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Ciò che religione non è: Shintō tra antico e moderno

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shinto

Nello scorso articolo abbiamo visto come il concetto di “religione” (shūkyō) in Giappone si sia formato fondamentalmente attraverso l’incontro con il cristianesimo e la cultura occidentale.  Naturalmente però, il Giappone possedeva già da secoli un insieme di pratiche, rituali e credenze che potremmo definire religiose, e il termine Shintō, seppure non comune, è attestato in fonti scritte a partire dall’VIII secolo. Non una “fede” né tanto meno una religione organizzata secondo un modello istituzionale, si tratta invece di un amalgama di atteggiamenti, idee e modi di fare che, nel corso di due millenni e più, sono diventati parte integrante del modo di vivere del popolo giapponese, pur essendo emerso nel corso dei secoli sotto diverse influenze etniche e culturali. 

All’epoca in cui il concetto di religione fu introdotto per la prima volta in Giappone, questo insieme di pratiche venne chiamato shinkyō (“insegnamento dei kami”), tra gli altri termini, proprio nel tentativo di assimilarlo al concetto occidentale di religione. Tuttavia, poiché era rimasto invischiato nella competizione per il primato nel nuovo panorama culturale dominato da cristianesimo e buddismo, le altre due principali religioni, il governo Meiji (1868-1912) si preoccupò che la tradizione religiosa indigena potesse perdere e smarrirsi nel nuovo assetto sociale moderno, generando sudditanza verso le potenze straniere. 

Così, all’inizio degli anni ’80 del XIX secolo, il governo stabilì che venisse adottato il termine Shintō (lett. La via dei kami). Da quel momento è stato enfatizzato nelle dichiarazioni pubbliche del governo e delle istituzioni che Shintō non doveva essere considerato nella categoria della religione. Questa denominazione, cambiando il secondo carattere del composto in (via), ha cercato di distinguerlo dalle “religioni”, che erano indicate con il carattere kyō
Un nuovo termine venne utilizzato per descrivere le pratiche religiose tradizionali giapponesi, in contrasto con la religione: dōtoku, la pubblica moralità. 
Il dōtoku condivideva il carattere “tō” con lo Shintō, ma era anche completamente distinto dalla nuova parola shūkyō

La nuova terminologia governativa cercava quindi, attraverso la scelta di caratteri appropriati, di distinguere per Shintō un campo semantico e sociale completamente separato dal concetto occidentale di religione. 

All’inizio degli anni Ottanta del XIX secolo, a causa del processo di modernizzazione di stampo occidentale, la parola shūkyō si era affermata anche per per riferirsi alla questione dei diritti legali legati alla libertà religiosa. Per questo motivo, la parola dōtoku veniva ora invocata nell’ambito pubblico della nazione giapponese e veniva inteso come relativo al dovere civico dei sudditi dello Stato. Da quel momento, i termini shūkyō e dōtoku sarebbero stati dicotomici e antitetici, dividendo l’attività umana in Giappone in sfera privata e pubblica.  
In questo passaggio occorre tenere bene a mente che il discorso politico sulla libertà religiosa è stato fondamentalmente ereditato dalla riflessione filosofica occidentale, e in particolar modo di matrice protestante, sulla separazione “chiesa-stato” nel corso della prima età moderna, e sarebbe stato del tutto alieno nella tradizionale impostazione sociale giapponese. 
La dicotomia tra pubblico e privato che si accompagnava alla parola shūkyō dall’Occidente come legata alla sfera interiore individuale e alla concezione dicotomica del religioso e del secolare si formò quindi di fronte alla minaccia di colonizzazione da parte dei paesi occidentali, assecondando la tendenza giapponese a conferire priorità all’ambito pubblico e comunitario su quello individuale e privato. 

Lo Shintō moderno non è stato perciò collocato nel dominio privato della religione, bensì nel dominio pubblico del secolare. Con questo mezzo, lo Shintō riuscì a prescrivere i suoi atti di religiosità come dovere pubblico di tutte le persone dello Stato, indipendentemente dalle credenze dei privati cittadini. 
Anche se lo Shintō apparteneva in effetti a ciò che un occidentale definirebbe “religione”, nel senso che celebrava le feste per i kami, le sue osservanze erano ufficialmente definite come un obbligo morale pubblico non religioso. Pertanto, le attività dello Shintō potevano essere richieste come dovere civico a qualsiasi soggetto all’interno della compagine statale. 

In queste circostanze, le molte pratiche rituali tradizionali diffuse nel Giappone moderno furono ridefinite più come una forma razionale di dōtoku piuttosto che una religione, conferendole una posizione di preminenza rispetto alle tradizioni religiose straniere. 
Lo Shintō, che era emerso in modo tale da evitare la competizione con le strutture religiose del Cristianesimo e del Buddismo, non aveva una dottrina di salvezza personale, non aveva un fondatore e nessun testo sacro. Mancava decisamente il carattere di una religione che offrisse soluzioni per i problemi esistenziali affrontati nella vita interiore dell’individuo. In questo senso, si potrebbero cogliere analogie con alcuni aspetti della tradizione religiosa romana più antica. 

Del resto, i suoi rituali tradizionali erano radicati nella vita quotidiana delle comunità rurali ed erano intimamente connessi alle attività delle persone nell’arena pubblica da molto tempo. Per questo motivo era comprensibile che i politici e i burocrati dell’epoca Meiji pensassero che il modo più appropriato di regolare lo Shintō fosse quello di collegarlo al comportamento morale nella sfera pubblica. 

Tuttavia, dal momento che lo Shintō era originariamente la celebrazione rituale dei kami, non potevano dire che fosse completamente scollegato dalla “religione”. Paradossalmente, nel processo di definizione di Shintō come codice di moralità pubblica, di fatto il pubblico assumeva carattere religioso, e a questo punto si poneva il problema di quale sarebbe stata esattamente la natura dei kami che Shintō avrebbe celebrato. 
La maggior parte dei kami celebrati nelle feste dello Shintō possono essere ricondotti al lignaggio familiare degli imperatori. Allo stesso tempo, lo Shintō oggi è composto da elementi diversi: santuari, rituali della famiglia reale, credenze popolari. I rituali della corte imperiale sono in genere sono legati alle antiche cerimonie per il culto delle divinità degli antenati dell’imperatore, in particolare l’esecuzione di rituali per le divinità del cielo e della terra. I culti popolari ottocenteschi di derivazione Shintō come Tenrikyō o Konkōkyō hanno strutture dottrinali e rituali che incorporano la venerazione degli imperatori insieme alla mitologia del Kojiki, del Nihonshoki e di altri documenti antichi. 
Fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, questi ultimi gruppi facevano parte di una categoria legale chiamata “Shintō settario”, che di fatto faceva ricadere gli aderenti nella categoria dello shūkyō. Del resto la parola “Shintō” si riferisce anche alle credenze popolari intrecciate al tessuto della vita di tutti i giorni, e che possono riguardare le divinità della cucina e gli dei delle celebrità, che entrano ed escono rapidamente dal favore popolare. 

La designazione autocosciente e seriale di questo tipo di religiosità autoctona giapponese con il termine “Shintō” iniziò solo intorno al XII-XIII secolo. Tuttavia, la fluidità e la natura asistematica dei culti tradizionali condussero ben presto a subire forti influenze da parte delle dottrine buddiste nel paese. Man mano che lo Shintō incrementava il suo sincretismo con il Buddismo, si sentì l’esigenza di valorizzare il ruolo dei miti contenuti in antichi testi come Kojiki e Nihonshoki servendo ad articolare la propria dottrina particolare, sebbene attraverso la fusione con gli insegnamenti buddisti.  
Verso la fine del periodo Edo (prima metà del XIX secolo), movimenti intellettuali come il Kokugaku sono apparsi nella ricerca di tradizioni puramente giapponesi che spinsero la tendenza alla separazione dello Shintō dal Buddismo e rafforzarono il legame della pratica rituale dello Shintō con la corte imperiale. Con l’inizio con l’avvento dell’era moderna, questo movimento identitario è stato istituzionalizzato attraverso la campagna lanciata dal governo nei primi anni dell’era Meiji per separare completamente Buddismo e Shintō (shinbutsu bunri). Lo Shintō ha poi continuato a sviluppare le proprie strutture dottrinali e rituali indipendenti e il suo legame con il sistema dell’imperatore, che era stato riportato all’apice della struttura politica, fu rafforzato attraverso i rituali di palazzo e i santuari stabiliti. In questo processo, gli elementi buddisti che si erano insinuati nella mitologia tradizionale del periodo medievale furono completamente rimossi. Ripristinando i rituali Daijōsai e Niinamesai e i pellegrinaggi ufficiali al Santuario di Ise, il governo Meiji promosse sempre più il ritorno di Shintō a quelle che aveva determinato essere le pratiche rituali dei tempi antichi. 

Tuttavia, ciò che il governo Meiji avrebbe fatto rivivere come l’antico e originario Shintō non era in realtà una restituzione filologica della tradizione antica in sé, ma qualcosa richiesto dalla politica di uno Stato nazionale moderno, di stampo estremamente occidentale. Da quando il Paese è stato aperto dalle potenze occidentali, infatti, i politici e gli intellettuali giapponesi avevano costantemente avvertito il pericolo che il Giappone diventasse soggetto alla colonizzazione da parte delle grandi potenze straniere. Questa sensazione di minaccia dall’esterno era ciò che alimentava anche il movimento, anche di ispirazione confuciana, sonnō jōi (“riverire l’Imperatore, espellere i barbari stranieri”), che ha suscitato una nuova coscienza nazionalistica, nel tentativo di ricostruire un passato tradizionale identitario, solido e indipendente. Purtroppo questa operazione non è stata priva di conseguenze per il Paese del Sol Levante, né tanto meno per gli abitanti di altri paesi dell’estremo oriente, dal momento che ha condotto la politica giapponese della prima metà del XX secolo verso la costituzione dell’Asse con Berlino e Roma al tempo della II Guerra Mondiale. Bisogna dire comunque che con l’emanazione della nuova costituzione democratica giapponese nel 1947 anche il rapporto tra Shintō, autorità imperiale e spazio pubblico è stato fortemente ridimensionato. 

Quando si parla di Shintō nel Giappone contemporaneo, occorre dunque tenere a mente il retroterra nazionalistico che ha accompagnato lo sviluppo ideologico di pratiche tradizionali antiche e di per sé non necessariamente legate alla sfera dello stato-nazione; tuttavia non si dovrebbe commettere l’errore di derivare le convinzioni politiche (e, in senso occidentale, nemmeno “religiose”) di una persona semplicemente osservandone alcuni atteggiamenti rituali, che non solo possono essere intesi come del tutto svincolati dalla sfera del religioso, ma, oggi, anche sempre più calati in un sistema culturale individualistico e globalizzato, molto lontano dalle culture rurali in cui sono sorti questi stessi rituali, più o meno antichi. Per concludere con le parole di Ian Reader (1991, p.76): 

«Even if Shinto has suffered structural weaknesses as a result of contemporary change, and even though many of the modern manifestations of its traditional themes, such as urban festivals, have been less reliant on overt religious symbolisms, it is clear that many of its underlying functions and outlooks continue to be relevant today, adapted to the new conditions of the age and manifested in new guises relevant to contemporary circumstances» 

Riferimenti bibliografici: 

Jun’ichi I., Religious Discourse in Modern Japan: Religion, State and Shintō, Translated by Galen Amstutz and Lynne E. Riggs, Brill, Leiden-Boston 2014, pp. XIV-XXV. 

Ono S. (in collaboration with W. P. Woodard), Shinto: The Kami Way, Tuttle, Tokyo-Rutland, VT Singapore 1962, pp. 1-10. 

Reader I., Religion in Contemporary Japan, MacMillan, Basingstock 1991, pp. 55-76.

Intervista a Helen Nakano Sensei

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Nakano Sensei
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Ci sono degli incontri nella vita che ti danno qualcosa in più, in qualche modo ti entrano nel cuore. Questo è quello che è successo a me con la Maestra Nakano, un incontro che non potrò mai dimenticare ed un affetto verso di lei e verso suo marito George che mi lega a loro in maniera speciale.

Ricordo che vennero in Italia a Torino per un seminario di Naginata, non ricordo nemmeno l’anno, furono ospiti a casa nostra e ho conosciuto delle persone stupende, due persone con un cuore grande a cui mi sono affezionato e a cui voglio un gran bene.

Maestra fantastica, donna fantastica, famiglia fantastica, inoltre la sua dedizione alle arti marziali è stato un altro esempio molto importante per me.

Sono felicissimo e commosso che abbia deciso di condividere con noi questi pensieri e abbia risposto alle domande di Gabriele, credo sia un’altra grande testimonianza di cosa sia la volontà di praticare ed insegnare.

Per me il nome Nakano ha molti risvolti importanti anche per lo Iaido e solo scrivere questo nome mi provoca emozioni difficilmente descrivibili, allora concludo con una frase americana:

I love you Sensei

Claudio Zanoni

Può raccontarci di quando ha iniziato la pratica del budo? Cosa l’ha spinta a iniziare a praticare?

Nel novembre 1966 ho viaggiato in Giappone con mio marito George, che era un membro della squadra di Kendo degli Stati Uniti per il 2° Campionato del Mondo di Kendo che si è tenuto a Okinawa, in Giappone. Sono andata come spettatrice e avevo pianificato di scattare foto degli eventi e degli allenamenti. La prima volta che ho visto la Naginata è stato al Kendo Goodwill Tournament che si è tenuto al Budokan di Tokyo. Era una dimostrazione di Kendo vs. Naginata chiamata Isshujiai. Era emozionante da guardare! Mentre ero a Castello di Osaka a scattare foto del keiko di Kendo, sono stata avvicinata da diversi Sensei di Naginata. Mi hanno convinta che, poiché il keiko di Kendo sarebbe durato ancora a lungo, avrei dovuto provare la Naginata. Mi hanno vestita con un gi keiko bianco e un hakama. Ricordo il commento che hanno fatto sull’importanza dell’hakama legato saldamente in modo da mantenere la schiena dritta. Dopo aver imparato alcuni movimenti di base, ricordo di aver colpito “men” (colpo alla testa) molte, molte volte e di aver avuto una sensazione esaltante su un colpo in particolare. È stato in quel momento che tutti i Sensei hanno urlato: “Così!”. Da quel momento sono stata conquistata. Avevo 27 anni.

Sappiamo che hai studiato con diversi insegnanti, tra cui Chiyoko Tokunaga Sensei, Yoko Yamao Sensei, Sachiko Wada Sensei e Torao Mori Sensei. Come era il loro stile di insegnamento? C’è qualcosa di specifico che sente di dovere a ognuno di loro?

La mia prima lezione di Naginata è stata al Castello di Osaka con i Sensei Tokunaga, Yamao e Wada. Quando sono tornata in California, ho iniziato ad allenarmi con Mori Torao Sensei, un rinomato maestro di Kendo. Poiché praticava solo Kendo e Iaido (oltre alla scherma con la spada e il fioretto), l’allenamento di Naginata avveniva attraverso libri e video. Mori Sensei mi ha insegnato tutti i miei kihon, oltre al Kendo e Iaido. I Sensei giapponesi di Naginata venivano a trovarci annualmente per allenarci, e io ho viaggiato in Giappone il più spesso possibile per continuare il mio allenamento. È stato un periodo difficile poiché non c’era nessuno qui che insegnasse Naginata. Purtroppo, Mori Sensei è morto molto giovane nel 1969. Nel corso degli anni, ho avuto il privilegio di poter allenarmi e imparare da diversi Sensei giapponesi, molti dei quali sono ancora oggi buoni amici.

Come è stato il suo sviluppo iniziale nel budo? Ha avuto dei modelli di riferimento, delle fonti di ispirazione o degli obiettivi che l’hanno spinta a continuare il keiko e a progredire sempre di più?

Questa è una domanda molto difficile a cui rispondere. C’erano pochissimi di noi negli Stati Uniti che stavano imparando la Naginata durante quegli anni. Alcuni di noi cercavano di “far crescere” la Naginata. Posso dire che è stato l’amore per questa forma d’arte bellissima che mi ha fatto continuare. Volevo contribuire a diffondere la Naginata negli Stati Uniti. Ero grata ai Sensei giapponesi che venivano ad insegnarci. Ero anche grata alla mia famiglia che mi permetteva di viaggiare in Giappone innumerevoli volte per continuare ad imparare e crescere nella Naginata.

Nakano Sensei

Come accennato in precedenza, oltre alla Naginata, ha studiato anche Iaido e Kendo. Qual è la relazione tra queste diverse arti?

Se avessi avuto il tempo, avrei studiato di più Iaido. Accanto alla Naginata, amavo lo Iaido. Tuttavia, all’epoca stavo crescendo due figli piccoli che mi tenevano occupata, insieme al mio lavoro part-time e all’insegnamento della naginata 3 volte alla settimana. Il cuore/fondamento di tutte queste arti del budo (Naginata, Iaido, Kendo) è lo stesso. Seguono tutti la filosofia del budo (il processo per sviluppare se stessi e praticare l’etichetta, l’autodisciplina, l’onore, il rispetto, il coraggio, la compassione, l’umiltà).

Secondo lei, qual è il giusto atteggiamento mentale da adottare per progredire nella Naginata e, più in generale, nel budo?

Qual è lo scopo nell’apprendere la Naginata, o qualsiasi altra arte marziale del budo? Se fosse per diventare migliore e più forte degli altri, forse sarebbe meglio praticare uno sport. La Naginata e le altre arti del budo sono invece un percorso di miglioramento della propria persona, di costruzione del carattere, di gentilezza e considerazione verso gli altri. Almeno, questi sono i miei pensieri.

Secondo lei, perché qualcuno dovrebbe iniziare a praticare la Naginata oggi?

Iniziare la pratica della Naginata a qualsiasi età è vantaggioso per chiunque. Indipendentemente dall’età, si è in grado di sviluppare consapevolezza mentale, forza fisica e agilità.

Sappiamo che il sistema di gradi della Naginata si ferma al 5 ° Dan. Questo è diverso rispetto ad altri budo, come Iaido o Kendo. Qual è il motivo dietro questa struttura?

A quanto so, prima della Seconda Guerra Mondiale in Giappone, il sistema di valutazione era molto simile a quello del Kendo, partendo dal Kyu e arrivando fino all’Hachidan Hanshi e anche oltre. Potrei sbagliarmi su questo, ma credo che il sistema di valutazione della Naginata sia cambiato dopo la riforma della Naginata in Giappone intorno al 1955-56. In quel momento, hanno sviluppato un sistema di classificazione solo fino al 5-Dan; poi, successivamente, i titoli di Renshi, Kyoshi e Hanshi. Ho sentito dire che il Giappone non ha ritenuto necessario continuare con i gradi dopo il 5-Dan. Attualmente, la durata minima per ottenere il titolo di Kyoshi dopo Renshi è di 10 anni; da Kyoshi a Hanshi è di almeno 20 anni.

Nakano Sensei

Lei ricopre un ruolo importante per lo sviluppo della Naginata in Giappone e nel resto del mondo. Quali sono, secondo lei, le principali differenze tra lo studio della Naginata e del budo in Giappone e al di fuori di esso?

Le sfide e le differenze ovvie tra lo studio della Naginata e delle altre arti marziali in Giappone rispetto a un paese non giapponese è l’atteggiamento della maggior parte delle persone. A meno che non si sia cresciuti in una tipica casa giapponese, Reigi (etichetta) non ha mai ricoperto un ruolo importante, a parte i classici “grazie”, “per favore”, “prego”, ecc. In quasi tutte le famiglie giapponesi, un corretto Reigi era assolutamente necessario. Poi, ci sono anche i concetti di “Giri” e “On”. Ovviamente, poter studiare in Giappone è il massimo per imparare / capire veramente il budo. Poi, tutti noi al di fuori del Giappone, cerchiamo comunque di fare del nostro meglio.

Qual è, secondo lei, la ricetta giusta per una relazione sana e autentica tra insegnante e studente?

Nel corso degli anni in cui ho insegnato Naginata, ho cercato di far crescere i miei studenti di alto grado per farli diventare buoni istruttori in futuro. Attualmente, qui nel Sud della California, ho tre studenti 5-Dan, otto studenti 4-Dan, ecc. Cerco di insegnare loro Reigi, che ritengo sia l’elemento numero uno necessario nella Naginata e in tutte le arti marziali. Spero di aver raggiunto questo obiettivo in gran parte. Alcuni/molti sono attratti dagli aspetti sportivi. Voglio che siano umili, tanto quanto sono talentuosi. Continuo a fare del mio meglio per instillare questo in loro. Cerco di avere un rapporto aperto con i miei “gradi alti” per far sì che siamo tutti sulla stessa lunghezza d’onda per facilitare la crescita della Naginata negli Stati Uniti. Riguardo gli studenti principianti e intermedi, cerco di incoraggiarli continuamente nei loro sforzi.

In Europa, spesso accade che ad un certo punto molte persone smettono di praticare il budo, anche dopo diversi anni di pratica. Non sono sicuro che lo stesso accada negli Stati Uniti, ma sembra che le persone facciano fatica a continuare a praticare il budo per tutta la vita. Secondo lei, quali sono le principali sfide che impediscono alle persone di continuare a praticare il budo?

Quando guardo indietro negli anni, ho avuto molti studenti talentuosi che hanno smesso di praticare la Naginata per una varietà di motivi. Alcuni hanno dovuto smettere a causa di problemi di salute e condizioni fisiche, problemi coniugali, problemi di relazione, spostamenti fuori zona, eccetera. Tutti loro amavano la Naginata e hanno smesso di praticarlo a causa di questi problemi. Per coloro che avevano problemi di relazione, sono riuscita a far tornare alcuni di loro dopo che si sono sufficientemente ripresi dalla loro perdita.

In Europa ci sono persone e gruppi che pensano che le competizioni siano superflue nel budo. Cosa ne pensa? In che modo le competizioni hanno influenzato il suo sviluppo nel budo?

Io, personalmente, non ho mai voluto attirare l’attenzione sulle mie performance. Nei miei anni più giovani, mi si chiedeva di competere (anche se inizialmente non c’erano competizioni negli Stati Uniti) e di solito lo facevo nella forma di Isshujiai (Kendo vs. Naginata) o in dimostrazioni tenute durante i tornei di kendo. Il mio coinvolgimento nelle competizioni non e’ durato a lungo. Sono stata membro di una squadra di 3 persone degli Stati Uniti nel 1975 e nel 1980 dove abbiamo gareggiato in Giappone, tramite invito. Nel 1978, mi è stato chiesto di dimostrare in Isshujiai con un kendoka giapponese che ha ottenuto il 2° posto nel Campionato Mondiale di Kendo.

D’altro canto, ho sempre apprezzato la pratica dei “kata”, che sentivo essere una forma di auto-sviluppo. 

Quindi, personalmente, la competizione ha avuto molto poco a che fare con il mio sviluppo nella Naginata

In conclusione, quali sono i suoi obiettivi e le sfide future?

Spero di continuare a insegnare la Naginata nel mio Dojo e presso l’El Camino College. Mi sento onorata di aver avuto l’opportunità di introdurre la Naginata agli studenti dell’El Camino College a partire dall’estate del 1997. È l’unico corso di Naginata accreditato presso un college negli Stati Uniti. Da allora, ho insegnato agli studenti universitari, tranne durante la chiusura dovuta al Covid-19 da marzo 2020 a gennaio 2023. Ho ottenuto l’approvazione per insegnare Naginata Intermedio, contemporaneamente a Naginata per Principianti, nell’autunno del 2023. Spero di continuare ad aiutare i miei studenti anziani che sono diventati istruttori presso i vari dojo nel sud della California, in Nebraska e in Arizona.

Nakano Sensei

Responsabilità

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Stefano Banti Iaido

Il saluto è una parte importante della nostra pratica non solo per il suo valore simbolico, ma anche perché esso costituisce un momento in cui è possibile contarsi e, in qualche modo, avere una percezione concreta del cammino percorso.

Mi rendo conto di questo in quanto, da tempo ormai, essendo uno dei V Dan di Iaido più anziani della CIK, mi trovo spesso a dovere condurre il saluto iniziale e finale.

Nel corso dell’ultimo seminario di Muso Shinden Ryu di Torino, ormai arrivato alla sua 18° edizione, ho avvertito questa sensazione in modo particolare.

La lunga fila allineata alla mia sinistra, quasi tutte persone ben conosciute, ma anche qualche volto nuovo, come quel ragazzo spagnolo di A Coruña, con il quale ho scambiato qualche parola sul Camino di Santiago, un altro mio sogno nel cassetto.

Ma, ancora più, mi ha fatto riflettere la fila sempre più nutrita dal lato degli insegnanti, con Carlo Sappino, Marilena Cioni e il suo più recente acquisto, Andrea Cauda.

Come dicevo, proprio in questo momento del saluto si può avere una percezione di quanto la famiglia Kiryoku sia cresciuta sia in termini quantitativi che qualitativi.

Perché se è vero che le file si sono ingrossate con l’arrivo di nuovi praticanti un po’ da tutta Europa, è altrettanto vero che il baricentro del gruppo si è comunque spostato verso l’alto, in quanto un numero consistente di allievi è riuscito a conseguire, nel tempo, il VI e il VII Dan.

Ma, al di là della sia pur legittima affermazione personale, crescere di grado implica anche l’assunzione di una responsabilità sempre più pesante nei confronti del proprio lignaggio e un seminario di Koryu dovrebbe, prima di tutto, essere una presa di coscienza di questa necessità, perché questo non è un seminario come gli altri, un seminario di Seitei aperto a tutti.

Forse, un giorno non troppo lontano, diventerà possibile, anche qui in Europa, conseguire gradi elevati di Iaido senza eseguire alcun Koryu, così come già avviene oggi per il Jodo.

Il Koryu, allora, entrerà nell’ombra e tutte le serie acquisiranno il rango di Okuden (奥伝), la trasmissione (den) della parte interna (oku).

Perché tante sono le possibili varianti di un kata e ogni Maestro ne ha fatta propria qualcuna studiandola infinite volte, modificandola e adattandola alla sua visione di Budo.

Perchè, come più volte ci ha ricordato Renè Sensei, ogni allievo che fa riferimento a quel Maestro non deve fare altro che copiare e proteggere, affinché nulla di questo sapere vada perduto per sempre.

Guardo ancora una volta la fila alla mia sinistra, guardo tutti quelli che, come me, hanno lentamente, faticosamente, risalito la linea della corrente.

Per qualche istante, nei limiti del poco tempo concesso dal Mokuso, guardo dentro me stesso.

Per mia inclinazione personale, sono molto attratto dalle cose nascoste e antiche: quando mi trovo ad osservare un grande albero secolare, immediatamente immagino le sue imponenti radici, sicuramente ancora più secolari del suo tronco e della sua chioma, quasi un albero al contrario, cresciuto in direzione opposta, verso il basso.

Per questo amo anche l’archeologia, amo il latino, che considero il Koryu della nostra lingua italiana.

Tuttavia, benché la freccia del tempo sia orientata inevitabilmente verso il futuro, sembra che la storia proceda molto spesso non per addizioni successive, bensì per semplificazioni, come se, in qualche modo, il genere umano non fosse in grado di sostenere il peso di eredità troppo complesse e pesanti da gestire.

Così, per tornare a noi, è accaduto che molti Koryu si siano estinti, mentre altri sopravvivono ormai solo in parte: antichi saperi cancellati senza rimedio.

Questi pensieri mi scorrono rapidi nella mente in quel tempo contenuto in un Mokuso forse un po’ più lungo del solito.

Come dicevo, io non vivo il passato come un peso e spero che, in questa giornata così particolare, accada lo stesso anche per qualcun altro dei presenti.

Mokuso Yame.

Stefano Banti

Intervista a Peter Röder Sensei

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Peter Roder Sensei Iaido
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Continuiamo, anche questo mese, con le interviste ai settimi dan europei di Iaido.

Ad un giorno di distanza dal suo compleanno (03/04/2023), pubblichiamo l’intervista a Peter Röder Sensei, rinnovandogli gli Auguri di Buon Compleanno da parte di tutto il team Kiryoku.

Iniziamo con alcune informazioni di base. Ci parli un po’ di lei. Quando e dove è nato?

Sono nato a Wolfenbuettel, Germania (piccola città a circa 60 km a est di Hannover) il 3 aprile 1974.

Cosa l’ha fatta interessare allo Iaido e come ha capito che era qualcosa in cui voleva impegnarsi? Che grado ha raggiunto finora? Pratica altre discipline?

Ho iniziato la pratica del budo nel Maggio 1993 nel Dojo dove ancora mi alleno (LoewenDojo.de).

All’inizio ho praticato solo Kendo, ma dopo circa sei mesi ho iniziato la pratica dello Iaido. Intorno al 1998 partecipai al mio primo seminario di Jodo con René van Amersfoort e altri a Dortmund.

  • Grado di Kendo: non ne sono certo, ma credo primo o secondo Kyu
  • Grado di Jodo: Nidan
  • Grado di Iaido: Renshi Nanadan

Qual era lo scenario dei dojo di Iaido quando ha iniziato a praticare?

Semplicemente non esistevano Iaido o Jodo!

Il “sensei” era un 2° Kyu di Kendo (in Germania abbiamo iniziato con 6° Kyu e abbiamo dovuto aspettare 6 mesi tra ogni esame kyu)

Un giorno un senpai tornò da un seminario di Kendo dove vide qualcuno fare Iaido. Quella fu la prima volta che qualcuno del dojo vide lo Iaido.

Eravamo un gruppo pazzesco che si divertiva un sacco e in qualche modo pensavamo di fare il vero Kendo. Più tardi, io e il senpai fummo gli unici a continuare la pratica dello Iaido in contemporanea al gruppo di Kendo. “Conoscevamo” 7 kata della ZNKR e non avevamo idea che ce ne fossero altri 3. Un giorno il senpai tornò dal suo primo seminario di Iaido e mi ha mostrato 5 nuovi kata. Ero così felice ma non avevo idea che questi fossero i Toho di ZNIR 🙂 

Peter Roder Sensei Iaido
1996 vs 2022

Cos’è per lei lo Iaido? Cosa le offre a livello personale e come praticante di arti marziali?

Sin dal primo momento lo Iaido ha toccato il mio cuore / la mia anima in un modo in cui Kendo e Jodo non erano mai stati in grado di fare. Il movimento, il significato del kata, la filosofia… proprio tutto mi rende felice, nonostante lo pratichi da 30 anni! Diversi senpai del mio gruppo sono con me da 15-20 anni. Essere in contatto con queste persone è un dono incredibile nella mia vita! E tutte le persone che ho incontrato durante gli anni in Europa e nel mondo sono state un enorme dono prezioso nella mia vita.

Per me, lo stress di tutti i giorni a causa del molto lavoro mi rende difficile lasciare alle spalle la vita normale e uscire di casa per allenarmi, soprattutto perché il divano è magnetico! Ma la vera gioia arriva tornando a casa dopo l’allenamento, quando mi sento stanco ma rilassato per iniziare la giornata di lavoro successiva.

Chi è il suo maestro? Quale Koryu pratica? In che modo è venuto in contatto con lui?

Il mio sensei è l’Olandese René van Amersfoort, nella linea di Ishido Sensei di Kawasaki. Come accennato in precedenza, l’ho incontrato per la prima volta intorno al 1998. Dopo quel seminario di Jodo ci siamo persi per alcuni anni, ma dal 2005/2006 ho partecipato a molti dei suoi seminari e in seguito sono diventato suo studente.

Quindi sto imparando ZNKR e MSR secondo la linea di Ishido sensei.

Può darci un’idea del suo rapporto con il suo sensei? Come è nato e come si è evoluto nel tempo?

All’inizio era “solo” un insegnante ad un seminario, ma quando mi sono preparato per l’esame da Godan mi sono reso conto che stavo già usando principalmente i suoi insegnamenti per allenarmi. Quindi il passo successivo era già chiaro: chiedergli di diventare suo allievo. Da allora abbiamo un’amicizia molto stretta che evolve ogni (!!) anno.

A quel tempo era la decisione più naturale. Oggi, però, posso dire che è stata anche una delle decisioni più intelligenti che ho preso nella mia vita! Grazie mille René sensei!

Quando è stata la sua prima volta in Giappone? Lo visita ancora spesso per allenarsi? Cosa ne pensano i giapponesi nei confronti degli stranieri nel loro dojo, e ha qualche esperienza in particolare che vorrebbe condividere?

La mia prima volta fu nel 2002, ma solo per vacanza. Nemmeno un allenamento.

Sfortunatamente il mio ultimo viaggio in Giappone risale al 2012. Da quel momento andare in Giappone non mi fu più possibile a causa di altri importanti impegni della vita (lavoro, relazioni ecc.).

Peter Roder Sensei Iaido
1996 vs 2022

In che modo la pratica del kendo, iaido e jodo ha influenzato il suo sviluppo generale nel budo? In che modo queste pratiche si relazionano tra loro?

Non ho mai praticato nient’altro quindi non posso dire con certezza.

Oggi, quando guardo altri budo – specialmente altri koryu – non faccio più paragoni. Credo che tutto ciò che esiste ancora come budo possa essere prezioso, per allenare il carattere e la personalità.

Qual è la principale differenza tra l’insegnamento giapponese (il suo sensei verso di lei) e l’insegnamento occidentale (lei verso i suoi studenti)?

Ho incontrato parecchi sensei giapponesi che insegnano ancora ai gruppi semplicemente ripetendo e copiando.

Fortunatamente Ishido sensei ha una profonda conoscenza delle persone europee e quindi ci insegna in una maniera più “moderna” e in un modo che possiamo capire più facilmente.

Personalmente, cerco di stare il più vicino possibile con i miei insegnamenti alle cose che apprendo dai miei insegnanti.

Quando ha iniziato a pensare di insegnare Iaido e quando ha effettivamente iniziato a insegnare? Preferisce insegnare a una classe specifica con requisiti specifici (bambini, competitori, adulti, ecc.)?

Ho iniziato a insegnare circa 3 settimane dopo il mio grado Ikkyu 🙂 perché a quel tempo non era rimasto nessun altro del gruppo dello iaido. Quindi puoi immaginare che ho insegnato un sacco di cavolate. Non so come, ma in qualche modo sono riuscito a rimanere sulla strada giusta nel corso degli anni e le persone volevano imparare da me pensando che io avessi una vaga idea di quello che stessi facendo 🙂

Principalmente ho imparato lo Iaido attraverso le immagini che si sono formate nella mia mente. Utilizzando queste immagini e creandone di proprie, ho sviluppato la mia tecnica e questo rappresenta una parte fondamentale del mio modo di insegnare. Dare alle persone un’immagine, un’idea, una ragione per creare un significato del movimento dentro di loro e svilupparlo.

Secondo lei, com’è cambiato lo Iaido negli anni?

Non sono sicuro se sia effettivamente cambiato da quando ho iniziato. La ZNKR sta cambiando leggermente quasi ogni anno su alcuni dettagli e anche se non tutti apprezzano le nuove interpretazioni di questi dettagli, alla fine questi cambiamenti ci mantengono tutti un po’ flessibili nel corpo e, cosa ancora più importante, nella mente. Questo mi piace molto.

In un certo senso, superficialmente, il nostro Iaido sta diventando un po’ più tecnico, ma se qualcuno vuole approfondire e raggiungere un grado più elevato basandosi solo su aspetti tecnici, non è sufficiente!

Peter Roder Sensei Iaido
2008 EIC

Può descriverci una sua tipica lezione di Iaido? Quali sono alcuni dei componenti principali su cui si concentra?

Stretching e riscaldamento fisico. Focus su Kihon e Suburi. ZNKR. Koryu.

Pensa che gli Iaidoka non giapponesi possano davvero capire la cultura e la “filosofia” dietro lo Iaido? Come affronta l’insegnamento di questi aspetti ai suoi studenti?

No. 🙂 Non siamo giapponesi e non siamo cresciuti nella società giapponese.

Ma possiamo provare… e ci sono così tanti grandi esempi in Europa – studenti e insegnanti. Credo che stiamo facendo del nostro meglio per trarre il massimo dalle nostre possibilità. Alla fine, questa domanda non è mai stata importante per me personalmente. Voglio solo allenarmi in ciò che mi rende felice. Amo sviluppare me stesso e ancora di più vedere come si sviluppano i miei studenti!!!

Cosa pensa del futuro dello Iaido europeo? Come vede la pratica nei prossimi anni?

Rispetto a 20 anni fa, lo Iaido in Europa è molto più brillante grazie a tutti i grandi insegnanti della prima generazione che hanno portato con sé insegnamenti, nuovi aspetti e nuove tecniche dal Giappone!

Sono sicuro che lo Iaido europeo sarà ancora più brillante in futuro. Le persone sceglieranno altri insegnanti e forse anche nuovi Koryu che attualmente non esistono in Europa.

Quali consigli darebbe a giovani e principianti?

Divertitevi! Non preoccuparti di fare errori. Godetevi il viaggio, tutti i concetti filosofici e il vero significato delle cose arriveranno a te e nella tua mente quando sarà il momento giusto.

C’è una particolare lezione di Budo che le piace trasmettere ai tuoi studenti?

Rilassati, prenditi il tuo tempo e preparati… ad esempio dopo aver speso energia nel Nukitsuke, prenditi il tuo tempo per ripristinare l’energia e poter effettuare un taglio netto.

Infine, ha qualche aneddoto divertente o memorabile sullo Iaido che le piacerebbe condividere con noi?

Come ho già letto, conoscevo solo 7 Kata della ZNKR dopo aver iniziato. Un giorno, durante un allenamento di Kendo, un alto grado di Kendo mi vide fare Iaido e mi disse che ci sarebbe stato un seminario di Iaido con un insegnante proveniente dai Paesi Bassi e che questo tizio era un Rokudan Iaido (questo è accaduto forse intorno al 1995/6).

La notizia mi entusiasmò tantissimo e ho cercato di chiamare qualcuno di quel Dojo (questo era tutto prima di internet).

Alla fine mi sono unito a questo seminario sapendo che i 7 Kata che già conoscevo sarebbero stati allenati. L’insegnante olandese era il maestro Louis Vitalis. Non avevo mai sentito il suo nome prima e questo insegnante pazzo ha iniziato dal nulla con Hasegawa Eishin Ryu… Hase cosa?!?!?! (in tedesco, “Hase” significa coniglio).

Ero l’unico partecipante che non aveva mai sentito parlare di questa cosa chiamata “Hase”. Dopo il primo allenamento conoscevo già tutti i 10 kata di Chuden e Louis sensei ha costretto il gruppo ad allenare Hayanuki (tutti i 10 kata allenati di seguito, come uno solo) alla sua velocità per forse 1 o 2 ore.

Non sono stato in grado di salire le scale per la settimana successiva, non sto esagerando!

Dopo quella esperienza, ancora oggi non so perché io abbia deciso di partecipare ad altri seminari e, cosa forse ancora più stupida, perché abbia deciso di diventare allievo diretto di René Sensei anni dopo…

Peter Roder Sensei Iaido
Peter Roder Sensei after his 7dan examination, with René Van Amersfoort Sensei