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Una storia meravigliosa piena di lezioni di Budo

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gratitudine e rispetto nel budo

Un mio amico mi ha telefonato qualche tempo fa e mentre mi raccontava cosa stava succedendo nella sua attività mi ha anche detto, così come se fosse una cosa secondaria, che stava salendo in macchina per andare a prendere il suo vecchio istruttore di arti marziali per portarlo in palestra. Ne abbiamo parlato un po’ e mi ha detto che il suo insegnante è solo e ha un deficit cognitivo. Di conseguenza gli “anziani” del dojo se ne prendono cura, gli hanno trovato una struttura protetta, lo vanno a trovare e lo portano in dojo dove pare riesca ancora a praticare la sua arte marziale senza alcun problema.

Ho trovato questa storia meravigliosa da un punto di vista umano ma riflettendoci un po’ è chiaro che contiene una serie di lezioni di Budo molto importanti che il mio amico dava per scontate e normali ma su cui vale la pena di soffermarsi.

Dal mio punto di vista le lezioni di budo contenute in questa storia sono almeno tre.

La prima attiene alla gratitudine concetto molto chiaro e scontato per il mondo giapponese meno evidente per noi. Sono grato al mio insegnante per tutto quello che ha fatto per me e, di conseguenza, mi occupo con gentilezza di lui nel momento in cui ne ha bisogno semplicemente perché è normale ricambiare quanto abbiamo ricevuto nei molti anni di pratica insieme. Spesso durante il kyoto taikai si vedono i Maestri anziani che ancora praticano iaido e kendo che vengono accompagnati dai loro allievi fino all’area in cui faranno la dimostrazione, a volte vengono anche aiutati ad indossare l’armatura. In questo esempio si tratta di Maestri che hanno l’8° o, sempre più raramente, il 9° dan ma lo stesso concetto è applicabile a coloro che ci hanno insegnato per molti anni anche se abbiamo raggiunto lo stesso grado o un grado maggiore. La gratitudine è un atteggiamento importante per prima cosa per noi perché ci permette un miglioramento vero come essere umani.

La seconda lezione riguarda l’appartenere ad una famiglia di Budo. Spesso il Maestro Buxton parlava dell’importanza e della bellezza della  Budo family, si pratica insieme per molti anni, ci si vede agli stage con il proprio Maestro, si progredisce aiutandosi reciprocamente. Come in ogni relazione di lungo periodo ci sono alti e bassi, cose che vanno bene ed altre no, ma c’è un legame. Nell’esempio che ha ispirato questo articolo  è stato considerato naturale occuparsi del proprio insegnante come se fosse uno di famiglia e tutti i compagni di dojo hanno agito di concerto per trovare soluzioni adatte, come farebbe una famiglia. Nuovamente è un concetto considerato più normale nella cultura giapponese, per esempio se il Maestro si ammala è normale che il gruppo si occupi del dojo e contribuisca anche alle spese di ospedalizzazione o copra in qualche modo i mancati redditi del Maestro. In una famiglia è un atteggiamento normale.

La terza lezione riguarda la capacità del nostro corpo di ricordare al di là di quello che fa la nostra mente. Se abbiamo praticato molto il movimento è diventato naturale per noi e siamo in grado di riprodurre quel gesto anche se le nostre capacità cognitive sono limitate. Anche in questo passaggio esiste un messaggio con un alto contenuto di positività.

Probabilmente ci sono altre lezioni  che possiamo trovare in questa semplice storia raccontata come un fatto normale di poca rilevanza e che invece continua a riempirmi di gioia ogni volta che ci penso. Magari i lettori possono aiutarmi a trovare altri spunti.

Suiseki, la sottile arte dell’osservazione e della disposizione delle pietre

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Suiseki
English version here
Suiseki
[immagine da https://www.bonsai-bci.com/index.php/bci-resources/viewing-stone-blog]

Vedo il mondo intero in una piccola pietra. Alcuni oggetti in questo mondo sono enormi e altri sono piccoli e hanno tutte le forme, ma non sono così diversi quando guardi la loro essenza.

Hideo Marushima, Storia del Suiseki in Giappone

L’arte è forse una delle cose che contraddistingue l’uomo tra gli altri esseri viventi ed è generalmente associata alla bellezza. Il comportamento tipico dell’essere umano davanti a qualcosa di stupefacente e meraviglioso è quello di un’estatica sensazione causata dal prodotto della creazione artistica, da cui ovviamente la capacità relativa alla creazione di prodotti definiti artistici. Con i cambiamenti culturali e sociali tipici della nostra evoluzione credo sia possibile dire che anche l’arte abbia mutato la sua natura: il suo sguardo si è rivolto anche verso soggetti inquietanti, spesso addirittura sconvolgenti, ma che comunque suscitino emozioni. Non più solo alla ricerca e alla rappresentazione del bello in sè, ma di qualcosa che faccia nascere emozioni, fossero anche di disgusto o inquietudine.

È forse quindi l’animo umano a definire cosa sia arte, e non solamente guidato dalla cultura: un tramonto, ua goccia di pioggia, un’ombra, uno spazio tra due fiori su un ramo, un cristallo di neve, ovunque l’uomo sensibile volga lo sguardo verso la natura è in grado di coglierne la bellezza definendo l’oggetto dell’osservazione come capolavoro, sulla falsariga del manufatto artistico. Quindi non è solo più arte quella derivante dall’atto creativo dell’uomo, ma l’evolversi della cultura e della sensibilità umana può portare a nuovi paradigmi artistici per la ricerca e l’apprezzamento di opere d’arte create dalla natura.

Spingendosi oltre, possiamo definire arte una semplice pietra? Sono definibili arte l’Ayers Rock australiano, uno scorcio di calanche provenzali o le Rainbow Mountain peruviane?

Suiseki
[immagine da https://www.ruta40.it/sudamerica/peru/tour/trekking-montagna-arcobaleno-vinicunca.php]

Forse no, forse riescono solo a creare emozioni non diversamente da un evento naturale. Ma che dire di un oggetto, non creato dall’uomo ma dalla natura e dai suoi cicli, che l’uomo invece ricerca e pone semplicemente su un piedistallo esattamente come un’opera d’arte? Varchiamo in questo caso un confine diverso, per addentrarci in quella che spesso è stata definita come l’arte definitiva, finale, compendio di mille altre arti tipicamente frutto della cultura e della sensibilità umana, ma realizzata dalla natura sulla natura stessa, che stimola in noi le stesse emozioni di un manufatto artistico, nel più puro stile di un accadimento che non può che realizzarsi naturalmente, ma che si porta dietro un significato profondo come fosse creato con intenzione. O forse proprio qui sta la non intenzionalità insita nella bellezza e nel messaggio che è in grado di trasmettere.

È il Suiseki, ovvero piccole rocce che vengono naturalmente scolpite ad esempio dal flusso dell’acqua o dall’insistenza del vento, e che presentano forme, colori o trame particolari. Non sono semplici pietre, ma devono mostrare una qualche espressività: sono arte per un sensibile osservatore, diventano arte da mostrare al pari di quadri e sculture, e per certi versi alimentano un mercato dell’arte non diverso da quello a cui siamo più abituati a pensare. Il Suiseki è quindi ben diverso dall’arte dell’impilare le pietre, o stone/rock balancing, disciplina volta al porre pietre e massi di forme diverse in equilibrio l’una sull’altra, senza una base e senza alcun supporto se non quello della forza di gravità, spesso strettamente collegato con lo Zen, con la rilassatezza, con lo scambio di energia e l’aumento di sensibilità, che richiede sicuramente concentrazione e pazienza ma che resta comunque un’arte che prevede un intervento umano per la sua realizzazione, anche se basato sulla sensibilità dell’artista nella selezione delle pietre adatte o del luogo dove poter esporre la propria creazione.

Suiseki
[immagine da https://www.bigstockphoto.com/image-70578532/stock-photo-zen-garden-meditate-spiritual-landscape-of-green-forest-with-calm-pond-water-and-stone-balance-rocks]
Suiseki
[immagine di lele bo]

A differenza dello stone balance, il Suiseki è l’arte giapponese dell’apprezzamento della pietra. Un’arte originata in Cina oltre duemila anni fa, dove è nota con il termine gongshi, e introdotta anticamente in Giappone durante il periodo Asuka (538-710 AD) ma diventata più popolare durante il periodo Kamakura (1183-1333 AD) grazie al riconoscimento da parte della classe dirigente dei samurai.

L’essenza è quella della ricerca, e quindi dell’esposizione, di pietre cosiddette figurate, ovvero che siano in grado di rappresentare qualcosa. Dal momento che il termine originario giapponese suiseki significa acqua (sui) pietra (seki), ovvero natura, tutto ciò che modifica la pietra, e infatti queste opere devono essere state create unicamente dalla natura, non devono aver subito interventi da parte dell’uomo, non possono essere state tagliate, scolpite o colorate, ma possono essere montate su un supporto per migliorarne l’esposizione.

Suiseki
[immagine da https://shakkei.it/suiseki/i-sette-principi-nel-suiseki/]

L’unico eccezionale intervento accettato è infatti il taglio piatto per la creazione di una migliore base d’appoggio, dato che queste pietre possono essere presentate come

– Daiza : dotate di base lignea

– Suiban : posata su una sorta di vassoio o in un ciotola di ceramica, riempiti di acqua o di sabbia

– Doban : come il Suiban ma posata in un contenitore di bronzo

Sebbene il suiseki possa essere considerato come un’espressione estrematente minimalista dell’arte, addentrarsi nella classificazione di tali opere è tutt’altro che semplice. Esattamente come la natura ha infinite sfaccettature, anche il Suiseki ha una miriade di classi, forse anche frutto della tendenza giapponese a catalogare e assegnare nomi per stabilire le più sottili e intime differenze tra le cose.

Su scala più grande, ma non per questo primaria, una classificazione iniziale può essere fatta sulla forma, ovvero pietre che rappresentano gli aspetti naturali di un paesaggio, oppure pietre che rappresentano oggetti o animali, ognuna con svariate sotto categorie e ognuna caratterizzata naturalmente da un nome specifico.

Le prime, Sansuikei-seki o Sansuikeijo-seki, suggeriscono scene e paesaggi che si ritrovano in natura: a questa famiglia appartengono una trentina di sottocategorie, come quelle che rappresentano cascate, singole e multiple,  viste frontalmente o di lato, canali lasciati da cascate ormai estinte, montagne singole o picchi multipli, coperte o meno da vegetazione o neve, viste direttamente o attraverso vallate, isole che fuoriescono dall’acqua, altipiani e zone collinose, spiagge, specchi d’acqua, coste rocciose, rifugi di varia natura per la protezione dalle intemperie,  o gallerie, ognuna con il suo nome proprio per la migliore e più precisa classificazione.

Suiseki
[immagine da http://www.aias-suiseki.it/en/node/603]

Le pietre che rappresentano animali od oggetti intimamente connessi con la natura sono invece le Keisho-seki: queste non devono copiare l’oggetto in sè, ma come spesso accade nel sumi-e, suggerire attraverso delicate linee e forme. Esistono poco meno di una decina di sottocategorie in questa famiglia, che raggruppano pietre che ricordano case rustiche (necessariamente rustiche, una casa di tipo occidentale o moderna non sarebbe considerata), capanne di paglia, imbarcazioni, ponti, animali in genere e più specificamente uccelli reali o mitologici, farfalle e altri insetti tipici della tradizione giapponese, pesci, tra i quali ovviamente non possono mancare le carpe, forme umane con particolare attenzione a lavoratori come pescatori e contadini, Buddha e monaci,  pietre che rappresentano oggetti diversi, in numero di tre, ed osservati da angoli differenti.

Suiseki
[immagine da http://www.aias-suiseki.it/en/mostreeconvegni/CrespiCup2017]

Un altro tipo di classificazione viene effettuata per il colore della pietra, detta Shikisai-seki: ancora una volta è la sensibilità dell’osservatore a stabilire la bontà della colorazione attraverso le sensazioni collegate alla natura che riesce ad evocare la pietra stessa, come l’alba, il tramonto, la notte, la primavera e così via, classificazione caratterizzata dal dover evocare sensazioni unicamente attraverso caratteristiche estetiche. Esistono sette sotto categorie che prendono tipicamente il nome dal singolo colore della pietra, ad esempio Kuro-ishi, pietra nera, più una categoria definita Goshiki-ishi, o pietra dai cinque colori, che tradizionalmente sono un miscuglio di rosso, giallo e verde insieme a qualcosa di grigio, blu, viola, bianco o nero.

Suiseki
[immagine da https://www.japanese-vintage.org/suiseki_stone_2019mar15]

Per complicare ulteriormente le cose, un’altra classificazione è basata sulla trama della superficie, denominata Monseki, caratterizzata da trame, colori, linee, minerali eventualmente in vista, e ancora una volta i collezionisti giapponesi hanno sviluppato una preferenza per le trame particolarmente affini alla natura. Non possono mancare le molte sotto famiglie, poco meno di una trentina, che raggruppano pietre le cui superfici richiamano alberi, foreste, bonsai in vaso, fiori (Hanagata-ishi, particolarmente apprezzate in Giappone) e in particolare il crisantemo, il pruno, la rosa selvatica, vari tipi di frutti, foglie, erbe, bambù, eventi metereologici, cosmici e naturali, a strisce, a rete, o motivi astratti.

Suiseki
[immagine da https://www.lot-art.com/auction-lots/Suiseki-Hakusan-Monseki-1-Natural-stone-Japan-21st-century/46180509-suiseki_hakusan-28.3.21-catawiki]

Per finire, attingendo ancora una volta alla tradizione giapponese, non poteva mancare una classificazione basata sul luogo d’origine, luoghi che sono particolarmente conosciuti per l’abbondanza di tali pietre, che prendono a loro volta il nome dal toponimo: in Giappone esistono almeno una dozzina di luoghi famosi sparsi sul territorio nazionale che danno quindi il nome alle pietre come Kurama-ishi, nella prefettura di Kyoto, Kamuikotan-ishi, nella prefettura di Hokkaido, Sado akadama-ishi, nella prefettura di Niigata, etc.

Nota curiosa, esistono ovviamente luoghi in tutto il mondo che permettono di trovare pietre per il Suiseki e in Italia spiccano per interesse alcune zone dell’Appennino Reggiano, nel Piacentino, e delle Alpi Liguri, che offrono pietre di calcare duro che per composizione geologica assomigliano alle Suiseiki classificate come Furuya-ishi, nella prefettura di Wakayama, pietre da noi chiamate Palombini a causa del loro colore grigio azzurro simili al piumaggio del Palombo o Colombaccio.

Suiseki
[imagine from https://satsukibonsai.com/prodotti/suiseki-palombino/]

Anche se raramente una pietra viene caratterizzata da tutte le famiglie e sotto famiglie descritte, è comunque usanza tipica utilizzare più di un sistema e spesso associare anche un nome poetico come ultimo classificatore.

L’osservazione e la contemplazione delle Suiseki è quindi qualcosa che va oltre all’arte in sè, varcando i confini dell’esistenza umana collegata al mondo naturale. Non sono creazioni artistiche in senso letterale, quanto piuttosto elementi grezzi in grado di restituire emozioni profonde: è quindi la sensibilità di chi le trovi a determinarne la qualità artistica, e la sensibilità dell’osservatore a coglierne le sensazioni che queste riescono a comunicare. In una maniera particolarmente evocativa il Suiseki è stato definito come non avere limiti nell’esatta maniera in cui sono infinite le forme in continuo mutamento ravvisabili osservando le nuvole.

Suiseki
[http://www.aias-suiseki.it/en/node/603]

Il maestro Nomura Masayuki nella sua conferenza tenutasi in occasione della 11a edizione della Crespi Suiseki Cup nel 2015, riportava che il  “Suiseki tratta di un mondo al quale si giunge gradualmente dopo aver sperimentato varie cose. Sono infatti innumerevoli le conoscenze richieste: nell’ambito della pittura policroma e monocroma giapponese, della disposizione delle pietre, dei kakemono, della conoscenza vera e propria di pietre e rocce (litografia), degli elementi di accompagnamento, dei tavolini nonché di altre forme espressive della tradizione nipponica, come la cerimonia del tè, la calligrafia, la disposizione dei fiori, la religione/filosofia che ne è alla base, l’antiquariato, le ceramiche e le porcellane, i metodi di disposizione decorativa e via dicendo. Insomma, l’insieme di tutte queste conoscenze dà vita alla esposizione di un suiseki, un hobby globale che cerca il suo spazio nel cuore delle persone e della loro vita quotidiana. […] È un “cammino artistico” di decorazione estetica che si attua all’interno di una stanza/spazio tramite l’uso delle pietre. Anche se abbiamo tra le mani una pietra meravigliosa, potenzialmente decorativa, ma non sappiamo come disporla, è come se avessimo una pietra morta. Il Suiseki, quindi, si prefigge lo scopo di disporre al meglio – in modo estetico e decorativo – la pietra all’interno di uno spazio. La stessa pietra, disposta in modo diverso, farà risaltare o meno la sua bellezza intrinseca. Ecco allora come potremmo definire la “Via del Suiseki” : essa evidenzia un interesse silente e pacato nei confronti di una pietra, di un paesaggio posto in una composizione spaziale decorativa d’interno incentrata sul suiseki stesso, che è l’essenza e la quintessenza della Natura. È un completamento dell’opera d’arte in uno spazio estetico con una sua propria dignità.”

Suiseki
[immagine da https://www.takumilifestyle.com/tokonoma-il-tempio-dellombra/]

Per comprendere meglio il senso del “cammino artistico” che permette di approdare al Suiseki, è utile elencare i sette principi di questa arte come elencati dal maestro Nomura Masayuki:

  1. Kanso (semplicità): semplificare la composizione espositiva per evidenziare la bellezza
  2. Shoryaku (omissione): evidenziare la bellezza attraverso la “sottrazione”
  3. Yohaku no bi (spazio): creare spazi vuoti sufficienti all’interno della composizione per permettere al fruitore di apprezzare i punti successivi
  4. Seijo (purezza): permettere al fruitore di apprezzare un senso di purezza all’interno della composizione
  5. Jaku (quiete): permettere al fruitore di percepire uno stato di quiete all’interno della composizione
  6. Iki (raffinata eleganza): trasmettere eleganza attraverso la composizione
  7. Fuin (un’indefinibile sensazione positiva percepita all’interno della composizione): la creazione di un atmosfera positiva indescrivibile a parole, che trasmette la bellezza della semplicità e l’eleganza.

Se il Suiseki non è in fondo nulla più che una pietra, per renderla viva e fare in modo che questa possa sprigionare la sua bellezza e la sua carica artistica è necessario che lo spirito della persona che la trovi e la mostri sia profondo, colto e sensibile: è realmente qualcosa di vivo, non a caso vengono frequentemente chiamate pietre vive, che aprono alla consapevolezza del lavoro costante, della natura in questo caso e in rapporto alle attività umane, rappresentazione tipica dell’effimero caratteristico del wabi sabi.

Il più profondo  intimo significato del Suiseki è quello di aiutare a sviluppare la propria ricchezza d’animo attraverso il concetto estetico detto mono no aware, e quindi strettamente legato a quello del wabi sabi, ovvero l’emozione per la bellezza della natura e della vita umana con conseguente sensazione nostalgica legata al suo incessante mutamento, o più comunemente alla sensibilità delle cose.

lele bo

FONTI

https://www.bonsaiempire.com/origin/related-arts/suiseki

https://shimagata.tripod.com/suiclass.htm

https://shakkei.it/suiseki/i-sette-principi-nel-suiseki/

Seminario di Iaido a Lucca 4-5 dicembre 2021

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Seminario di Iaido a Lucca 2021
Foto di Eugenio "Gege" Marsilli

Oggi Facebook mi ripropone foto di 4 anni fa: esattamente il 10 dicembre 2017, quando per la prima volta Danielle e Claudio hanno svolto un allenamento qui a Lucca. L’evento era nato in modo molto informale e condiviso con alcuni amici di dojo vicini. L’appuntamento si è ripetuto poi negli anni successivi ma è stato bruscamente interrotto, come tutto il resto, dall’emergenza Covid.

Dopo quasi due anni di stop, finalmente il 4 e 5 dicembre Danielle e Claudio hanno potuto tornare a Lucca e riprendere questo bellissimo evento.

È stato veramente un grande piacere potersi ritrovare con loro e con i tanti amici di pratica che sono riusciti a raggiungerci, nonostante il periodo difficile, da tante parti d’Italia e in numero molto maggiore rispetto al 2017.

Sentivo proprio il bisogno di poter praticare in modo tranquillo e approfondito; le spiegazioni dei maestri sono state, come sempre, chiarissime ed efficaci, piene di stimoli per tutti, dai nostri giovani allievi con pochi mesi di esperienza (e rimasti affascinati dall’allenamento) ai gradi più alti. Quest’anno poi sono stati introdotti “effetti speciali” a sorpresa: sussidi didattici individuati da Danielle e realizzati, con la sua consueta professionalità, da Alessio. Uno di questi dovrei proprio adottarlo sistematicamente per sviluppare la mia percezione del Kaso teki: devo dire che l’idea di Alessio funziona molto bene anche per me. Cosa mai avrà escogitato Alessio? Per scoprirlo bisognerà venire allo stage di Lucca nel 2022!

Anna

clicca qui sotto per leggere altre riflessioni sul seminario di Lucca 2022

Iaido, domande d’esame (con risposte) 2

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domande e risposte esame

Domenica 21 Novembre 2021 si è tenuta una nuova sessione di esami di Iaido da 1° dan a 5° dan.

Come sempre, oltre alla prova pratica, l’esame consiste anche in un test scritto.

Abbiamo richiesto ad alcuni degli esaminandi di fornirci le loro personali risposte al test, che pubblichiamo qui, certi che possano essere di interesse comune.

Grazie e complimenti a Valeria, Rosa, Davide, Stefano, Mattia, Andrea e Cristina.

Esami da primo e secondo dan  

domande

1) I kata della Zen Nippon Kendo Renmei si dividono in tre gruppi. Sai dire quali sono questi gruppi ?

2) Spiega il significato di Ukenagashi. 

Valeria

  1. I kata della Zen Nippon Kendo Renmei sono raggruppati in 3 serie: 
  • Serie in ginocchio (Seiza no bu) che comprende i seguenti kata:
    • Mae
    • Ushiro
    • Ukenagashi
  • Serie con ginocchio alzato (Iaihiza no bu) che include un solo kata:
    • Tsuka Ate
  • Serie in piedi (Tachi iai no bu) che comprende i seguenti kata
    • Kesagiri
    • Morotetsuki
    • Sampogiri
    • Ganmenate
    • Soetetsuki
    • Shihogiri
    • Sogiri
    • Nukiuchi
  1. Il termine Ukenagashi significa parare l’attacco dell’avversario deviando la spada di lato con lo shinogi della propria spada. Il gesto viene eseguito nel terzo kata della serie in seiza, chiamato per l’appunto Ukenagashi.
    Nella descrizione di alcuni kata della serie in tachi iai viene utilizzato per indicare il caricamento in protezione (furikaburi con ukenagashi) che porta la spada sopra la testa prima del taglio.

Rosa

  1. I kata della ZNKR sono suddivisi in 3 gruppi: 

– primo gruppo, 3 kata, Seiza no bu 

– secondo gruppo, 1 kata, 
Iaihiza no bu 

– terzo gruppo, 8 kata, Tachiiai no bu

  1. Il significato letterale di Ukenagashi è: ricevere, deviare e tagliare. Nel kata Ukenagashi il terzo del primo gruppo, l’affondo dell’avversario viene deviato con lo shinogi della propria spada shinogi della propria spada, segue un taglio rapido andando indietro .

Davide

  1. i tre gruppi sono: kata in seiza (da 1 a 3), in Iaiza (4°) e in Tachiiai (da 5 a 12)
  2. Ukenagashi deriva da Ukeru (ricevere) e Nagasu (scivolare) e significa ricevere facendo scivolare . E’ usato nell’omonimo terzo kata dove si riceve un attacco dal fianco sinistro, si effettua ukenagashi ed infine si taglia l’avversario sulla linea del kesa.

Esami da 3° dan

Domande

1) Spiega il significato di Enzan no metsuke.


2) In una spada giapponese la parte importante ai fini del taglio ha un nome specifico, sai qual è e sai descrivere il modo migliore per rendere efficace un taglio?

Stefano

1) Letteralmente, “Enzan no metsuke” significa “guardare una montagna da lontano”. Nelle arti marziali, e nello Iaido in particolare, questa espressione viene citata spesso per indicare l’importanza dello sguardo durante l’esecuzione dei kata. Tuttavia, come si evince dalla traduzione, non si tratta semplicemente di guardare l’avversario, la spada o un punto indefinito di fronte a sé ma piuttosto la figura nel suo insieme. Solo osservando l’avversario nel complesso, tenendo presente al tempo stesso l’ambiente nel quale ci si sta muovendo, si possono davvero comprendere le intenzioni di chi si sta affrontando per poter reagire prontamente nella maniera più efficace. 

2) La lama della spada giapponese è idealmente divisa in tre parti, ognuna delle quali è concepita per svolgere funzioni diverse. Quella deputata al taglio è il terzo più prossimo alla punta ed è chiamato Monouchi. Per rendere efficace un taglio ci sono molti aspetti da tener presente, per citare solo i principali:

– Morbidezza dell’impugnatura e fluidità nel condurre il movimento, incrementando progressivamente la velocità di esecuzione 

Hasuji corretta, ovvero conduzione del taglio mantenendo la giusta inclinazione della lama lungo il piano di taglio scelto (sia esso verticale, diagonale od orizzontale)

– Ki Ken Tai, riuscire a tagliare col movimento compatto di tutto il corpo insieme e non solo per mezzo delle braccia o delle spalle

Mattia 

  1. Espressione che significa  “osservare la montagna lontana”. Nelle arti marziali assume il significato di essere consapevoli dell’avversario e della situazione nella sua interezza.
  2. Nella spada giapponese la parte tagliente è il primo terzo della lama verso la punta e prende il nome di mono-uchi. Per rendere efficace il taglio, il mono-uchi deve raggiungere una adeguata velocità e, dopo aver colpito il bersaglio, scorrere su di esso. Inoltre il taglio deve essere “rotondo”, ampio, con corretto tenouchi e un corretto hasuji.

Esami da 4° e 5°  dan

Domande

1) Elenca e descrivi brevemente i punti richiesti per l’esame di 4° e 5° dan secondo quanto previsto dal Regolamento della International Kendo Federation,  da aggiungere a quelli richiesti per i gradi fino a 3° che sono i Chakuganten (punti fondamentali per la valutazione degli esami) e i seguenti:

 – Corretta presentazione corretta etichetta 

– Precisione nell’esecuzione di nukitsuke e kiritsuke

 – Precisione nell’esecuzione di Chiburi 

– Precisione nell’ esecuzione del noto.

Andrea 

I punti richiesti sono i seguenti:

(1) Compostezza mentale. La compostezza è un sinonimo di rettitudine e concentrazione mentale, significa mantenere un atteggiamento corretto ed essere sempre attenti a ciò che succede; un buon praticante è “composto” sempre, all’interno del dojo come nella vita di tutti i giorni e la sua compostezza inizia a manifestarsi già nello spogliatoio dove ci si lasciano alle spalle tutti i problemi del quotidiano, per iniziare a dedicarsi anima e corpo alla pratica imminente.

(2) Metsuke (sguardo). Il concetto di Metsuke si riferisce a un modo differente di “vedere” durante la pratica dello Iaido, cioè guardare l’intero quadro, la forma complessiva del possibile avversario, e anche guardare al di fuori di lui, ovvero il luogo in cui stiamo praticando e l’atmosfera in esso presente; solitamente viene dato per scontato, ma in noi si manifesta sempre una certa difficoltà nel “vedere” correttamente e quindi nel “vivere” pienamente una gara, un kata, un embu, soprattutto se non si assume una posizione corretta del collo e dell’intero corpo; di conseguenza allenare il metsuke riveste una certa importanza durante l’allenamento, per ottenere una visione chiara dell’insieme e mai solo di una parte dell’avversario.

(3) Kihaku (vigore). La traduzione comune di questa parola è “vigore”, ma non riguarda la forza espressa con i propri muscoli, ma la forza interiore e l’esplosività. Come si manifesta questa differenza è difficile da spiegare, ma un modo per raggiungere questo obiettivo è attraverso la respirazione corretta ed essere in uno stato di costante prontezza, con un impegno totale, dando il massimo della nostra energia e del nostro sforzo, in maniera tale che l’espansione del ki possa manifestarsi.

(4) Ki (spirito) Ken (spada) e Tai (corpo) all’unisono. Ovvero spirito forte, taglio forte e corpo fluido. Quando colpiamo dobbiamo esprimere il nostro intento di attaccare l’avversario senza nessuna esitazione. KI rappresenta l’idea di un movimento verso l’esterno del nostro “spirito” interiore sotto forma di un’energia potente, ma si riferisce anche a come utilizziamo la nostra mente nel dimostrarlo, cioè senza nessuna esitazione o paura. KEN rappresenta molto di più che eseguire l’azione del taglio ed è strettamente collegato al concetto di THAI che non riguarda soltanto il fisico. Senza la tensione e l’attitudine necessaria e la giusta postura che dobbiamo richiedere al nostro corpo, le tecniche non verranno eseguite in maniera sincera ed efficace, per questo è importante che l’azione coordinata tra i tre elementi non si costruisca solo mentalmente, ma fisicamente.

Cristina

Dal 4° al 5° dan, in aggiunta, si richiedono:

1) Compostezza mentale. Con questo concetto si intende che il candidato debba avere un atteggiamento caratterizzato da serietà e fermezza, per cui – pur essendo vigile verso ciò che lo circonda- deve esprimere risolutezza nell’agire e possedere una stabilità emotiva grazie a cui non essere distolto dalla propria concentrazione.

2) Metsuke ovvero lo sguardo, che deve essere ampio così da vedere l’intera figura dell’avversario e anche l’area circostante; con questo si dimostra di vedere la posizione e il numero dei nemici in ogni momento del Kata e lo si rende più realistico.

3) Kihaku ossia il vigore, non inteso tanto in senso fisico, quanto più come forza interiore pronta a cogliere eventuali attacchi improvvisi e con determinazione 

4) Ki-ken Tai no Ichi in cui sta l’essenza dello iaido. Si tratta dell’unità di:

   Ki – Spirito,   

  Ken – spada,    

  Tai corpo

Questo concetto sottolinea l’importanza dell’armonia tra questi tre elementi cosicchè la simultaneità del movimento del corpo e del fendente della spada realizzino un taglio efficace e corretto.