LA VIA DIGITALE

Una passione, una strada, un approccio alle cose che non sono solo quelle messe in pratica in palestra, ma che con il tempo, se propriamente praticate, diventano un modo di essere.

Per chiunque, l’allenamento per una buona metà della settimana, seguendo i propri corsi, e seminari e gare nei fine settimana, è stato la norma fino a poco tempo fa: mi piace usare il termine “poco” perché anche se è già passato un anno, è un tempo comunque relativamente breve rispetto alla durata del cammino che abbiamo intrapreso. Ma mantenere il passo chiusi in casa, per quanto sia radicata la passione, non è, e non è stata, cosa facile.

La pigrizia, più mentale che altro, ha portato a procrastinazione, i giorni che diventano settimane, poi mesi, e in un attimo passa un intero anno: eppure le occasioni non sono mancate per restare sulla via, anche se con altra modalità. Strumenti che normalmente erano caratteristica di giornate lavorative, per alcuni magari anche per mantenere il contatto di vicinanza con affetti lontani, sono diventati parte di un nuovo modo di vivere la pratica.

Mi sento di dire che la scelta dei termini può spesso portare a fraintendimenti: quelli che molti chiamano il distanziamento sociale di questo ultimo anno, è in realtà un distanziamento solo fisico. I molti webinar, privati e federali, che hanno caratterizzato questo ultimo periodo della nostra vita sono stati in realtà uno strumento eccezionale per rinsaldare quel senso di condivisione e pratica comune, nonostante le non poche difficoltà degli spazi non adatti.

Ma è proprio da queste limitazioni, dal poter ancora osservare e cercare di fare proprie soluzioni alternative anche dei compagni remoti, nell’accettare con rinnovato interesse una pratica spesso rallentata e quindi più profonda e attenta ai particolari, che ha fatto si che l’incontro telematico potesse diventare una nuova pratica. Stage virtuali con maestri, incontri con atleti nazionali, corsi istruttori, ogni occasione un nuovo momento per ripristinare alcune routine che rischiavano altrimenti di perdersi, come anche solo l’indossare il gi ed eseguire un saluto.

Calarsi comunque in una realtà più intima, e non essendo visti dal vivo praticare davvero per se stessi, sono diventati un nuovo modo di pensare alla pratica, nonostante i più facili modi di dire che caratterizzano spesso la descrizione della attività in palestra. Ho potuto incontrare molto più spesso persone che intravedevo magari solo di sfuggita un paio di volte l’anno, e con loro praticare e condividere uno studio: il cosiddetto distanziamento ha in realtà aggiunto molto ad una pratica che poteva rientrare in una routine pericolosa perché non ragionata.

La vita scandita dal monotono pendolo oscillante tra lavoro, casa e palestra rotta dal lockdown ha rischiato di portare all’allontanamento dalla via, perché se anche routine, una volta a confronto con i cambiamenti forti messi a dura prova dalla pigrizia di una vita esclusivamente casalinga, si è dimostrata fragile, facendo perdere quei punti di riferimento che potevano essere considerati solidi in uno stato di normalità.

Credo che nel piccolo della mia seppur ancora breve via, il mezzo digitale abbia in realtà risvegliato qualcosa di più profondo. Tecnologia e tradizione si sono incontrati in un magnifico contesto nel quale ho potuto apprezzare ancora meglio il duro lavoro che caratterizza una vita centrata sul budo. Appena un’intuizione di cosa possa realmente rappresentare questo termine, ma un particolare piacere nell’avere riscoperto qualcosa, un po’ più praticamente, anche grazie ad una partecipazione da lontano dei tanti camminatori che ho incontrato sulla via che ho scelto.

Nonostante diverso, non ritengo di poter affermare che sia stato un anno perso: avrò sicuramente tantissimo da recuperare dal punto di vista pratico, ma mentalmente ho potuto recuperare qualcosa di diverso grazie al costante supporto di molti maestri e commissioni, riferimenti che anche fuori dai propri dojo hanno saputo dare un significato reale oltre la pratica, portando tra le mie piccole quattro mura una visione più completa della semplice esecuzione di un kata. Lo iaido digitale non sostituirà mai la pratica in dojo, ma con il dovuto spirito di adattamento è sicuramente un supporto anche psicologico alla ricerca di un proprio centro, contro ogni avversità e limitazione.

lele bo

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