Home Blog Page 109

La Foglia, l’Albero e il Bosco

0
Haiku foglia albero bosco iaido giappone

Non mi è mai piaciuta la poesia.

Ho dovuto studiarla fin dai primi anni di scuola, quindi posso dire, come credo tutti noi, che sia stata parte integrante della mia formazione, ma ritengo che ciò non sia esatto. Non sono stato introdotto allo studio della poesia, non ho mai avuto il piacere di poterla comprendere, non ho mai avuto dei maestri in grado di accompagnarmi lungo questa strada, eppure è stato necessario studiarla. Con il senno di poi dovrei dire ripeterla, più che studiarla: all’inizio una mera ripetizione, per certi versi azione facilitata dalle rime, dal ritmo, dal cantilenare monotono di una filastrocca in cui spesso si cade quando non si capisce il senso della cose, poi via via sempre un po’ meno cantilenata e più ragionata, ma sempre lontano dalla comprensione vera. Avendo poi affrontato studi scientifici, come molte cose la poesia è rimasto un lontano ricordo.

[immagine da http://gallery.world]

Flashback. 

Anzi, flashforward.

Ho cominciato a studiare le arti marziali, o meglio, ricominciato, da adulto. Un approccio diverso a tutto, dettato dall’esperienza degli anni vissuti, mi ha fatto avvicinare al kendo e allo iaido con un’ottica diversa. Non c’entrava il corpo a corpo o il brandeggio di un’arma, non c’entrava la competizione con gli altri, ma solo la voglia di fare qualcosa per me stesso, che potesse dare un senso al concetto di disciplina e di pratica. Le arti marziali non sono solo attività fisica, e mi rendo sempre più conto di quanto siano anche, o soprattutto, cultura che integra l’azione.

Flashforward, di nuovo.

Concetti, tecniche e principi delle arti della spada cominciano a sovrapporsi a quelli della vita quotidiana dettata da regole più tipicamente occidentali; autori del passato, maestri, scritti, scuole, cominciano a gettare le fondamenta per la costruzione di un mondo nuovo, sicuramente diverso, ma che non può, o non riesce, a sostituire il mio, e non deve. Non sono giapponese, non sono mai stato in Giappone, non sono neppure uno studioso della terra del sol levante, ma ancora una volta mondi diversi si integrano, ancora una volta una naturale propensione a trovare punti in comune, a cercare interpretazioni e interconnessioni, a cercare di vivere quello che faccio, prende il sopravvento attraverso un’esperienza quasi totalizzante.

La pratica della spada mi mette di fronte a molte cose, che in ordine sparso includono la necessità di percepire movimenti e respiri, il completo e totale lancio di se stessi oltre l’ostacolo, la cura per il dettaglio e contemporaneamente la capacità di guardare tutto senza soffermarvicisi, il qui ed ora, la necessità di vedere un avversario, reale nel kendo e immaginario nello iaido. Le letture si susseguono incessanti, le arti si sovrappongono, scopro nuovi approcci e nuovi pensieri, e non per caso, rieccomi infine di fronte alla poesia, questa volta in chiave nipponica.

Immediata, brevissima, minimalista: l’haiku, con le sue diciassette sillabe, o meglio, more, dischiude interi mondi che si affacciano sulla realtà, spesso sulla natura, cristallizza immagini che si palesano continuamente alla vista ma che spesso non colgo, nella frenesia dei miei ritmi quotidiani. Alla pratica della spada si sovrappone l’arte dell’haiku, grazie a concetti ed insegnamenti ricevuti in dojo e praticati costantemente dentro e fuori dal dojo stesso. 

E collante fra le due è il metsuke, o più esattamente enzan no metsuke, guardare le montagne lontane, locuzione che significa guardare l’insieme e non qualcosa di specifico (cfr. CIK, Manuale ZNKR Iai) e che non potrebbe associarsi meglio alla capacità di vedere cosa ci sia attorno noi qualsiasi cosa si stia facendo.

[immagine da https://letterboxd.com/film/sanjuro/]

Non a caso il metsuke è il primo dei quattro punti fondamentali dell’arte della spada: ichi gan (primo, la vista), ni soku (secondo, il movimento dei piedi), san tan (terzo, l’importanza del centro), shi riki (quarto, l’energia). È evidente quanto sia importante in combattimento non focalizzarsi su un punto, non far morire la mente, guardare un’avversario negli occhi per vedere il suo cuore e comprendere il suo movimento, ma trasferendo il concetto nella vita di tutti i giorni ha assunto il significato per me di guardare il mondo con occhi diversi, non solo più quanto avessi in primo piano. La lettura degli haiku dei grandi maestri come Basho, Buson, Issa, Shiki mostrano una via altra, quella dell’osservazione e della raccolta di attimi spesso imperdibili e irripetibili, esattamente come il suki dell’avversario visto con enzan no metsuke. E allora si può guidare e vedere un tramonto, camminare e percepire una fragranza, correre e rendersi conto del movimento delle foglie, si può gioire e stupirsi del rumore dell’acqua, di un raggio di sole riflesso sulle risaie allagate, della forma di una nuvola, ci si può lasciare cadere nei propri sentimenti ed emozioni, nell’istantaneità di una scena di passaggio infinitesimo pari soltanto a quell’istante di vulnerabilità dell’avversario. Come un taglio efficace, l’haiku è arte nel tempo di un respiro, che nasce dal riuscire vedere quello che ci circonda, fugacemente o meno: la mente aperta, con una spada o un pennello in mano, la capacità di vedere il tutto, in chiave più occidentale cogliere l’attimo, il tutto a mischiare le carte di diverse arti portando a risultati inusuali partendo da un denominatore comune.

[immagine da https://en.wikipedia.org/wiki/Matsuo_Bash%C5%8D]

Se nel kendo il metsuke risulta di più facile applicazione grazie alla presenza di un avversario in carne ed ossa, nello iaido il kasoteki resta un’entità misteriosa: è un avversario, certo, ma è un altro o siamo noi stessi? La profondità della pratica porta a sviluppare uno sguardo diverso, che permette di eseguire un kata con il giusto riai: non è mera interpretazione attoriale ma la capacità di vedere il combattimento e l’avversario che si muove, che ci attacca e che infine soccombe, se siamo stati capaci di vedere e quindi di agire nella maniera corretta. Michel Coquet, ne “Lo iaido: l’arte di tagliare l’ego con la spada” ci insegna che l’occhio è condizionato dalla mente, e prima di riuscire ad avere il controllo della mente è auspicabile educare lo sguardo. Metsuke è la maniera di dirigere non gli occhi, ma lo sguardo. Se l’occhio guarda un oggetto o un avversario, ne subisce il movimento o l’irraggiamento. Pertanto non bisogna guardare ma vedere. Questo richiede di fissare gli occhi sulla linea dell’orizzonte in modo che quello che si trova in primo piano non abbia influenza su di essi. È proprio vero che se si guardasse solo una foglia non si potrebbe vedere l’albero, e se si guardasse solo un albero non si potrebbe vedere il bosco intorno.

La stessa cosa succede nella vita fuori da dojo e ci si ritrova ad imparare a guardare quindi le cose che ci sono più familiari o abituali e alle quali non facciamo neanche più attenzione. Non si vede più la luna in cielo solo perché è notte, ma si vede un riflesso su uno specchio d’acqua mentre s’ode una campana sotto la pioggia; partono treni di emozioni e di immagini, entrano in vibrazione corde diverse che permettono di entrare più in simbiosi con il mondo in cui viviamo, di nuovo in sovrapposizione con il significato di iaido (la via dell’unione con l’universo) e del perché lo pratichiamo. Non si è attenti su nulla ma si è attenti su tutto, non ci si sofferma su niente e si lascia che la mente possa spaziare, si sente il proprio respiro, si sente quello che ci circonda e si percepisce il dettaglio, un’azione, un movimento o un’emozione che sia. La vista abbraccia lo spazio che ci circonda, lo spazio ci restituisce qualcosa, spesso un’opportunità, diversa per le diverse arti, ma essenzialmente comune in ogni caso, una vittoria con la spada o una poesia con il pennello. Analogamente ma in diverse arti, se ci soffermassimo sulla spada dell’avversario non riusciremmo a percepire la minaccia che prende forma dalla sua energia e a cogliere la pericolosità della sua azione, subiremmo un attacco definitivo perché concentrati su qualcosa di specifico anziché sull’insieme: ecco perché osservando la pratica dello iaido dei Maestri si ha la sensazione di vedere il loro avversario, la profondità del loro sguardo è tale da riuscire a solidificare l’azione di attacco e realmente di neutralizzarla per vincere. Non è quindi un caso che nelle regole arbitrali dello iaido i giudici di gara debbano considerare anche il metsuke tra i molti criteri per la determinazione del vincitore: non è solo un’indicazione che ci viene data in dojo da aggiungere ai mille dettagli che caratterizzano un kata, ma una vera e propria attitudine verso ciò che ci circonda. 

Gare di Iaido - Danielle Borra
[immagine da https://kiryoku.it/gare-iaido-fighting-tecnica/]

La naturalezza e la leggerezza sono alcuni dei punti essenziali degli haiku di grandi maestri come Basho. Come spiega molto bene Cenisi ne “La luna e il cancello” uno dei principi della visione poetica del Maestro giapponese è karumi, la leggerezza, ossia di un allontanamento da tutto ciò che è grave, stagnante e privo di naturalezza, in contrapposizione quindi a onomi, pesante, e artificioso, elaborato e convenzionale, furubi, tipico di quanto era stato prodotto fino a quel periodo (fine 1600, ndr). La similitudine con la pratica dello iaido è ancora più evidente se pensiamo alle prime lezioni, o all’idea che da neofiti potessimo avere riguardo al maneggiare una spada, che come nella poesia di Basho si modifica con il tempo fino a diventare arte sublime, sgrossata da ogni eccesso, ripulita fino ad un’immagine singola ed essenziale. L’approccio zen consiste nel penetrare direttamente entro l’oggetto in sè e nel guardarlo, per così dire, all’interno. Conoscere il fiore è diventare il fiore, essere il fiore, fiorire come il fiore, e godere tanto della luce del sole quanto dell’acqua piovana. Quando questo si dia, il fiore [ci] parla e ci permette di conoscere tutti i suoi segreti, tutte le sue gioie, tutte le sue pene; che è quanto dire tutta la vita che freme nel suo intimo. (citato da Cenisi, da Psicoanalisi e buddhismo zen, Fromm, Suzuki, de Martino). Cosa non è questo, se non il modo di porsi per vedere l’avversario?

Ascoltare le stagioni, osservare i mutamenti, cogliere un dettaglio sul quale non mi sono soffermato, sono diventati piano piano azioni normali della mia vita quotidiana e mi hanno fatto riscoprire un piacere che avevo evidentemente perso molti anni fa: guardare con la giusta attenzione niente in particolare è in definitiva molto più completo che non voler vedere qualcosa a tutti i costi. Immagini immediate si palesano nel mio inconscio, si perdono, si sostituiscono e si rincorrono creando una catena di emozioni senza fine, che ogni tanto mi piace mettere in metrica accarezzando la carta con un pennello. Senza la presunzione di nulla di particolarmente profondo, essenzialmente guidato da un enzan no metsuke che mi porta a guardare con occhi diversi cosa ho sempre avuto a portata di mano, ma mi sono evidentemente sempre perso, cose semplici come in un haiku di Kobayashi Issa: 

sul cane addormentato
la leggera corona
di una foglia
——-
neta inu ni
fuwa to kabusaru
hito ha kana

E dire che odiavo la poesia.

lele bo

FONTI: 

CIK – Manuale ZNKR Iai
CIK – Regolamento arbitrale Iaido ZNKR v2
Elena dal Pra (a cura di) – Haiku. Il fiore della poesia giapponese da Basho all’Ottocento
Luca Cenisi – La luna e il cancello 
Michel Coquet – Lo Iaido. L’arte di tagliare l’ego con la spada

Le tre impugnature nello Iaido

0
Le tre impugnature nello iaido

Le tre impugnature nello Iaido
(dagli insegnamenti del Maestro Ishido così come li abbiamo capiti)

Per molto tempo abbiamo pensato che la spada andasse impugnata sempre nello stesso modo credendo anzi che fosse un errore cambiare l’impugnatura. Ancora oggi insegniamo ai principianti come impugnare nella modalità Kirite e diciamo che per un po’ di anni devono sforzarsi di mantenere l’impugnatura così com’è senza variare nulla.

Per i gradi intermedi ed avanzati in realtà è necessario imparare a far muovere in modo naturale  la spada all’interno della mano e  variare leggermente l’impugnatura a seconda del movimento che si sta eseguendo.

Il Maestro Ishido, una delle prime volte che siamo andati a praticare nel suo Dojo, ci ha insegnato che esistono tre tipi di impugnature diverse. Rileggendo gli appunti di alcuni seminari abbiamo ritrovato lo stesso concetto espresso da molti altri Maestri giapponesi, per esempio i Maestri Kobayashi e Fukuhara nei due seminari del 2008, i Maestri Nakano o Azuma nei vari seminari fatti in Italia.

Spesso questi Maestri hanno detto che il modo di tenere la spada, di mettere forza con il tenouchi e la capacità di muovere naturalmente la spada nelle mani è un punto da osservare nei gradi intermedi o avanzati e che indica la maturità e profondità della pratica.

E’ quindi un concetto comune che per molto tempo non siamo riusciti a capire in modo corretto.

Le tre impugnature sono le seguenti

  1. Kirioroshi no te, Kirite (la mano che taglia) 

E’ l’impugnatura classica che si usa per tagliare e che insegniamo normalmente ai principianti. Non è semplice da realizzare in modo corretto e, vista la sua importanza, cercheremo di approfondire questo tipo di impugnatura in una apposito post.

Kirioroshi no te, Kirite
Kirioroshi no te,  Kirite
  1. Chiburi no te, Tomete (la mano che ferma) 

 In questo caso la mano è leggermente più all’interno della tsuka. Questo tipo di impugnatura si usa per esempio nel chiburi e rende più facile arrivare nella giusta posizione e bloccare la spada in modo fermo. Il passaggio da kirite a tomete può essere realizzato in modi molto diversi a seconda del Maestro, ma la cosa importante e comune a tutti gli insegnamenti è la naturalezza del gesto. Il momento in cui si realizza il cambio di impugnatura non è visibile (se non ad un occhio molto attento) e c’è continuità e fluidità nel passaggio. La tsuka si muove in modo naturale all’interno delle proprie mani.

Chiburi no te, Tomete
Chiburi no te, Tomete
  1. Nukitsuke no te 

In questo caso la mano è leggermente ruotata all’esterno ed è usata per realizzare i tagli orizzontali. Il Maestro Azuma nel seminario di Modena di Maggio 2019 ha insistito molto sull’uso di questa impugnatura anche per realizzare il colpo di tsuki nel 4°, 8° e 10° kata. Anche per la realizzazione di questo tipo di impugnatura è importante che il movimento della tsuka all’interno della mano avvenga in modo naturale e “non visibile”. 

Nukitsuke no te
Nukitsuke no te 

Non è facile realizzare e applicare le tre impugnature diverse,  è necessario che le proprie mani lavorino in modo morbido e permettano quindi all’impugnatura della spada di posizionarsi in modo più efficace all’interno delle due mani. Per i principianti è chiaramente un concetto troppo complesso ed è bene che si esercitino a realizzare un buon Kirite,  poiché spesso è già difficile mantenere questo tipo di impugnatura durante il taglio, ed esercitare un buon tenouchi.

Intervista doppia con Andy Watson e Claudio Zanoni

4

Questa settimana proponiamo l’intervista doppia con Andy Watson e Claudio Zanoni.

Grazie al successo della trasmissione Le Iene, tutti conoscono come funziona l’intervista doppia e anche noi di Kiryoku abbiamo voluto sperimentare questo tipo di approccio mediatico.

Il risultato, a nostro avviso, è stato incredibile: divertente ma con concetti seri e profondi.

L’idea ci è venuta a seguito dell’ultimo articolo pubblicato (Natali, Rastrelli e l’importanza della pratica libera nello iaido) che insisteva sul concetto di pratica libera e che ha sollevato non poche critiche e qualche complimento.

Abbiamo voluto allora chiedere a due tra i massimi esponenti dello Iaido Europeo cosa ne pensavano, cercando di affrontare un argomento importante in modo scherzoso e divertente.

Si sa la comunicazione passa attraverso diversi canali e, a volte, quello che non si riesce a percepire leggendo un testo, magari risulta da subito più comprensivo guardando un video, soprattutto – come in questo caso – se è anche divertente.

Per noi è stata una piacevole e simpatica sperimentazione. Potrebbe essere la prima e l’ultima oppure la prima di una lunga serie di video interviste con i personaggi più rappresentativi dello iaido e jodo europeo. Sarete voi a decretare il successo o la sconfitta di questo tipo di interviste. Se vi è piaciuta, lasciate un commento positivo. Se non vi è piaciuta… beh, fate finta di niente.

Interpreteremo la mancanza di commenti come un suggerimento per dedicarci ad altro e abbandonare questo tipo di iniziativa 🙂

A voi tutti l’ardua sentenza.

Riportiamo, prima della trascrizione integrale, alcune particolarità emerse nel video:

Il libro citato da Claudio è La collina dei conigli (Watership Down) è un romanzo scritto da Richard Adams nel 1972. Narra di un gruppo di conigli che sfuggono alla distruzione della loro conigliera e vanno in cerca di un posto migliore in cui vivere, incontrando pericoli e tentazioni nel corso del viaggio. Moscardo è il coniglio protagonista. Qui il link per acquistarlo su Amazon: La collina dei conigli.

Il libro citato da Andy è Jonathan Strange & Mr Norrell,  è il primo romanzo di Susanna Clarke, scritto dal 1992 al 2003. Ha vinto il premio Hugo per il miglior romanzo nel 2005. La storia è basata sul ritorno della magia in Inghilterra durante le guerre napoleoniche. Qui il link per acquistarlo su Amazon: Jonathan Strange & Mr Norrell.

Il piatto preferito di Andy è Ankimo, piatto giapponese a base di fegato di rana pescatrice.

Il saluto finale di Andy, “A-ka-Sa-Ta, Na-Ha-Ma-Ya, Ra-Wa-N” cantata sulle note di Frère Jacques (Fra Martino Campanaro) fa riferimento ai verbi giapponesi del gruppo 1 ed è ben conosciuta da tutti coloro che in questo periodo di lockdown hanno studiato la lingua giapponese con Andy.

Trascrizione del video (con traduzione in Italiano):

Intervistatore: Nome?

AW: Andy

CZ: Claudio

Intervistatore: Cognome?

AW: Watson

CZ: Zanoni

Intervistatore: Età?

CZ: 57

AW: 49

Intervistatore: Professione?

CZ: Impiegato.

AW: Consulente.

Intervistatore: Dove vivi?

AW: Surrey, Regno Unito.

CZ: Druento, in provincia di Torino.

Intervistatore: Discipline marziali praticate e livello raggiunto?

AW: Iaido e Jodo, ed ho 7° dan renshi in entrambe.

CZ: Iaido 7° dan renshi, Jodo 3° dan.

Intervistatore: Altri Hobby?

AW: Cucinare, fare giardinaggio, camminare e cercare di imparare l’italiano.

CZ: Camminare in montagna e riparare saya degli allievi.

Intervistatore: Il libro più bello che hai letto?

CZ: La collina dei conigli, è un bellissimo libro per ragazzi con protagonisti una serie di conigli che devono riuscire a sopravvivere, un po’ la metafora degli esseri umani. L’ho trovato interessantissimo, Moscardo era un personaggio fantastico.

AW: Potrebbe essere, Jonathan Strange e Mr Norrell.

Intervistatore: Il film migliore di tutti i tempi?

AW: Matrix.

CZ: Star Wars, non c’è dubbio. I primi tre Star Wars.

Intervistatore: Gruppo o cantante musicale preferito?

AW: David Bowie.

CZ: Una serie, diciamo AC/DC, in gioventù era Ramones e adesso credo, continuo a seguire loro, ma Coldplay sono tra i miei artisti preferiti.

Intervistatore: Piatto preferito?

AW: Probabilmente Ankimo, è un sashimi giapponese con fegato di Monkfish (coda di rospo).

CZ: In Italia è difficile però questa domanda, va bene dai, la pasta alla Matriciana.

Intervistatore: Il tuo miglior pregio?

AW: Posso ridere di me stesso.

CZ: Non so, non credo di avere dei pregi. Non ho filtro: quello che mi arriva in testa esce dalla bocca e quindi può essere un pregio o meno, però…

Intervistatore: Il tuo miglior difetto?

AW: Probabilmente la propensione ad ammalarsi di cancro alla prostata.

CZ: Se vogliamo la testardaggine, che è sicuramente un difetto però ogni tanto può rivelarsi positivo, quindi è il mio miglior difetto.

Intervistatore: Il miglior pregio di Andy?

CZ: E’ eccezionale a fare Iaido, quindi credo sia un pregio notevole. E’ bravissimo secondo me a fare Iaido. Non ho avuto ancora la fortuna di praticare Jodo con lui. Sicuramente per lo Iaido è uno dei migliori praticanti in Europa se non nel mondo, quindi è sicuramente un pregio.

Intervistatore: Il miglior pregio di Claudio?

AW: Scusa Claudio… è sempre gentile, rispettoso e divertente…

Intervistatore: Dai Andy, dì la verità

AW: Si ubriaca tutte le volte.

Intervistatore: Andy, qual’è il peggior difetto di Claudio?

AW: Quando balla diventa molto sudato fino a quando la sua maglietta è bagnata e poi vuole abbracciarti … scusa Claudio.

Intervistatore: Qual’è il peggior difetto di Andy?

CZ: È una domanda abbastanza difficile, credo che il peggior difetto di Andy sia il suo inglese. Nel senso che quando parla a velocità normale e tranquillamente, per me diventa impossibile capirlo. So che non è un difetto però effettivamente per me diventa veramente difficile. Il suo inglese molto londinese credo che sia il suo peggior difetto.

Intervistatore: Chi è il più bravo dei due?

AW: Claudio. A cucinare, parlare italiano e ballare che sono tre cose molto importanti.

Intervistatore: Andy, mi riferivo allo iaido!

AW: [Rivolto a Claudio] Io o te? Oggi è domenica, quindi sei tu!

CZ: E’ una domanda assurda. Secondo me non esiste uno più bravo e uno meno bravo. Facciamo Iaido, io credo ad un buon livello, io credo uno Iaido diverso, piace sia il mio che il suo quindi… se dobbiamo proprio scegliere, secondo me lui. 

Intervistatore: Qual è il tuo segreto?

AW: Prendi sul serio l’allenamento di Iaido ma non prenderti sul serio.

CZ: La testardaggine appunto, il mio difetto. La testardaggine e la voglia di riuscire a fare le cose come devono essere fatte, come io pretendo siano fatte. Quindi quello è il mio segreto, niente di più, tanto lavoro!

Intervistatore: Perché, e come, hai iniziato iaido?

AW: Perché volevo essere un ninja samurai e ho iniziato quando vivevo in Giappone e mi è stato consigliato un insegnante di Iaido chiamato Noguchi sensei e così ho iniziato.

CZ: Molto casualmente, con un mio carissimo amico, Marco Scala, ad un certo punto mi ha detto: “andiamo a fare Iaido?”. Io l’ho guardato e gli ho chiesto: “Che cos’è lo Iaido?”. Lui risponde: “la spada giapponese”.  Incuriosito sono andato a vedere una lezione e poi abbiamo iniziato insieme, ho cominciato a praticare e da loro sono quasi vent’anni credo… anzi dal ’99, si sono 21 anni che pratico iaido

Intervistatore: Perché continui a farlo?

AW: È difficile è come chiedere perché continui a respirare. Mi piace e mi piace la gente e amo le persone che fanno anche Iaido ed è una sfida costante per me, quindi anche se invecchio e non riesco a muovermi così tanto se sto ancora migliorando in qualche modo e questo è un po’ tipo di progressione in avanti.

CZ: Perché continuo a fare Iaido? Perché lo Iaido è una parte della mia vita. Fa parte del mio modo di essere e mi fa star bene, mi diverte ed è una parte essenziale della mia vita praticare, io sto parlando della pratica. Quindi perché non dovrei continuare?

Intervistatore: Come ha contribuito – lo Iaido – al tuo sviluppo personale / alla tua vita?

AW: Imparare costantemente cose nuove e sviluppare nuove abilità non a causa di vecchie conoscenze o vecchie abilità, ma solo perché sfidi costantemente te stesso e guadagni questo nuovo modo di pensare in costante cambiamento, immagino.

CZ: Beh sicuramente ha apportato una sete di conoscenza e una sete di apprendere anche una cultura diversa, quindi diciamo che probabilmente mi ha aiutato perché mi ha fatto uscire un po’ dagli schemi di noi occidentali.

Intervistatore: Quali sono le tappe importanti in un percorso di iaido per arrivare al 7° dan?

AW: In primo luogo è avere completa fiducia nel tuo insegnante e credergli anche se è qualcosa di cui non sei sicuro se capisci che ho difficoltà a credere in lui e quindi devi ovviamente fare un sacco di allenamento un sacco di allenamento consapevole e non fai semplicemente affidamento sul tuo insegnante per fare tutto per te. Devi assumerti la responsabilità di te stesso, quindi devi fare cose come il video da solo e ottenere feedback e controllare te stesso e fare ricerche e non solo assumendoti tutte le responsabilità sul tuo insegnante, penso che sia la cosa principale.

CZ: Io non credo di essere in grado di rispondere a questa domanda perlomeno non credo ci siano delle tappe importanti. La cosa importante è crederci e continuare a praticare e cercare di migliorarsi sempre. Questa è la cosa che ritengo più importante. Non esistono delle tappe.

Intervistatore: Cosa suggeriresti ai praticanti europei di oggi?

AW: Penso che siano sinceramente i migliori iaidoka che ci siano mai stati perché penso che lo iaido e le persone che fanno lo iaido stanno costantemente migliorando rispetto ai loro predecessori che stanno sulle spalle dei loro antenati e quindi siamo, penso, in Europa un eccellente esempio di Iaido di qualità anche rispetto ai nostri fratelli e sorelle giapponesi, quindi penso che dovremmo essere orgogliosi di ciò che stiamo facendo e continuare a cercare di migliorare noi stessi e cercare di continuare a spingere in avanti la prossima generazione.

CZ: Una delle cose che io ritengo più importanti è il confronto. Nel senso di uscire dal proprio dojo e di confrontarsi con altre realtà, può essere un seminario può essere una visita, se si ha la possibilità di andare in Giappone a trovare il proprio Maestro, però sicuramente il confronto. Questo aiuta a crescere e a migliorare la propria pratica.

Intervistatore: Come vedi il futuro dello iaido in europa?

AW: Spero che le nuove generazioni si interessino di più a Iaido in modo da avere persone che possano allenarsi per un lungo periodo della loro vita in modo che possano raggiungere un alto livello mentre sono ancora giovani. Questo è quello che penso accadrà e dobbiamo impegnarci affinché accada.

CZ: Io lo vedo decisamente roseo, o perlomeno lo vedevo roseo prima del Covid. Continuo a vederlo roseo nel senso che io spero si possa riprendere a praticare tutti assieme e a migliorare tutti assieme. In Europa secondo me in questo momento c’è molta fame di apprendere lo Iaido e quindi questo è positivo. Non possiamo fare altro che migliorarci. Secondo me siamo destinati a migliorare ancora il nostro livello.

Intervistatore: Cosa pensi della pratica libera nello iaido?

AW: È molto importante! In effetti penso che dovrebbe essere più della metà della tua formazione il ruolo di un insegnante è quello di darti una rivelazione guidata, quindi la responsabilità di prendere un’idea e lavorarci su in pratica libera è interamente tua.

CZ: Io penso che sia fondamentale! La pratica libera è una parte di pratica che impegna il tuo cervello a fare delle cose, non a ripetere dei movimenti che qualcuno ti ordina. Quindi l’essere in grado di fare una pratica libera, cosciente e soprattutto, diciamo così, severa con se stessi è la miglior via per riuscire a migliorare.

Intervistatore: Perché può essere produttiva?

AW: Perché ti fa pensare a quello che stai facendo e se valuti la speranza che stai facendo e analizza il problema e vedi dove sei in confronto all’oggetto di quello che hai detto e per te calcolare come ottenere da dove sei dove stai andando e questo accade solo nella pratica libera normalmente non succede se l’insegnante è costantemente in piedi sopra di te dicendo che fai questo il tuo cervello che è spento, quindi devi fare pratica libera.

CZ: Un po’ mi ripeto perché se fatta coscientemente, obbliga il praticante a pensare a quello che sta facendo. Pensare a quello che sta facendo vuol dire semplicemente cercare di farlo meglio e quindi in questo senso è produttivo. Certo è che la mente deve essere nella condizione giusta, nel senso che non fare il kata e pensare: “accidenti come sono figo, come sono bravo”. Ma “accidenti sto sbagliando questa cosa, come posso migliorarla” oppure “come posso cambiare questa cosa?”. Questa è la pratica libera cosciente, la pratica libera fatta con intento di migliorare. La pratica libera per dimostrare di essere il più bravo è totalmente inutile e non produttiva.

Intervistatore: Da che momento hai capito l’importanza della pratica libera?

AW: Penso che sia stato quando ho iniziato il mio Shugyo blog mentre mi stavo preparando per il mio 6° dan, quindi fino al 5° dan mi affidavo ai miei colleghi di dojo per darmi un po’ di aiuto e anche fare un po’ di pratica libera ma era preparazione 6° dan che mi ha fatto davvero capire che dovevo fare affidamento su sempre più prove e analisi gratuite.

CZ: Sicuramente abbastanza presto, nel senso che c’è un piccolo aneddoto dove io sono andato ad un seminario con un maestro giapponese che insegnava diverse cose,  e questo maestro giapponese mi chiese di prolungare il fatto di rimanere lì, anche se io non facevo kendo e non praticavo neanche un’altra scuola di spada che lui insegnava. Però mi ha detto: “rimani qua e pratica iaido della ZNKR”. Va bene, rimango, risposi. Quindi dopo l’ora di pratica normale, io rimanevo lì altre due ore a praticare, da solo in un angolo. Ogni tanto lui mi diceva qualcosa. Questo mi ha fatto capire alcune cose sull’importanza della pratica libera. Credo fossi un secondo dan, adesso non ricordo benissimo. Però questo episodio mi ha fatto subito capire che continuare ad avere una spiegazione per poi lavorarci da solo era fondamentale. Quindi, abbastanza presto.

Intervistatore: Cosa suggerireste, agli altri, per rendere la pratica libera più proficua?

CZ: Dal canto mio, poi sentiamo Andy che sicuramente ha molta più esperienza in questo campo per il fatto che lui ha iniziato a praticare in Giappone prima e lì, secondo me, si pratica molto di più con una filosofia di pratica libera. Però il primo consiglio che mi sentirei di dire è fatela! Quando c’è l’occasione di fare pratica libera non fate cazzeggio, fate pratica. E’ fondamentale. Fare un kata e poi stare lì a cincischiare un quarto d’ora, non è pratica libera. Pratica libera è fare i kata, pensare a cosa si è sbagliato, riprovare a fare il kata e poi riprovare ancora. Il consiglio è: avete occasione di farla? Fatela! Fatela veramente però. Poi sentiamo Andy che sicuramente è più ferrato di me.

AW: Penso che ai seminari le persone dovrebbero avere più tempo per le prove libere da parte dei sensei che dirigono il seminario, dovrebbero ricevere un obiettivo e alcune informazioni con cui allenarsi e quindi dovrebbero essere lasciati soli a fare pratica durante il seminario e non ricevere costantemente nuove informazioni o feedback, ma spazio e tempo per praticare da soli.

Intervistatore: Sareste disponibile, ad approfondire l’argomento, in un’intervista seria?

AW: Certo, sì, assolutamente, penso che sia penso che l’unico modo per noi di fare sempre più progressi sempre più velocemente sia la pratica libera che significa responsabilità personale e autoanalisi, quindi sì assolutamente.

CZ: Più seria di così? Non so se sono capace ma si, decisamente si.

Intervistatore: Ditemi una cosa a piacere

CZ: Una cosa a piacere… non vedo l’ora di poter ricominciare a fare iaido con gli amici europei dal vivo. Diciamo che mi mancano un po’.

AW: Sono costantemente sorpreso di quanto velocemente le persone sviluppino le proprie idee e raggiungano conclusioni molto ragionevoli senza la necessità di sentirsi dire di fare qualcosa e questa abilità dovrebbe essere usata più da tutti, sì!

Intervistatore: E per finire… Salutate tutti, come solo voi sapete fare

CZ: Ricordando un bellissimo after Sayonara: poooo, po-po-po-po, poooo, poooo, po-po-po-po, poooo…

AW: Ciao a tutti, A-ka-Sa-Ta, Na-Ha-Ma-Ya, Ra-Wa-N …

Perché Natali è meglio di Rastrelli?

2
Alessandro Natali e Alessio Rastrelli

LA PREMESSA

Non è importante – ai fini di questo articolo – sapere chi sono Natali e Rastrelli.

Basti sapere che sono due persone che praticano Iaido (e anche Jodo), hanno lo stesso grado ed uno, per forza di cose, è più bravo dell’altro.

L’OBIETTIVO

Ciò che mi prefiggo con questo scritto è cercare di capire perché uno diventa migliore in un’arte marziale rispetto all’altro.

Certo i fattori sono tanti e diversissimi tra loro.

Se sei un “Andrea Cauda” allora sei nato con la camicia e non devi preoccuparti molto; in te c’è già la predisposizione giusta per diventare il migliore.

Altrimenti l’unica cosa certa è che:

per diventare bravo dovrai faticare tanto.

LA REGOLA

Fin qui immagino nessuno possa eccepire la mia tesi.

Sappiamo tutti infatti che il vero segreto per eccellere in qualsiasi disciplina è la regola delle 10.000 ore.

In breve la teoria afferma che “chiunque può primeggiare in qualsiasi disciplina, se vi si applica intensamente per un sufficiente periodo, quantificato in 10 mila ore.”

practice makes perfect

LA DOMANDA

Tralasciando il background esperienziale dei nostri due protagonisti, possiamo dire che entrambi hanno una quantità di ore di allenamento molto simile, entrambi hanno preso lo studio dello Iaido seriamente, entrambi si allenano più volte a settimana ed entrambi partecipano a seminari nazionali ed internazionali. Da qualche tempo hanno in comune anche gli stessi maestri.

Ma uno è più bravo dell’altro… perché?

La regola delle 10 mila ore ha sicuramente una sua valenza ma sono dell’idea che non prenda in esame alcuni aspetti fondamentali.

QUANTITÀ E QUALITÀ

Il primo aspetto è che la regola parla di quantità (di ore) e non tiene conto della qualità dell’allenamento. Se il mio kirioroshi è sbagliato (quindi non so tagliare), dopo 10.000 ore probabilmente continuerò a commettere lo stesso errore senza nessun miglioramento.

Strettamente legato al concetto di qualità appena visto, ci sono – imho – altri aspetti da prendere in considerazione come il tipo di pratica svolta e la presenza di un bravo maestro che possa indicarti la giusta via da seguire.

LA MIA IDEA

In sostanza, sono arrivato alla conclusione che la quantità di ore di allenamento è fondamentale (ad un certo livello, in esami e gare, viene valutata la profondità di pratica) ma bisogna che sia un allenamento intelligente con una metodologia che possa essere utile per comprendere errori e miglioramenti.

Quindi oltre alla quantità di ore serve un bravo maestro una metodologia che preveda analisi, obiettivi da raggiungere, indicatori di qualità che consentano di capire il livello raggiunto e un cervello possibilmente attivo.

IL SENSEI

Nello Iaido, come per tutte le arti marziali, non si impara sui libri e non si impara dai video che si trovano sul web; per apprendere è fondamentale seguire un maestro.

Come già detto, Natali e Rastrelli seguono gli stessi maestri ma con una differenza tutt’altro che sottile. Rastrelli (almeno fin quando era in Italia) poteva seguire i maestri molto da vicino, vivendo nella stessa città e frequentando costantemente le loro lezioni. Natali invece, vivendo in un’altra città, è costretto a far tesoro delle nozioni apprese durante un seminario e/o un allenamento specifico e poi rielaborare il tutto, cercando di metterlo in pratica, in autonomia nel suo dojo.

Si potrebbe affermare che Rastrelli è avvantaggiato perché ha la possibilità di essere seguito maggiormente. Eppure Natali è più bravo. 

Alessandro Natali iaido

I LIMITI DELL’INSEGNAMENTO

I nostri due protagonisti sono entrambi istruttori ed hanno imparato quanto possa essere difficile insegnare. 

Ci sono problemi di comunicazione (la maggior parte delle cose che si dicono non vengono percepite e/o memorizzate dall’allievo), ci sono problemi fisici e posturali da tenere in considerazione, e infine c’è anche da risolvere la questione dei diversi livelli di competenza dagli allievi.

Su quest’ultimo punto vorrei soffermarmi perché ritengo sia importante ai fini del quesito in oggetto.

In una sessione di allenamento ci sono solitamente persone con gradi, esperienza e competenze diverse.

Questo vuol dire che nello stesso istante l’istruttore deve dare indicazioni “generali” che vadano bene un po’ per tutti. 

Sappiamo però che le indicazioni rivolte agli allievi con poca esperienza sono completamente diverse da quelle che bisognerebbe impartire ai gradi più alti. Ogni allievo deve essere seguito in modo diverso e adeguato. Il rischio è insegnare a correre a chi non sa ancora camminare o annoiare con una passeggiata chi potrebbe e vorrebbe procedere velocemente.

ALLENAMENTO “ATTIVO”

Per questo motivo non è pensabile affidare lo sviluppo e il progredire del proprio livello solo grazie alle indicazioni del sensei e solo limitatamente alle lezioni in dojo

Claudio e Danielle lo hanno più volte spiegato utilizzando il concetto di allenamento con mente attiva.

Per lo Iaido, ovvero uno studio continuato e ripetuto degli stessi movimenti, questo tipo di allenamento è anche l’unico sistema per rendere la pratica dinamica, proficua, divertente e mai noiosa.

Progredire nella pratica vuol dire seguire un maestro ma al contempo analizzare attivamente se stessi. Guardarsi, riprendersi e criticarsi costruttivamente. 

Porsi degli obiettivi a breve e lungo termine e cercare in tutti i modi di raggiungerli. E come dicono i Maestri Giapponesi, praticare sempre con lo stato mentale come fossimo bambini, di chi non sa e vuole solo imparare.

Ma questo si può fare solo quando hai la possibilità di allenarti in base ai tuoi obiettivi e solo quando si conduce una pratica libera. 

La pratica libera è necessaria per analizzarsi e assimilare ogni singolo dettaglio, ogni singolo movimento studiandolo in una maniera che non sarebbe possibile durante una pratica guidata con i sensei. 

Ogni istante della giornata é buono per poter “pensare” e progredire ben sapendo come, in ogni arte marziale, il pensiero (ripensare a tutti i singoli movimenti per i principianti o per esempio il giusto ritmo o il riai del kata per i più esperti) e la cosiddetta visualizzazione mentale siano aspetti fondamentali per migliorare e raggiungere gli obiettivi. 

Rastrelli Iaido
Foto di Giulio Cianchini

LA PRATICA LIBERA

Nella pratica libera si ha la possibilità di “lavorare” su tutti quegli aspetti utili al tuo miglioramento. Si può esercitare, approfondire e migliorare proprio quella tecnica o quel movimento che pensi debba essere migliorato

Tutto ciò nella pratica in dojo, con i sensei costretti a dare linee guida generali che vadano bene per tutti, ovviamente non è possibile. 

Nella pratica individuale si può scomporre ogni kata in singoli movimenti permettendo di verificare se quanto fatto sia corretto. Non solo, é possibile eseguire il movimento con ritmi diversi (slow motion, lento, normale, veloce) per lavorare su precisione efficacia e fluidità. 

Se capisci che il tuo problema è la postura nei kata in piedi, devi allenarti su quello, per mesi non solo una volta. E se il sensei si focalizza per un periodo sui kata in ginocchio, tu devi trovare il tempo per allenarti sui kata in piedi. E’ fondamentale.

In un altro articolo avevo descritto il mio personale metodo di allenamento con degli schemi di valutazione e correzione che mi sono serviti molto.

Avere a disposizione del tempo per la pratica libera (se guidata e supervisionata dai sensei è ancora meglio) è il modo migliore per migliorare, raggiungere gli obiettivi ed auto-motivarsi.

la vera motivazione nasce e cresce dentro di te

Vista la lontananza geografica dal dojo dei maestri, di sicuro Natali ha più pratica libera e attiva rispetto a Rastrelli.

UNA QUESTIONE DI PRIORITÀ

Vuoi veramente imparare lo Iaido? 

Pensa prima di rispondere. Lo vuoi veramente. E’ uno dei tuoi obiettivi a lungo termine?

Bene allora metti tutta la tua attenzione, il tuo impegno e impara.

Detlef usa spesso una domanda provocatoria: 

Ti piace lo Iaido? Si, e allora perché non impari?

Ha ragione! 

Com’è il nostro approccio allo Iaido durante le lezioni e fuori da esse?

Che priorità ha lo Iaido nella vita di Natali e Rastrelli?

L’ATTEGGIAMENTO MENTALE

L’atteggiamento mentale durante la pratica, ed in particolare la pratica libera, deve essere quindi di apprendimento attivo.

Invece di pensare a far fischiare la spada cerchiamo prima la consapevolezza di ciò che facciamo, dei nostri movimenti della comprensione reale di ciò che facciamo applicando con voglia e serietà uno studio attivo.

Alessandro Natali iaido

LA CONCLUSIONE

Lavorando sempre con dei Maestri – tra i migliori in italia – si può correre il rischio di lavorare tanto e bene ma senza far lavorare il cervello. Un buon allenamento deve prevedere anche una buona parte di pratica attiva dove il termine attiva non è riferito solo al corpo ma anche e soprattutto alla mente.

Ho avuto la fortuna di potermi allenare anche in Giappone nel dojo di Ishido Sensei e in Inghilterra nel dojo di Andy Watson

In entrambi i dojo ci si allena quasi totalmente tramite pratica libera!

Io penso sia questo il vero segreto che rende una persona più brava dell’altra: una definizione chiara degli obiettivi da raggiungere, una pratica seria e costante sotto la guida di un bravo maestro, una mente attiva, una buona dose di pratica libera e tanta voglia di raggiungere risultati straordinari.

per avere risultati straordinari 
dobbiamo fare qualcosa di straordinario

Del resto, uno studio fatto in questo modo porta ad un miglioramento non solo della nostra pratica ma di noi stessi nella vita di tutti i giorni, che è poi lo scopo ultimo dello Iaido.

L’EPILOGO

Ma alla fine Natali è più bravo di Rastrelli?

Si lo è. Natali ha fame, molto più che Rastrelli e non parlo solo della voglia di mangiare (su quella nessun dubbio che Natali sia un campione!) ma di quella fame, di quella voglia di imparare e migliorare che forse Rastrelli non ha.

Di quella fame che ti fa prendere appunti quando il maestro spiega, quella voglia di mettersi sempre in gioco, di fare domande, di voler provare e riprovare, che ti porta nel tuo dojo a praticare, da solo o con i fidati compagni, quei singoli movimenti – tramite anche la pratica libera e con mente attiva, perché non c’è il sensei che ti corregge – finché quella sequenza non abbia una minima parvenza di kata corretto.

Quindi Natali batte Rastrelli, ma non è questo il punto.

Natali e Rastrelli sono solo due prestanome. Al loro posto, senza andare troppo lontano, potevo citare Cauda e Regaldi, Battista e Sappino, Bonacina e Cardani, e tanti altri. 

Nello Iaido l’unica e vera competizione è con noi stessi. 

Per vincere, dobbiamo solo comprendere cosa vogliamo veramente e gestire i nostri limiti. 

La vera vittoria è darci il permesso di dare il meglio di noi stessi e di esserne soddisfatti. 

la verità è che nello iaido come nella vita 
l’unico vero fallimento è 
non permettersi di dare il meglio di sé

Se riusciremmo ad arrivare ad un esame o ad una gara preparati, calmi e sicuri, avremmo già vinto, perché, comunque vada, sapremo di aver fatto tutto il possibile e aver dato il meglio di noi stessi. 

Natali, Rastrelli e l'importanza della pratica libera