“Ikimo Oribe diceva: «se un samurai è deciso a fare il suo dovere giorno per giorno, riuscirà in ogni cosa. Ogni giorno affronterà la fatica con pazienza, pensando: anche oggi è passato; domani sarà come oggi»”
Yamamoto Tsunetomo, Hagakure VIII, 20 (trad. it. L. Soletta)
Quando leggo questa massima del signor Oribe non posso fare a meno di pensare al concetto di perseveranza. Anche se questa parola non viene espressamente menzionata nel testo, è la sua parola chiave. Stando al vocabolario Treccani, la perseveranza si definisce come: “costanza e fermezza nel perseguire i proprî scopi o nel tener fede ai proprî propositi, nel proseguire sulla via intrapresa o nella condotta scelta”; il che sembra essere l’esatto calco di ciò che la nostra citazione ci propone.
Nella pratica dello iaido, il concetto di perseveranza è particolarmente importante. Del resto, in un recente articolo sulla preparazione degli esami oltre il quinto dan, anche la maestra Danielle Borra ha espresso, a mio avviso, concetti molto vicini al detto di Ikimo Oribe.
Per essere perseveranti non basta avere in mente un obiettivo, ma certamente occorre averne uno. Avere un obiettivo è già un passo importante, ma forse lo è ancora di più il chiedersi quale sia la motivazione reale che ci spinge in quel dato momento della nostra vita a voler conseguire quel particolare obiettivo. Non ci sono risposte giuste o sbagliate qui, ma occorre tenere presenti le implicazioni che il conseguimento di un obiettivo porta con sé, perché solo in questo modo sarà possibile realizzarlo con perseveranza.
Credo sia importante ricordare che il fatto stesso che qualcuno abbia sentito la necessità di creare una parola per esprimere questo concetto implica naturalmente che sia possibile definirlo rispetto ad una condizione di non-perseveranza, che in troppi casi rischia di coincidere con la normalità. E infatti, la vita molte volte ci sembra porre ostacoli al raggiungimento dei nostri obiettivi: il tempo logora le nostre attese ben intenzionate, e anche attività e relazioni che ci hanno a lungo appagati e dato molto rischiano nel tempo di vedere spegnere i nostri entusiasmi iniziali. Questo è particolarmente evidente proprio nel caso dello iaido, e specialmente tra i gradi più bassi.
Quest’anno 2020 ha senza dubbio posto ulteriori ostacoli. Tutti ci siamo ritrovati privi della possibilità di praticare in dojo per un lungo periodo, indipendentemente dalla nostra volontà di allenarci. Tuttavia, questo periodo ha anche mostrato l’alto valore del concetto di perseveranza per molte persone. Credo che questo non sia banale: i praticanti hanno saputo trovare nuove strade per allenarsi, o per lo meno per mantenere il contatto con il proprio obiettivo, che è in primo luogo la pratica sincera della disciplina. Certo, questo non significa che ci si possa appagare di misure emergenziali, ma dimostra la grande differenza tra il concetto di perseveranza e quello di ostinazione. L’ostinazione è rigida, la perseveranza è morbida e sa che per raggiungere un obiettivo non si può semplicemente ripetere uno schema fisso, ma occorre cambiare lungo il cammino verso la meta.
Dicevo prima che è bene chiedersi la ragione del perché si voglia raggiungere un dato obiettivo. Credo che un ottimo esercizio in tal senso consista nello scrivere su un foglio quella motivazione, e dopo qualche anno, o in ogni frangente in cui ci si trovi in difficoltà rispetto alla propria pratica, andare a rileggerla, e magari aggiungere la motivazione che daremmo nel nuovo presente. Si impara quasi sempre qualcosa su noi stessi.
Sono persuaso che Ikimo Oribe abbia espresso in modo poeticamente alto la tensione tra consapevolezza del mutamento e determinazione verso un obiettivo non immediato, che è la sintesi della perseveranza: anche oggi è passato; domani sarà come oggi.
E’ da quando Carlo Sappino ha passato il sesto dan che vorrei scrivere qualche cosa a riguardo. Per ogni insegnante riuscire a portare degli allievi al sesto o al settimo dan è raggiungere un traguardo importante, anche se difficile, ed è sicuramente fonte di grande emozione.
Ci sono molti ostacoli lungo il percorso per raggiungere questo momento che riguardano in parte l’insegnante ed in parte chi si prepara per questi esami. Nella nostra palestra e nel gruppo che lavora con noi riusciamo abbastanza agevolmente a far conseguire il 5° dan ed abbiamo molti allievi che hanno raggiunto questo livello. Per me è abbastanza facile capire cosa devo insegnare ad una persona per farlo arrivare fino ad un livello tecnico sufficiente per il 5° dan. Ovviamente ci vuole anche molto impegno da parte di chi pratica nel continuare a studiare con regolarità, ma diciamo che se l’impegno c’è il modo per portare le persone a prendere il 5° dan lo conosciamo abbastanza bene.
Diverso è il discorso per i gradi dopo.
Intanto credo di non avere così tante certezze su cosa veramente serve per la preparazione di un esame di quel livello. Ci vuole molta pratica è vero, inoltre la pratica deve essere costante, attiva e molto controllata. Per il mio esame di 6° e di 7° mi sono allenata tutti i giorni con molti esercizi di base e naturalmente ho fatto molti stage, molte lezioni con Renè Sensei e sono andata in Giappone dal Maestro Ishido con regolarità. Anche Claudio si è allenato nello stesso modo con regolarità, facendosi filmare e mettendo a punto costantemente i particolari della sua pratica.
Il nostro iaido per affrontare questi esami deve essere privo di errori evidenti di grossa portata, deve essere naturale e possedere un buon ritmo, una naturalezza, dignità e bellezza che solo la profondità di pratica possono dare. Deve inoltre contenere i significati intrinseci nel budo e quindi permettere di trasmettere emozioni e Riai.
La pratica costante e continua è il presupposto di base ma non basta. E’ necessario inoltre che la persona abbia il giusto atteggiamento mentale, deve volere veramente arrivare a quel grado e praticare con sincerità.
Questo può essere difficile da capire ma per superare quegli esami dobbiamo avere una forte motivazione a progredire e non lasciarci scoraggiare dalle molte difficoltà che ci saranno sicuramente sul percorso. Le difficoltà possono avere molte facce e il nostro ego può subire vari contraccolpi: veniamo bocciati e altri passano; veniamo giudicati anche dagli altri praticanti; ci confrontiamo con le altre persone sentendoci meno bravi; ci demoralizziamo; non riusciamo a vedere dei reali cambiamenti …. Ognuno di noi ha problemi e difficoltà diversi ma tutti dobbiamo affrontare le nostre “zone d’ombra”.
Per me un esempio di giusto atteggiamento mentale è sempre stato Nicola Casamassima. A lui non l’ho mai detto prima di questo articolo ma l’ho detto molte volte a Claudio e ad alcuni dei miei allievi. Nicola è un praticante con normali difficoltà nella progressione tecnica. Questo per dire che non è una persona a cui tutto viene facile e naturale come potrebbe essere Cauda per capirci e per amore di precisione aggiungo che ho detto molte volte che per me la troppa facilità non è da considerarsi necessariamente un vantaggio. Nicola è un praticante che, come la maggior parte di noi, ha difficoltà, rigidità e difetti tecnici con cui confrontarsi costantemente. Per contro ha un atteggiamento che bisognerebbe copiare e usare come tecnica di modeling, un atteggiamento che è raro trovare.
Nicola ha obiettivi chiari (che sono ovviamente più profondi del solo raggiungere il grado ma qui di grado stiamo parlando) e li persegue con determinazione e costanza senza mai farsi scoraggiare dalle eventuali difficoltà che incontra lungo il percorso. Ha propositi chiari, è determinato, guarda alla “meta” senza incertezze (o gestendo le incertezze con notevole sincerità verso sé stesso) sapendo di dover fare del lavoro per arrivarci ma volendo fortemente arrivarci. Ecco questa forte determinazione focalizzata mi piacerebbe che alcuni dei nostri allievi riuscissero a vedere, apprezzare e ad imitare.
L’atteggiamento di costante riflessione e di desiderio di realizzare l’obiettivo superando le incertezze e le difficoltà è assolutamente necessario per arrivare a 6° e 7° e non è una cosa che possano trasmettere gli insegnanti. Senza il “giusto atteggiamento” non è possibile fare molto per far progredire oltre il 5° dan le persone che praticano con noi.
Imparare la sincerità ed il coraggio può essere inoltre un importante allenamento per la propria vita.
Shibori è un termine noto agli iaidoka, come anche illustrato nel Glossario Kiryoku curato da Anna Rosolini, il cui significato è “strizzare” (come “strizzare un canovaccio”[1]): ma come spesso accade un termine può presentare diverse accezioni, e in questo caso, lasciate le tecniche della spada ma rimanendo sempre un po’ a tema, questa breve panoramica vuole presentare un’altra arte, caratterizzata da una tecnica assimilabile, sempre tipica giapponese, che al termine shibori associa invece la tintura. In comune con la tecnica di spada, anche in questo caso il significato è lo stesso, ma è applicato alla preparazione della stoffa che viene appunto strizzata, legata e pressata, prima di essere immersa nel bagno per la colorazione. La definizione più corretta indica come lo shibori racchiuda in sé “vari modi di decorare i tessuti modellandoli e fissandoli prima della tintura. La parola deriva dal verbo radice shiboru, “strizzare, spremere, premere”[2].
Lo shibori viene definito come una tecnica di tintura per riserva, nella quale, molto semplicemente, si protegge una porzione di stoffa con tecniche varie e caratteristiche, e che dopo immersione nel bagno di tintura rimarrà quindi non colorate. Esistono tecniche simili in diverse parti del mondo, ad esempio i magnifici disegni batik indonesiani, o le stoffe indiane o ancora africane, ma il termine shibori è utilizzato per identificare più specificamente la tecnica giapponese. Affondando le sue radici a cavallo tra il sesto e l’ottavo secolo, si sono ritrovate stoffe tinte con questa tecnica negli antichi templi buddisti come il Todaiji, stoffe appartenute all’imperatore Shomu e donate dall’imperatrice dopo la morte dell’augusto consorte (AD 756). La tecnica divenne poi oggetto di studio a Kyoto, diventata il centro dello sviluppo dello stile e delle arti, inizialmente per il trattamento delle stoffe per i vestiti di corte e, con il passare dei secoli, si estese all’intera popolazione, rimanendo segno distintivo delle classi sociali il tessuto utilizzato, tipicamente le sete appannaggio delle classi benestanti, oppure la più comune canapa o il cotone. Bisognerà arrivare al diciassettesimo secolo per vedere rifiorire questa antica tecnica ad Arimatsu, sulla Tokaido, la strada resa celebre da Utagawa Hiroshige con le sue opere più famose ovvero le “53 vedute del Tokaido”, composta da stampe nelle quali l’artista rappresenta le stazioni di posta lungo la più importante via di comunicazione dell’epoca, che collegava la capitale dello shogunato, Edo, con Kyoto, la capitale imperiale. Ed è proprio ad Arimatsu che cominciò la produzione dei tenugui decorati con le tecniche shibori, stoffe di piccole dimensioni che allora servivano a molteplici scopi: ma passata l’eccellenza nell’arte di quel periodo cadde successivamente in declino, per essere infine “riscoperta” in tempi più moderni riscuotendo perfino l’interesse delle avanguardie artistiche che hanno cominciato ad applicarla anche ad altri materiali per la creazioni di opere solide tridimensionali.
Rimanendo in tema di tenugui, è interessante notare come questo piccolo accessorio sia veramente popolare in Giappone, al di là della qualità del tessuto, del pregio del disegno o della tecnica con cui è realizzato, ad esempio shibori, chusen o tenassen. Al di là del tipico utilizzo fatto dal praticante delle arti della spada, ma non solo, si possono trovare questi particolari accessori in negozi dedicati che possono offrire fino a migliaia di disegni, motivi stagionali o serie limitate, costituendo anche per il turista la possibilità di poter donare un prodotto tipico, iconico e altamente personale ricercando un’affinità particolare con il ricevente (vedi anche il post Tenugui, la storia continua).
Negozio di tenugui ad Arimatsu, immagine da https://shibori-kaikan.com/arimatsu-isan/en/
“Anche se il termine shibori è usato per designare un particolare gruppo di tessuti tinti con resistenza, la radice verbale della parola enfatizza l’atto eseguito sulla stoffa, il processo di manipolazione del tessuto. Piuttosto che trattare il tessuto come una superficie bidimensionale, con lo shibori viene data una forma tridimensionale piegando, accartocciando, cucendo, intrecciando, pizzicando o applicando torsioni. Il tessuto modellato con questi metodi è fissato in molti modi, come la legatura e l’annodatura. È la flessibilità di un tessuto e il suo potenziale per creare una moltitudine di modelli resistenti alla forma che il concetto giapponese di shibori riconosce ed esplora[2].” Intervengono infatti due distinti fattori nell’applicazione di questa arte, ovvero il tipo di tecnica per la preparazione della stoffa, genericamente parlando, dove con tale termine si raggruppano le tecniche di copertura, di legatura, di cucitura, e il tessuto stesso, che per qualità e tipo di fibre reagirà in maniera diversa a fattori secondari, ma non meno importanti, come temperature e tempi.
Con lo shibori si procede quindi alla preparazione del tessuto attraverso una moltitudine di tecniche, spesso caratteristiche di una determinata area del Giappone, dopodiché si procede con l’immersione nel bagno di tintura, anche qui con mille varianti, da quelli con pigmenti naturali come l’indaco (il tipico ai zome) a quelle realizzate con preparati chimici già pronti all’uso, forse più utili agli appassionati occidentali, come le colorazioni per indumenti che si possono trovare anche nei supermercati. Anche le stoffe da tingere sono molteplici, purché siano fibre naturali: dalle sete più pregiate alla comune maglietta di cotone, non c’è che l’imbarazzo della scelta. E il motivo per cui si tinge non è assolutamente limitato, passando dai kimono, ai furoshiki, ai kinchaku, ai tenugui e via dicendo. Unendo l’utile al dilettevole, il primo contatto con lo shibori l’ho avuto infatti proprio con la realizzazione di tenugui, trovando molto interessante potermi applicare su una tecnica che mi permettesse di realizzare accessori che normalmente uso durante le sessioni di allenamento di iaido (più piccoli da tenere nel gi) e kendo (dimensione classica da indossare sotto il men).
Kinchaku, lino tinto a mano con tecnica Sekka Itajime, immagine da http://lucialaptextiledesigner.blogspot.com/
Dal momento che questa tecnica di tintura viene definita come per riserva, le zone di tessuto che vengono protette dalle legature, dalle cuciture, dai blocchi per la compressione, non vengono tinte, mentre le pieghe con cui viene preparato il tessuto saranno la base per il disegno che risalterà nelle zone lasciate libere. Come ha perfettamente espresso Yoshiko Iwamoto Wada, presidente del World shibori Network, quando il tessuto viene svolto nella sua originaria forma bidimensionale, il disegno che ne emerge è il risultato di una forma tridimensionale unito al tipo di copertura, alla pressione di corde o morsetti che hanno assicurato la forma durante la disposizione del tessuto alla tintura, il quale registra con sensibilità sia la forma che la pressione; la “memoria” della forma rimane impressa nel tessuto.
Lucia Lapone, Forma n° 6, immagine da http://lucialaptextiledesigner.blogspot.com
Questa memoria è un altro degli aspetti affascinanti dello shibori, perché permette di lavorare con i tessuti cercando di capire la loro anima e il loro comportamento, non meno di quanto ci impegniamo nello iai per comprendere la spada e la sua dinamica. In un gioco di azioni e reazioni, lo studio delle tecniche classiche e la sperimentazione portano a comprendere la natura del tessuto, e si avvia una comunicazione fatta di piccoli gesti per cercare la risposta migliore: una fibra imbibita reagisce in maniera diversa da una asciutta, una temperatura più elevata ne favorirà maggiormente l’apertura rendendo il tessuto più ricettivo al colore, una pressione maggiore sulle aree protette creerà aree di resistenza alla colorazione maggiore e quindi aree non colorate più nette, in un’infinita serie di giochi cromatici e geometrici che si rincorrono nel tempo, con la rilassatezza di potercisi applicare in totale libertà della mente, occidentale, sempre alla ricerca del confronto o del giudizio. Da uno dei molti aneddoti riportati da Lucia Lapone[3], praticare quest’arte significa entrare nell’anima del tessuto, e approfondendone la conoscenza dall’interno, portarne fuori le sue qualità nella realizzazione di opere uniche. Perché come viene detto durante le sue lezioni, non esiste un risultato sbagliato, piuttosto un’opera caratteristica, e spesso difficilmente riproducibile al 100%, che trae la propria forza artistica proprio dalla sua unicità.
Entrare nel mondo dello shibori significa entrare in contatto con quelle realtà di un artigianato giapponese storico, che tra alti e bassi vede ancora oggi impegnate persone che eseguono lavori altamente specialistici, similmente alla realizzazione di una shinken: chi coltiva l’indaco, chi effettua legature o cuciture, chi effettua i bagni, in una sorta di catena di montaggio destrutturata dove la maestria del singolo contribuisce all’unicità del manufatto. Non è difficile trovare contenuti video che illustrino gli aspetti di queste produzioni, ed è meraviglioso osservare i magici movimenti delle mani di questi particolari artigiani che si muovono fra stoffe e fili, che tirano e annodano ad una velocità e con una precisione fuori dal comune, rigorosamente seduti in seiza, per preparare le stoffe. Per farsi una veloce idea consiglio la visione di un breve video introduttivo, The Art of Japanese SHIBORI [DVD] digest version, reperibile su YouTube all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=-1jpgI9HN4U o al bellissimo video sul kyo-kanoko, una quasi maniacale applicazione dell’arte degli infiniti nodi da tirare per la realizzazione di alcune tra le più incredibili stoffe dell’artigianato giapponese, e non solo, visibile all’indirizzo https://www3.nhk.or.jp/nhkworld/en/ondemand/video/6024008.
Museo Tessile ad Arimatsu, immagine da https://en.japantravel.com/aichi/arimatsu-textile-museum/2093
E se la tintura in sé è un’arte, non lo sono da meno le stoffe preparate per la tintura, a mio parere altrettanto degne di una mostra loro dedicata: a seconda dei materiali usati e passando da forme più geometriche a strutture quasi organiche, si passa da creazioni a creature che a seconda della loro genesi reagiranno in maniera differente e personale, mettendosi in relazione con supporti, legature, cuciture, espandendosi, aprendosi al colore e restituendo all’artista quella gioia unica come nell’aprire una sorpresa impacchettata, e spiegandosi infine in tutta la loro bellezza rivelano quelle intime relazioni di cui sono state parte nella realizzazione, lasciando sempre ampio spazio alla scoperta di reazioni nuove.
Arashi Cocoons di Lucia Lapone, immagine da http://lucialaptextiledesigner.blogspot.comCute Blue Alien, lele bopreparazione per karamatsu shibori, lele boTell me this story, di Lucia Lapone, immagini da http://lucialaptextiledesigner.blogspot.com
L’avvicinamento all’arte tintoria dello shibori non è comunque stato un caso: oltre alla possibilità di creare i miei tenugui, è stata infatti anche un’arte pertinente alla classe dei samurai, e si può capire come richieda un vera e propria disciplina per raggiungere la maestria necessaria, lavorando sui movimenti e sulla precisione in maniera non meno profonda che con la spada, muovendosi sul continuo percorso del perfezionamento. Il clan degli Yoshioka, contemporanei di Musashi e più tristemente famosi per lo sfortunato epilogo degli scontri avuti con il celebre spadaccino, nonostante fossero richiesti come istruttori (di spada, nda) e conosciuti in tutto il Giappone (…) prima della sottomissione ad opera di Oda Nobunaga, nel Giappone guidato dagli Ashikaga, fondarono una delle scuole che divenne infine quella ufficiale del Bakufu di Muromachi per quasi un secolo, una degli otto stili occidentali di Kyoto (Kyo-ryu o Kyo hachi ryu), conosciuta come Yoshioka-ryu e in contrapposizione con le sette scuole di Kashima, tanto per suggerire l’importanza degli Yoshioka come spadaccini nella storia e nelle leggende giapponesi. Secondo alcune versioni, questa famiglia era già attiva nella produzione di tinture e nel commercio tessile, prima ancora di intraprendere la via della spada, ma secondo altre versioni, appresero invece la tecnica della tintura che li rese famosi solo dopo che le armate dell’Ovest, capitanate da Toyotomi, furono definitivamente sconfitte da Tokugawa Ieyasu durante la campagna militare dell’assedio al castello di Osaka (1614-1615), dopo la quale si ritirarono a Kyoto e non potendo più esercitare ed insegnare l’arte della spada, ritornarono a fare la loro attività originale di tintori e commercianti[4]. La loro tintura divenne famosa come yoshioka zome o kenpo zome, termine interessante in quanto combinando diversamente gli ideogrammi può assumere il significato di “principio dell’arte della spada”. Non vi è dubbio che il patriarca Naomoto, trasmettendo questo titolo ai suoi successori, abbia certamente voluto giocare con le parole per dare più significati, idee e valori che egli e il suo clan pensavano di incarnare, a tutti quelli che in qualche maniera si sarebbero avvincinati a loro. Infatti, se questo kenpo zome era già in produzione prima che diventassero spadaccini, sarebbe stato facile attribuirsi l’appellativo kenpo, anche per l’arte della spada. Purtroppo ci sono tante versioni, e non tutte coincidono, contribuendo a creare un’aura di leggendario mistero su questa importante famiglia.
Resta invece indubbio che agli Yoshioka venga attribuita la scoperta della formula originale della tintura. Le gesta degli Yoshioka, sia commerciali che nell’arte della spada, sono evidenti anche in altri testi non storiografici, in cui si possono ritrovare passaggi come quelli riferiti alle “persone che frequentano la scuola Yoshioka (a cui) piace indossare abiti di quel colore marrone scuro. Si chiama tinta Yoshioka ed è molto popolare da queste parti”[5] che trova ulteriore conferma in un passaggio dello Honcho Bugei Shoden del 1714, che citando a sua volta un testo dallo Yoshufu-shi riporta che “il clan Yoshioka… (fu) il primo dei tintori che crearono un colore marrone scuro ed esso fu conosciuto come “tintura Yoshioka”. L’attenersi correttamente e costantemente ad una regola è chiamato kenbo (o kenpo)… Da quando il fondatore della famiglia Yoshioka fu capace di riprodurre esattamente lo stesso colore ogni volta, la tintura, anche successivamente, fu conosciuta come kenbo (o kenpo) -zome. Questo tintore imparò l’arte della spada e chiamò il suo stile Yoshioka-ryu”[4].
Sachio Yoshioka, quinta generazione della famiglia tutt’oggi a capo della azienda tintoria Somenotsukasa a Fushimi, Kyoto – fermo immagine dal video In Search of Forotten Colours, disponibile su Youtube all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=7OiG-WjbCQA
Anche se storia e leggenda si fondono, se esistono molte versioni della storia a favore o detrazione degli Yoshioka, questo clan resta comunque un punto di riferimento nell’arte tintoria e dell’importanza che questa ebbe in quel periodo storico: per un appassionato di spada potersi immergere anche in questo mondo parallelo e poter realizzare stoffe tinte con queste antiche tecniche è un ulteriore passo verso l’estensione della disciplina, nella continua ricerca del sapere e del creare, seguendo un filo conduttore ben preciso che possa avvicinare sempre di più a queste meravigliose arte, caratterizzate comunque da passione, studio, stimoli e relazioni dalle quali ricevere nuovi spunti per proseguire perseguendo il miglioramento continuo e con la speranza di poter un giorno restituire ad altri quanto riconoscentemente appreso.
lele bo
FONTI E RIFERIMENTI
[1] – Il Glossario Kiryoku (a cura di Anna Rosolini) [2] – Shibori – Yoshiko Iwamoto Wada, Mary Kellog Rice, Jane Barton [3] – Lucia Lapone, textile designer i cui lavori sono visibili sulla sua pagina http://lucialaptextiledesigner.blogspot.com, che per le lezioni, l’aiuto, lo sprone, l’ispirazione e l’amicizia considero la mia maestra in questa arte [4] – Yoshioka, tintori e spadaccini del Giappone feudale 1540-1615 – Satoru Matsumoto [5] – Musashi – Eiji Yoshikawa
Com’è noto amo le spade Bizen e quindi non posso che amare questo libro del nostro amico Stefano Verrina.
Come dice l’autore nella sua prefazione questo libro vuole essere un aiuto nello studio delle lame della Scuola Bizen.
Per poter comprendere bene la Spada Giapponese “Nihonto” bisogna conoscere le 5 scuole della tradizione “Gokaden” (Nel periodo Koto), Bizen è una di queste, forse la più conosciuta anche per la curvatura particolare delle lame ed i bellissimi hamon.
In questo libro di ben 200 pagine vengono analizzati i più importanti spadai (Toko) delle varie scuole che hanno formato la Tradizione Bizen. Sono i più importanti e grazie alle foto e agli approfondimenti si possono apprezzare le varie differenze, anche se lievi, comparando le immagini che sono a corredo di ogni artista. Nel libro vengono spiegate le differenze fra i vari artisti, l’evoluzione durante i diversi momenti storici per il periodo che va dal 1100 alla fine del 1500.
E’ chiaramente un libro con contenuti molto tecnici ma per chi è appassionato e vuole studiare la Nihonto è fondamentale la conoscenza delle cinque Tradizioni (Gokaden): Yamato, Yamashiro, Bizen, Soshu e Mino, che praticamente erano le tradizioni a cui si ispirarono tutti gli spadai sino al 1600. Poi dopo la battaglia di Sekigahara, con l’avvento dei Tokugawa e la pace che ne seguì, lo sviluppo della spada cambiò moltissimo perché nacquero molte altre Nuove Scuole, che se pur inizialmente si ispiravano alla tradizione, nulla avevano in comune con essa e quindi scuole che non sono inquadrabili nelle 5 Gokaden.
Il libro ha molte foto per meglio vedere e comparare le varie caratteristiche della scuola. Sono riportate anche delle foto macro di alcuni particolari che permettono di vedere molto bene le peculiari caratteristiche tipiche della tradizione Bizen. Un esempio dei contenuti si può vedere nella presentazione del volume a Bologna che alleghiamo a questa recensione.
Questo libro fa parte di una raccolta a cura dell’autore. Esistono di questa raccolta di studi anche la tradizione Yamato e Yamashiro, speriamo che presto si aggiungano la Soshu e la Mino.
Come ho già detto una lettura molto tecnica per appassionati di spada, ma una lettura molto preziosa perché permette a tutti di accedere a delle conoscenze che esistevano in buona parte solo in lingua giapponese.
Nota: per avere maggiori informazioni sulla possibilità di acquistare il libro bisogna rivolgersi all’autore.
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