Home Blog Page 105

Iaido per Principianti: FAQ – parte 2

0
FAQ Kiryoku

Praticare Iaido può esser pericoloso?

Nella misura in cui non vi è un reale combattimento con un avversario, le probabilità di farsi male nella pratica sono ridotte. Ma si devono tener conto alcuni aspetti: nel momento in cui, raggiunto un certo livello, si utilizza uno Shinken (spada vera) bisogna fare molta attenzione a non tagliarsi, soprattutto nelle azioni di sfoderamento della spada. 

Inoltre, possono subentrare dolori alle articolazioni e ai tendini delle gambe, delle anche e delle braccia in particolare, se si persiste in movimenti errati o si esagera nella ricerca della forza fisica piuttosto che della fluidità e morbidezza.

Per quanto tempo è necessario allenarsi?

Come ogni altra arte marziale, Do significa Via, proprio ad indicare che la pratica dura per tutta la vita, perché ci sarà sempre da imparare e migliorarsi. Quindi non c’è un tempo limite indicativo.

Per crescere costantemente, sarebbe importante riuscire a praticare un paio di volte a settimana e partecipare ad alcuni seminari organizzati dalle varie Federazioni europee o internazionali, in cui presenziano i Maestri giapponesi o europei.

Quanto conta la forza fisica?

Al contrario di alcuni sport occidentali, nello Iaido uno degli obiettivi è proprio quello di togliere la forza dalle proprie braccia e delle spalle, in particolare. Questo, soprattutto agli inizi, può risultare molto difficile, perché erroneamente si pensa che la spada per tagliare, necessiti di potenza e forza appunto; in realtà, per crescere e rendere i propri movimenti sempre più fluidi, rapidi e consapevoli, bisogna concentrare l’energia nella pancia e nella parte bassa del corpo, rimanendo morbidi e rilassati nella parte alta (compresa la nostra mente!). In questo modo, si riuscirà ad evitare di irrigidirsi e a procurarsi fastidiosi dolori alle articolazioni. 

Quali sono gli aspetti più importanti per crescere nella pratica?

In primo luogo, affidarsi e fidarsi del proprio Maestro. E’ importante infatti rimanere umili, consapevoli che ci sarà sempre qualcosa da migliorare, e seguire gli insegnamenti che ci vengono trasmessi. 

Man mano che la pratica avanza, dopo aver imparato le sequenze dei movimenti di tutti i Kata, si dovrebbe iniziare a esprimere fluidità, morbidezza, consapevolezza dei propri errori, continuo perfezionamento della tecnica, riuscire a “mostrare”, a chi ci osserva, l’avversario immaginario che abbiamo di fronte. Col tempo, si dovrà imparare a “svuotare” la mente da ogni turbamento e pensiero, per far si che sia connessa indissolubilmente con il nostro corpo e che sia presente in ogni momento della pratica/combattimento.

Quanto è importante praticare in gruppo?

E’ probabilmente uno degli aspetti fondamentali. Praticare in gruppo, potersi confrontare con gli altri è forse l’unico modo per crescere. Per questo, la partecipazione ad eventi nazionali ed internazionali, che permettono di vedere anche altre persone al di fuori del proprio dojo, è molto importante, poiché aiuta ad uscire dalla comfort zone in cui si tende a rimanere.

Allenarsi da soli o credere di poter crescere rimanendo ancorati solamente nella propria nicchia, è altamente controproducente. 

Come in ogni aspetto della vita, è nella relazione con gli altri che possiamo far emergere le migliori parti di noi stessi.

Si può considerare una disciplina individuale?

Riprendendo il punto precedente, chiaramente lo Iaido ha un grosso aspetto individuale, in quanto è un continuo confronto con se stessi e i propri limiti e difficoltà (sia fisiche che mentali).

L’unico modo per superare questi confini, per quelle che sono le possibilità di ognuno, è praticare in gruppo, usare gli altri come specchio e fungere da esso.

Che cosa si intende per “etichetta”?

In Giappone, così come in altri paesi orientali, il termine “etichetta” ha sempre rivestito un’importanza fondamentale. Ciò si ripercuote inevitabilmente anche nelle arti marziali. Con questa parola si intendono tutti i giusti e corretti comportamenti che una persona dovrebbe metter in atto nel dojo (e possibilmente anche nella vita): rispetto per i compagni e per il Maestro, rispetto per il dojo stesso, cura dell’abbigliamento, adottare atteggiamenti consoni al luogo in cui ci si trova, praticare con serietà e impegno, onorare la propria spada e trattarla con gentilezza e rispetto, rimanere umili ed aiutare i praticanti più “giovani”, affidarsi al Senpai (praticante anziano) e così via.

Esistono delle competizioni? A che cosa servono?

Si esistono sia livello nazionale che europeo. Annualmente vengono organizzati i Campionati Italiani dalla CIK e i Campionati Europei (in un paese diverso ogni anno) dalla EKF. 

La competizione si svolge all’interno di due aree delimitate, dette shiai-jo, una per ogni sfidante, e vengono assegnati 3 o 5 kata da eseguire, in un determinato limite di tempo. Attraverso una serie di parametri e valutazioni, sempre più complessi con l’aumentare del livello dei praticanti, i tre giudici presenti assegnano la vittoria ad uno dei due.

Partecipare alle gare è importante per confrontarsi con altri iaidoka e verificare il proprio livello, in uno situazione diversa e più stressante del solito; aiuta ad aprire la propria mente ad altri modi di praticare Iaido, a conoscere tante persone diverse in un ambiente sempre amichevole e mai realmente competitivo.

L’obiettivo ultimo non è vincere, ma mettersi alla prova e imparare a gestire le proprie emozioni.

Dojo’s Café – Brodo dashi e zuppa di miso

0
Dojo-Cafe Cucina Giapponese

Terzo appuntamento con la cucina giapponese.

  • Per la rubrica Dojo’s Café vediamo insieme la video ricetta della zuppa di miso;
  • La parte ITADAKIMASU, invece, è dedicata alla preparazione del brodo dashi.

Dojo’s Café

In questo video – il terzo della serie – vi spiego in dettaglio la preparazione della zuppa di miso.

Per la preparazione (per 4 persone) avrete bisogno di:

  • 1 litro brodo dashi
  • 160 g. tofu
  • 60 g. circa di miso
  • 4 cucchiaini di alghe wakame secche (da reidratare in mezza tazza d’acqua per 10 minuti)
  • Cipollotto e zenzero per guarnire (facoltativo)

Itadakimasu – Nihon Riori for Dummies

La parte ITADAKIMASU di oggi è dedicata alla preparazione del brodo dashi. Si tratta di un componente fondamentale di una serie di altri piatti e fonte di un sapore specifico chiamato umami. 

Gli ingredienti classici del dashi sono le alghe kombu e il katsuobushi.

Per una consultazione più agevole, scarica il pdf tramite il bottone qui sotto.

Hagakure: citazione e commento (3° parte)

0
hagakure

Commento ad Hagakure II,39

“Nella regione di Kamigata, quando vanno a contemplare i fiori di ciliegio, le persone portano con sé dei cestini per il pranzo intrecciati. Questi vengono utilizzati per un solo giorno, e dopo che hanno servito al loro scopo, le persone se ne liberano calpestandoli. È davvero un concetto fondamentale. La fine è importante in tutte le cose.”

Yamamoto Tsunetomo, Hagakure II,39 [trad. italiana mia da: Y. Tsunetomo, Hagakure: The Secret Wisdom of the Samurai, Translated by Alexander Bennet, Tuttle, Tokyo-Rutland (VT)-Singapore 2014, p. 148.]

Hagakure

Purtroppo, a mia conoscenza, non esistono ancora edizioni italiane complete del testo di Hagakure, dunque ho dovuto fare affidamento sulla più recente edizione inglese. Dico questo per rendervi attenti a lievi differenze testuali che potreste riscontrare tra la mia traduzione e altre sul web. Del resto, questo è forse uno dei passaggi dell’opera più noti agli occidentali, e se cercate su internet potrete trovare moltissimi riferimenti a questo aforisma. Il perché si intuisce dal momento che questo passo di Hagakure è stato citato in un noto film americano, Ghost Dog (J. Jarmush, 1999), ed è stato consacrato più recentemente dai social network come frase ad effetto per accompagnare foto di tramonti o eventi più o meno rilevanti. 

Ad ogni modo, anche a dispetto di possibili abusi o delle piccole variazioni sul testo dovute alle traduzioni, il significato resta univoco e mantiene intatto il suo fascino: la fine è importante in tutte le cose.

Nello studio dello iaido, questo principio viene costantemente ripetuto dai maestri e altrettante volte disatteso dai praticanti. Le fasi conclusive di un kata, tendenzialmente quelle che seguono la chiusura dell’ultimo taglio, dovrebbero essere cariche di attenzione, di zanshin: sono quelle in cui si mantiene più a lungo una medesima posizione, in cui le persone che ci osservano, e ci giudicano, possono farlo con maggiore facilità e nelle quali si percepisce in misura preponderante la profondità di pratica di chi esegue. Del resto, sarebbe davvero irrealistico pensare di liquidare azioni come il noto, la gestione del proprio corpo nelle fasi del sollevamento o dell’arretramento sino al kaeshi sen, o ancora di più il metsuke, in modo frettoloso e approssimativo. La fine è importante in tutte le cose, anche e a maggior ragione, in uno scontro di spada.

Facile a dirsi, ma come ho premesso poco fa, durante la pratica tendiamo naturalmente a dimenticarci di tutto questo. Siamo talmente preoccupati dalla gestione dei nostri movimenti, e soprattutto dal taglio, da percepire la fine del kata soltanto a metà della sua reale durata. Anticipiamo la fine, e in realtà non concludiamo affatto, ingannando noi stessi nella nostra valutazione.

Penso che questo sia un atteggiamento che rischiamo di trasferire anche nella nostra vita di tutti i giorni. Se non abbiamo la pazienza di valorizzare la fine, perdiamo anche gran parte di ciò che l’ha preceduta. Non si può conoscere una storia prescindendo dal suo finale. Del resto, la lingua italiana ci insegna che “trarre le conclusioni” è sinonimo di “valutare”. Ho l’impressione che questo principio abbia a che vedere con le relazioni umane più di quanto immaginiamo. 

Negli ultimi mesi anche il maestro Claudio Zanoni, giunto al settimo dan e alla fine della propria attività  come membro attivo della nazionale italiana, ci ha ripetuto più volte che la vita è composta da cicli che devono concludersi. Ritengo che abbia ragione, e che questo discorso possa trovare conferma anche nella massima di Tsunetomo. 

L’effimero cestino in uso nella regione di Kamigata deve essere ricordato proprio a causa della sua peculiare fine. In tutte le cose è la fine a fondare il principio.

Nessun iaidoka è un isola

2
Gabriele Gerbino Iaido

Possiamo senza dubbio affermare che le arti marziali, come lo Iaido, rientrano nella categorie delle discipline individuali, fortemente diverse da tutte le altre pratiche in cui il gioco di squadra la fa da padrone, come il calcio ad esempio. Tuttavia, l’individualità della pratica non deve ingannare: dall’incontro e dalla condivisione con gli altri possiamo trovare innumerevoli spunti e stimoli per crescere sia individualmente che come movimento.


Tizio: Hey, sto organizzando una festa per domani sera, ci sarai?
Io: Ciao! Mi spiace, domani devo prendere un aereo per andare a X, ho un seminario/allenamento di Iaido.
Tizio: Ah, va bene. E quando ritornerai?
Io: In nottata. Parto la mattina alle 6 e rientro alle 23.
Tizio: Tu sei pazzo!

Quello sopra è un esempio abbastanza fedele di conversazioni che, ormai da anni, periodicamente mi ritrovo ad avere prima di vari week-end l’anno. Può cambiare l’interlocutore, la destinazione, gli orari dei voli, ma ciò che resta costante è l’epilogo finale: tu sei pazzo! 

Perchè, se ci pensiamo bene, cosa se non un minimo di pazzia potrebbe spingere qualcuno a svegliarsi alle 4 di mattina, raggiungere l’aeroporto, pregare che al check-in non facciano problemi per lo iaito (e pregare che arrivi integro a destinazione), arrivare a destinazione tramite un mix di vari mezzi di trasporto pubblico, farsi massacrare su punti che eri CERTO di aver appreso, per poi ripetere l’iter in fretta e furia al contrario?

Oltre ad un pò di pazzia c’è dell’altro però: la ferma convinzione che per migliorare il mio iaido debba “andare in giro”. Infatti, per quanto fondamentale sia la pratica in dojo, credo che limitarsi ad essa sia un errore, soprattutto se questa diventa una comfort zone dalla quale può diventare difficile evadere. 

Il primo seminario nazionale con Maestri giapponesi.
Il primo taikai (2 incontri persi su 2).
Il primo allenamento con la nazionale italiana.
Il primo campionato europeo.

Tutti questi eventi sono stati tasselli fondamentali della mia pratica, perchè mi hanno permesso di fare esperienze diverse e conoscere insegnanti e praticanti che di certo non avrei incontrato restando comodamente all’interno del mio dojo a Catania.

Quante volte ci è capitato di avere dei momenti di illuminazione, di capire finalmente dei concetti che da sempre, settimanalmente, ci venivano spiegati minuziosamente, solo perchè stavolta ad illustrarli è stato un insegnante diverso dal solito, con un linguaggio diverso dal solito?

Iaido
@Macgregor Photography, Jurassic Photo Team

Quante volte ci è capitato di guardare un embu, uno shiai o semplicemente la pratica libera di altri iaido-ka e pensare “cavolo, vorrei tirare come lui/lei”?

«Imita il waza di qualcuno la cui esecuzione ti convince ed eseguilo continuamente fino a quando quel waza diventa tuo.» (Ogura sensei)

Andrea Cauda Iaido
Andrea Cauda. Foto: @Kim Croes

Quante volte la sana, e talvolta “nascosta”, competizione con qualcuno ci ha spinti a migliorarci sempre di più?

«E poi deve esserci un rivale, un avversario speciale. Quando si gareggia, se non c’è un rivale, non si va avanti. Ovvio, non si va a dire: “Tu sei il mio rivale”, e che anche l’altro ha coscienza di te come rivale dovrebbe essere percepito senza bisogno di parole.» (Kawaguchi sensei)

Italian Team Iaido
@Macgregor Photography, Jurassic Photo Team

Da praticante di iaido siciliano, per ovvie ragioni geografiche, a volte mi sono sentito “isolato” dal resto del mondo: in Italia il maggior numero di dojo si trovano al centro-nord, ed è lì si svolgono tutti i principali eventi nazionali. Ma la convinzione che solo attraverso questi brevi musha shugyo si possano fare esperienze forti di crescita mi spinge (e deve spingerci tutti) ad uscire dal guscio ed investire su questo cammino, uno dei pochi investimenti dove il ROI è sempre favorevole.

Perchè no, noi iaido-ka non siamo isole.
Però si, un pò pazzi lo siamo 🙂