Andrea Cauda (SGT Kiryoku Torino)
1° classificato categoria Godan.
Cosa pensi della competizione nello iaido? Perché fare una gara?
È importante perché ci permette di confrontarci con gli altri e con noi stessi in una situazione stressante. L’essere umano è fatto per condividere, quindi è un ottimo modo (anzi l’unico) per crescere.
In che modo cambia l’allenamento in vista di una competizione?
Rimane pressoché costante. Ovviamente nelle 3-4 settimane prima della competizione si tende a fare più prove di gara, ponendo maggiore attenzione al ritmo del kata.
Preferisci la gara individuale o a squadra?
Sono due sensazioni diverse, entrambe molto stimolanti. Da un po’ di tempo non faccio più gare a squadre in Italia per lasciare spazio ai giovani e per dedicarmi all’arbitraggio, altro aspetto a mio parere importante. È un tipo di competizione molto bello perché ti senti parte di un gruppo. La condivisione permette di amplificare la gioia per la vittoria e mitigare la delusione per la sconfitta, la sensazione di aver raggiunto tutti insieme un obiettivo è davvero gratificante. Negli individuali invece rappresenti il tuo dojo o (per i campionati europei) la tua nazione, e quindi è comunque una vittoria di gruppo, anche se c’è indubbiamente una parte di soddisfazione di tipo più narcisistico, che si vive a livello personale.
Percepisci lo shiai più contro te stesso o contro l’avversario?
Entrame le cose. Quando ho iniziato, fino all’incirca al terzo dan, c’era un aspetto più marcatamente agonistico, proteso verso l’avversario. Da quarto dan ho cambiato approccio e ho cominciato a cercare di fare quello per cui mi sono allenato, al di là dell’esito in sé. Penso che dipenda dalla profondità di pratica, all’inizio la parte più “focosa” della competizione tende a prevalere, col tempo si impara a fare emergere ciò che davvero conta.
Quali sono gli insegnamenti che trai da una gara?
Anche qui, in passato mi portavo a casa soprattutto la gioia di aver vinto, la soddisfazione di prevalere. Da molti anni ormai questo non c’è più, resta certamente il piacere di vincere ma ora si tratta più della bellezza di condividere momenti con persone che non vedo durante l’anno e la consapevolezza di portare con sé un pezzetto in più di esperienza. Lo laido è fatto di esami, più che di gare, quindi la competizione assume il significato di aver fatto un passo in avanti sul proprio percorso.
Come ti senti di fronte alla prima gara dopo un passaggio di grado?
Io sono sempre stato molto “agonistico”, ho fatto tanti sport e ho sempre perso parecchio. Questo ovviamente mi ha aiutato ad accettare la sconfitta, senza restarne eccessivamente ferito. Questo aspetto tipicamente agonistico emerge quando passo di grado perché, in un certo senso, voglio dimostrare che merito di far parte di quella nuova categoria. Da questo punto di vista è molto stimolante perché mi sprona a fare il massimo, quindi solitamente il mio rendimento aumenta.
Hai dei riti scaramantici?
No, nessuno.
Ti aiuta ascoltare musica?
In passato sì, tanto, soprattutto a livello europeo. Ascoltavo rock o comunque musica che mi caricasse. Successivamente invece sono passato a qualcosa di più rilassante (per esempio i Sigur rós) che ti porta ad abbassare tutta una serie di parametri neuro-fisiologici. Ritengo che questo si adatti meglio alla pratica dello iaido, perché non si tratta di uno sport occidentale o di una disciplina da combattimento, quindi caricarsi troppo porta a essere eccessivamente tesi (anche se parliamo di reazioni soggettive, non pretendo quindi che valgano per tutti allo stesso modo). Ultimamente comunque ho smesso, non ne ho più sentito la necessità, ero già sufficientemente tranquillo.











