poterglielo trasmettere, ai ragazzi della Nazionale che mi hanno sopportato in questi anni (tanti), a tutti i sensei Giapponesi ed Europei che mi hanno sempre aiutato a progredire con suggerimenti e correzioni in questi anni, a tutti gli amici Europei con cui ho incrociato la spada in 21 anni di campionati Europei.

Si ricomincia,  stasera si va in palestra e si ricomincia la pratica, cosa è cambiato? Nulla: keiko, keiko e keiko, solo questa strada abbiamo. Adesso posso iniziare a preparare il 4 dan di jodo, vediamo se riesco per marzo, il mio sensei mi dirà se posso tentare, e quindi si ricomincia a praticare come sempre.

Claudio Zanoni, 7 dan renshi

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© Si ringraziano Kim Croes e Joel Bergmark per le immagini.