Bentornati alla nostra rubrica dedicata alla lingua giapponese delle arti marziali Budo Jisho.
Questa volta Cristina ci spiega 3 parole giapponesi estremamente importanti nella nostra pratica: rei-ho, onegaishimasu, domo arigato gozaimashita.
All’inizio e al termine della pratica, tutti pronunciano onegaishimasu e domo arigato gozaimashita che sono due termini di ringraziamento che rientrano in quello che viene chiamato rei-ho cioè l’etichetta.
Buona visione e non dimenticate gli approfondimenti nel pdf che trovate in fondo a questo articolo.
Ed ecco il PDF di approfondimento: l’etichetta rei-ho.
Per una consultazione più agevole, scarica il pdf tramite il bottone qui sotto.
Nell’ormai lontano agosto 2020 avevo scritto l’articolo Coach’s Eye: il tuo sensei virtuale in cui descrivevo l’utilizzo di un’applicazione per smartphone e tablet molto utile per tutti gli sportivi e in particolare per i praticanti di iaido, per i quali, postura e precisione sono caratteristiche fondamentali da rispettare per ottenere risultati.
Come migliorare il proprio iaido
Lo abbiamo ripetuto mille volte.
La pratica è tutto
Per migliorare e ottenere risultati nello iaido (ma vale per tutte le discipline sportive) sono due gli ingredienti base: la quantità di pratica (che determina la cosiddetta profondità di pratica) e un buon maestro.
Sulla prima, c’è poco da dire. Chi si allena seriamente e con costanza raggiungerà ben presto i propri obiettivi. Oltre alle ore trascorse nel proprio dojo, è vivamente consigliato preparare la valigia e partecipare ai seminari in giro per l’Europa. That’s it.
In realtà anche sull’avere un buon maestro c’è poco da dire. Un sensei – che a sua volta si allena e si aggiorna – che ti segue e corregge non ha prezzo. Lo Iaido non si impara sui libri e su YouTube.
Ma allora se mi alleno con assiduità e ho un sensei che mi segue, perché mai dovrei utilizzare anche una app per migliorare il mio iaido?
Spesso i miei sensei mi chiedono di eseguire una tecnica davanti allo specchio. Lo fanno quando le loro parole e la loro dimostrazione pratica non sortisce i risultati voluti. E allora – con la speranza che io, guardandomi allo specchio, capisca – mi pongono davanti al mio riflesso. Inutile dire che anche con lo specchio cambia poco. La mia mente è impegnata con le emozioni di chi viene osservato da tutti gli altri e i miei occhi che vedono, non guardano con attenzione.
Per tutti quelli come me – ma anche per chi vuole migliorare velocemente – suggerisco l’utilizzo del “sensei virtuale”, una APP che vede, registra tutto e non si fa problemi a sbatterti in faccia tutti i tuoi difetti.
Coach’s Eye
Come descrivevo nell’articolo succitato, Coach’s Eye è un’APP per dispositivi mobili che permette di analizzare nel dettaglio e al rallentatore, video di prestazioni sportive.
Tramite Coach’s Eye è facile poter scorgere tutti gli errori commessi durante la nostra pratica. Rivedendo un video al rallentatore e magari confrontandolo con un altro video analogo (lo stesso kata eseguito da un maestro) si riescono a vedere tutti i nostri errori, ed è per questo che l’avevo soprannominata “il tuo sensei virtuale”.
Coach’s Eye è divenuta abbastanza famosa nel tempo, tanto da essere utilizzata da molti sportivi. Il problema è che la TechSmith, azienda produttrice del software, ha deciso di mandare in pensione l’APP, chiudendo tutti gli account attivi, fermandone lo sviluppo e garantendo un supporto fino al 15 settembre 2022.
Coach’s Eye alternative
In molti mi hanno chiesto, a seguito della chiusura di Coach’s Eye, quali potessero essere delle alternative.
I miei personalissimi parametri di scelta sono stati:
compatibilità con sistemi Apple (iPhone e iPad)
gratuita (almeno nelle funzionalità di base)
il più possibile simile a Coach’s Eye
La mia scelta finale è ricaduta su OnForm ed è di questa APP che vi parlerò in questo articolo.
OnForm
OnForm è una APP per iPhone, iPad e sistemi basati su Android*, che permette di registrare / analizzare video di performance sportive al rallentatore, confrontare due video in contemporanea e utilizzare strumenti di disegno e monitoraggio linee posturali per una analisi precisa e attenta della pratica sportiva.
Con questa APP diventa facile, per allenatori e atleti, individuare le aree di miglioramento.
Registra video ad alta velocità fino a 240 FPS con comandi vocali.
Possibilità di importare video da altre applicazioni o direttamente dal cellulare.
Analisi dei video al rallentatore e fotogramma per fotogramma.
Monitoraggio dello scheletro.
Strumenti di correzione tramite strumenti di disegno e calcolo degli angoli.
Confronto tra due video l’uno contro l’altro per analizzare la forma o monitorare i miglioramenti nel tempo.
Organizzazione dei video e condivisione istantanea di video, PDF, immagini e documenti.
OnForm è uno strumento adatto non solo per chi pratica iaido ma anche jodo, kendo o qualsiasi altro sport: yoga, sollevamento pesi, calcio, golf, basket e altro ancora.
Si tratta di un’applicazione con quattro diversi livelli di prezzo: Gratuito, Personale, Coach e Team. La versione gratuita è limitata solo nel numero di video totali e contiene già tutte le funzioni principali. Con la versione Personale, a pochi euro/mese, è possibile gestire fino a 500 video e file HD. Le altre versioni sono dedicate ad Allenatori e Team che hanno bisogno di gestire molti atleti.
La versione gratuita è pefetta e fa tutto quello che deve fare. Chi volesse salvare un alto numero di video per un’approfondita analisi nel tempo, può sempre ed in ogni momento passare alla versione Personale.
(*) La versione di OnForm per Android, al momento, ha meno funzioni rispetto a quella per sistemi iOS ed è pensata per gli atleti che lavorano con un allenatore. Per registrarsi e accedere alle funzionalità di analisi video, gli utilizzatori di Android dovranno richiedere un codice invito. Se stai lavorando con un allenatore, l’allenatore sarà in grado di dartene uno. Se non lavori con un coach ma conosci qualcuno, ad esempio un amico o un collega, che ha un dispositivo Apple e l’app OnForm, puoi chiedere a quella persona di inviarti un invito.
OnForm: installazione
L’applicazione OnForm può essere scaricata e installata sul proprio dispositivo mobile collegandosi a Apple App Store per iPhone e iPad o a Google Play Store per i sistemi Android.
OnForm: creazione account
La prima cosa da fare, dopo aver installato l’APP, è creare un account.
Su sistemi Apple iOS è molto facile perché OnForm utilizza una nuova funzionalità che Apple ha reso disponibile solo di recente: Accedi con Apple ID. Accedendo con Apple ID non si dovrà mai ricordare utente e password perché l’accesso sarà automatico.
Per utenti Android, come già detto, si dovrà chiedere un codice invito ad un utente Apple. Attenzione: con Android, sarà possibile solo registrare video e inviarli per la correzione a qualcuno con l’APP installata su iPhone e iPad!
OnForm: come funziona
Dalla schermata Home dell’applicazione si può:
accedere alla sezione Library (tutti i video e i file)
configurare e selezionare altri utenti o interi gruppi
accedere alle impostazioni
Schermata Home di Onform
C’è la possibilità infatti, di condividere video (con note e chat) in forma privata con gli altri utenti configurati o con anche tutto il team (il dojo).
Per un uso personale invece, basterà cliccare su Library ed accedere ai video già creati (o importati) o crearne uno nuovo.
La Libreria di Onform suddivisa per utente, gruppi e data
Qui di seguito, la schermata di analisi dei video: in alto a sinistra, l’icona per il monitoraggio dello scheletro e, in alto a destra, l’icona per gli strumenti di disegno e calcolo. In basso, come in Coach’s Eye, la fly wheel per uno scrubbing frame-by-frame, con anche il tasto per la velocità di riproduzione del video (da 1/8x a 2x) e infine, in alto, il tasto di registrazione audio per commentare.
Analisi video con Onform
Cliccando sull’icona degli strumenti di calcolo e disegno è possibile tracciare linee rette, frecce, curve, cerchi e rettangoli e anche calcolare gradi e distanze.
Uso degli strumenti per evidenziare kissaki troppo basso e postura troppo strettaCon gli strumenti è anche possibile calcolare gli angoli
Cliccando una volta si seleziona lo strumento, due volte per cambiare strumento, forma o colore.
Onform offre una serie di strumenti molto utili per l’analisi delle performance sportive
Cliccando invece sull’icona dello scheletro si può analizzare in tempo reale la corretta postura del corpo, molto utile, nel caso dello iaido, per vedere se si è in centro e quanto le ginocchia e i gomiti siano piegati.
Onform e il suo Skeketon Tracking
Come in Coach’s Eye infine, anche con OnForm è possibile splittare l’inquadratura in due sezioni (ma anche sovrapporre i due video) per effettuare un confronto tra noi ed un’altra persona, o con noi stessi su due ripetizioni differenti dello stesso kata.
Comparazione di due performance sportive in tempo reale
OnForm: l’APP per lo Iaido
Queste sono solo alcune delle funzioni che è possibile utilizzare con OnForm. Il consiglio è di provare ad usarla da subito, è molto intuitiva. E tutti gli ex utenti di Coach’s Eye non avranno nessuna difficoltà perché molte funzioni sono le medesime.
Questo articolo non vuole essere un manuale per l’utilizzo di Onform ma solo un consiglio su quale applicazione utilizzare in sostituzione di Coach’s Eye. Chi avesse bisogno di maggiori informazioni sull’uso dell’APP Onform, può lasciare un commento a questo articolo e cercherò di rispondere a tutti.
Fatemi sapere anche se avete trovato utile questo articolo – che vuole essere un suggerimento su come migliorarsi nello Iaido e non una pubblicità ad un App con cui non ho nessun interesse e non ci guadagno nulla a sponsorizzarne l’uso – e se utilizzate invece altre APP per le stesse finalità.
Ed eccoci qui! Come ogni febbraio si sono tenuti i campionati italiani di iaido individuali e a squadre.
Questo è stato il mio quarto campionato e come le altre volte ho provato un po’ di emozione e tensione nel partecipare, ma anche tanta gioia nel rivedere tante facce amiche. Tuttavia, rispetto all’anno scorso o al taikai di giugno, non ho partecipato alle gare con l’unico scopo di vincere o – almeno – di arrivare in finale. Finale e/o vittoria erano il pass per poter partecipare ai campionati europei poiché eravamo in quattro per due posti e i risultati che si ottengono nelle gare sono un ottimo biglietto da visita per poter essere selezionati.
Quest’anno, invece, lo spirito che mi ha accompagnato nelle settimane precedenti ai campionati e nelle gare stesse è stato diverso, complice anche la nuova categoria in cui avrei gareggiato (nei nidan è la prima volta che si affrontano avversari con più esperienza all’interno della propria categoria). Questa volta vincere non era il risultato a cui puntare ad ogni costo, per il semplice fatto che la vittoria dipende da te stesso, dall’avversario e – non da ultimo – dai giudici. Lo spirito era quello di mettere il massimo impegno negli incontri, cercando di mostrare il massimo di quello che so fare. Così ho affrontato ogni incontro e alla fine ho conquistato il terzo posto.
Se dalla gara individuale non ho rimpianti, un po’ di delusione c’è per la gara a squadre. Quest’anno abbiamo schierato una formazione inedita, sicuramente non la più forte degli ultimi anni, ma che comunque ha dato tutto per onorare fino in fondo il dojo e i nostri sensei. Per tre di noi non sono stati i migliori incontri del weekend (eccezione fa Mattia che si è meritato fino in fondo il fighting spirit facendo tre incontri strepitosi), ma la voglia di far bene non è mancata e l’impegno è stato massimo. Le parole dei sensei a fine gara ci hanno rassicurato, ma ci hanno anche ricordato che siamo lontani dai nostri reali obiettivi e che dobbiamo continuare ad impegnarci in palestra per migliorare.
Unica nota davvero stonata di questi campionati? Un oste davvero scorbutico!
Marco Lassalle
Un altro campionato di Iaido è passato
di Claudio Zanoni
Un altro campionato di Iaido è passato.
Questa volta vorrei dare una visione diversa dal solito per quanto riguarda l’arrivo a questo appuntamento annuale. Per tante ragioni il nostro dojo sta attraversando un periodo di “stanca”. Le ragioni sono molteplici: alcuni si sono trasferiti per lavoro, altri hanno semplicemente smesso, altri hanno diminuito l’impegno e così tra un impegno privato e la mancanza di voglia siamo andati ad affrontare questi campionati con una squadra un po’ ridotta da un punto di vista numerico.
Devo dire che però i ragazzi mi hanno dato un’altra lezione importante. Quelli che erano presenti hanno sicuramente dato il massimo impegnandosi al 100 per cento e questo è quello che ho sempre chiesto a tutti: il massimo impegno. Non sempre è stato così.
Spero che i ragazzi che si sono dati disponibili non fraintendano quello che sto per scrivere ma ero un po’ deluso da come si stava preannunciando la competizione. Sono abituato a numeri elevati e a molto entusiasmo e mi sembrava invece ci fosse poco interesse e poco “spirito di squadra”.
Ancora una volta invece i ragazzi sono riusciti a sorprendermi, se fossimo una squadra di football americano il gruppo presente sarebbe la seconde linee, la linea difensiva ad oltranza, ma hanno preso in mano la situazione e sono scesi in campo con la grinta giusta e la convinzione di dare il massimo. Ci sono riusciti e così è stato per la kiryoku.
Sia negli individuali che nella gara a squadre hanno tirato fuori tutto quello che avevano e hanno regalato alla kiryoku un altro campionato alla grande, forse non in termini di medaglie, ma in termini di grinta, determinazione e sicuramente di attaccamento ed emozioni trasmesse.
Questo dovrebbe essere l’esempio per tutti, questo dovrebbe essere il modo di vivere il dojo, e non aggiungo altro.
Quindi grazie, grazie, grazie alle cosiddette seconde linee, che si sono guadagnate la prima fila ed il posto d’onore in questa kiryoku e, non esagero, nel mio cuore! Sono molto fiero di voi e mi avete veramente emozionato.
Questo articolo inaugura una nuova rubrica sul blog, dedicato all’approfondimento, certamente divulgativo e accessibile a non addetti ai lavori, del tema delle “religioni” giapponesi. In questo articolo ci tengo però a sottolineare come possa essere ambiguo fare ricorso ad una categoria così complessa come “religione” per descrivere un mondo culturale profondamente differente da quello in cui questa categoria è nata e si è sviluppata nel corso dei secoli. Ci tengo poi a sottolineare come questa serie di interventi desideri collocarsi su un piano storico-religioso e descrittivo, e sia privo di giudizi di valore rispetto alle differenti realtà prese in considerazione. Perché questo sia possibile è però necessario problematizzare almeno la parola che utilizzeremo di più, e che più di altre, tra le altre, rischia di generare confusione in chi legge.
La parola “religione”, che si incontra in tutte le principali lingue occidentali, deriva etimologicamente dal latino “religio”. Il termine era già problematico ai tempi di Cicerone, dove indicava, nel quadro del contesto culturale romano, in primo luogo la scrupolosità nell’attenersi a norme rituali tradizionali. Esso subisce un notevole arricchimento semantico in età imperiale, per influsso di alcuni influenti autori cristiani, come Lattanzio e Agostino, finendo ad indicare la cura della peculiare relazione tra l’essere umano e Dio, pur con diverse sfumature. Tra antichità e medioevo, il termine comincia a connotarsi in chiave identitaria, andando ad indicare una religio christiana opposta alla religio romana tradizionale, per finire ad assumere, nel corso del medioevo e della prima età moderna, un significato equivalente a quello di “cristianesimo”. È proprio questa caratterizzazione identitaria ad aver visto il sorgere dello studio storico-critico delle religioni, dal XVIII secolo in poi, sotto l’impulso del razionalismo illuminista. Negli studi occidentali moderni sui fenomeni religiosi di altre culture di interesse etnologico, si tendeva però ad utilizzare il termine “religione” per classificare fenomeni culturalmente molto distanti dalle forme di cristianesimo che si sono imposte in Europa lungo i secoli. In particolare, anche se frequentemente in modo inconsapevole, e spesso per contrasto, si finiva per proiettare le proprie categorie culturali su contesti assai diversi da proprio, andando di volta in volta a costruire identità alternative rispetto a quella dominante, di matrice nordeuropea. Oggi le scienze antropologiche e storico-religiose sono consapevoli della problematicità di questi usi, anche se il termine “religione” resta un utile strumento euristico, pur con i dovuti caveat.
Certo, già il fatto che un termine sopravviva solo come calco dalla sua lingua di origine (il latino), è indicativo della complessità dei fenomeni che possono essere descritti mediante il suo uso. Destino culturalmente simile ha avuto, del resto, anche la parola greca “philosophía”.
Tuttavia, la complessità delle espressioni religiose giapponesi rende problematico l’uso del termine “religione” per descrivere le dinamiche culturali alla base dei culti diffusi in Giappone.
La parola giapponese “shūkyō”, tradotta spesso come “religione”, possiede infatti una gamma di significati non esattamente sovrapponibile rispetto a ciò che si intende in occidente con quest’ultimo termine. “shūkyō”, una parola composta da due ideogrammi, shū, che significa setta o denominazione, e kyō, insegnamento o dottrina, è diventata prominente nel XIX secolo a seguito degli incontri giapponesi con l’Occidente e in particolare con i missionari cristiani, per indicare un concetto e una visione della religione comune nella teologia cristiana, ma in quel momento non presente in Giappone, cioè come sistema teologico ben definito e delimitato da specifiche confessioni di fede, di carattere normativo.
Il termine “shūkyō”, almeno in origine, implica dunque già una separazione tra ciò che è religioso da altri aspetti della società e della cultura, e contiene implicazioni di credo e impegno in un ordine o movimento – qualcosa che non è stato tradizionalmente un elemento costitutivo del comportamento religioso giapponese e che tende ad escludere molti dei fenomeni coinvolti nella cultura del Sol Levante. Quando legato a questioni di credo, evoca idee di un impegno stretto verso un insegnamento particolare ad esclusione e negazione implicita di altri – qualcosa che va contro la natura generalmente complementare e sincretistica della tradizione religiosa giapponese. In “shūkyō” e quindi nell’idea di ‘religione’ c’è una sfumatura a qualcosa di impegnativo, restrittivo e persino invadente, e, in definitiva settario.
Questo è una delle fondamentali motivazioni alla base della reticenza delle persone comuni giapponesi nel definirsi religiose, pur praticando in realtà moltissime attività che un occidentale non esiterebbe a definire tali.
Inoltre, il tema dell’appartenenza ad uno specifico gruppo religioso è ulteriormente complicata dall’immagine generale che le religioni organizzate hanno acquisito nel corso del XX secolo. Il buddismo, in particolare a causa delle sue associazioni con il processo di morte, ha spesso un’immagine piuttosto funeraria e triste, mentre le nuove religioni sono state spesso ritratte dai media come manipolative e piene di superstizione. Anche lo Shintoismo ha avuto la sua immagine compromessa a causa delle sue strette associazioni con il fascismo nazionalistico del periodo che ha portato alla sconfitta della guerra del 1945, mentre il cristianesimo, nella sua visione universalistica, tende ad essere piuttosto antitetico ai sentimenti di identità giapponese. I sociologi della religione hanno a lungo riconosciuto questo modello generale di rifiuto, negazione di appartenenze specifiche e riluttanza ad affermare l’impegno verso sistemi dottrinali definiti, che tuttavia non impedisce alle persone giapponesi di partecipare a moltissime azioni di azioni direttamente derivate da sistemi religiosi sopra descritti.
Da quanto emerge, i giapponesi amano gli eventi e le attività religiose ma per contro non amano la religione organizzata e orientata ad una specifica dottrina. Pertanto, si può affermare che la caratteristica principale della religiosità in Giappone è il suo focus sull’azione, sulla consuetudine e sull’etichetta.
In questo, molte forme di pratiche (e credenze) che sarebbero considerate marcatamente religiose agli occhi dell’occidentale medio non rientrano nella definizione giapponese corrente di “religione”. Ad esempio, pratiche come la preghiera per i defunti durante il festival di O-bon, pur essendo di chiara origine buddhista, non è considerata come parte di un sistema religioso, ma viene percepita come facente parte della vita quotidiana, come espressione culturale tra le altre. Lo stesso si potrebbe dire di alcuni aspetti delle arti marziali, che pure conservano in esse un innegabile influsso religioso, come nel reiho dello iaido.
Per concludere, occorre fare molta attenzione nel descrivere i fenomeni religiosi giapponesi, e tenere presente che non tutto ciò che per un occidentale può essere ascritto con sicurezza alla sfera del religioso o del sacro può essere percepito nello stesso modo in Giappone. Nei prossimi articoli, cercheremo di approfondire le principali tradizioni religiose presenti su suolo nipponico, delineandone brevemente la storia e l’attuale percezione nella cultura giapponese contemporanea.
Bibliografia: – Horii M., The Category of Religion in Contemporary Japan. Shūkyō & Temple Buddhism, Springer, Cham 2018, pp. 23-51. – Kobbert M., s.v. Religio, in RE, Bd. IA,1, 565-575. – Reader I., Religion in Contemporary Japan, MacMillan, Basingstock 1991, pp. 12-20.
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