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Seminario di Jodo a Villingen 2023

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Jodo Seminar Villingen 2023
Seminario di Jodo a Villingen 2023

La mia esperienza a Villingen-Schwenningen – 25esimo Seminario di Jodo

di Ramona Paravano

Da diversi anni sentivo parlare di questo seminario tra i miei compagni di pratica, ma per vari motivi non ero mai riuscita a parteciparvi.

Complice il fatto che dovevo dare un esame (per conseguire il secondo Dan di Jodo) ho deciso che questo era l’anno giusto per partecipare a questo evento organizzato dalla federazione tedesca.

Si parte da Milano dopo aver recuperato i nostri migliori terzi Dan italiani Alessio ed Emanuela direzione Villingen.

La loro compagnia è stata per me determinante per il sostegno e l’aiuto di cui avevo bisogno per affrontare questo passo per me importante.

Arriviamo giovedì sera pronti e carichi per l’allenamento della mattina successiva. L’hotel scelto era molto vicino a palestra e questo ci ha permesso di godere del verde e della caratteristica cittadina di Villingen.

Il seminario era condotto da:

René Van Amersfoort Sensei, Jodo Kyoshi ottavo Dan, Louis Vitalis, Jodo Kyoshi settimo Dan, Karl Dannecker, Jodo Kyoshi settimo Dan, Bernhard Merkel, Jodo Kyoshi settimo Dan.

Sicuramente il livello di insegnamento è alto, non possiamo che aspettarci un ottimo seminario ricco di nozioni da portare a casa per poter migliorare la nostra pratica.

La prima giornata si svolge con una fase iniziale di riscaldamento muscolare eseguita da René Van Amersfoort Sensei e la pratica dei kihon.

Proseguiamo poi con la spiegazione di ogni kata e la pratica a coppie.

La mattinata del venerdì passa velocemente e la pratica con Emanuela mi aiuta a visualizzare le mie criticità e correggere le ultime cose prima dell’esame che sarebbe avvenuto il giorno dopo.

Durante la pratica dei kata abbiamo il supporto dei Sensei che a turno girano per la palestra e osservando ci danno consigli e correzioni.

Apprezzo moltissimo le correzioni dei Sensei perché questo mi permette di progredire nella mia pratica, migliorarmi sempre. In vista di un esame poi, ogni informazione è essenziale per darmi quella sicurezza nel fare un buon esame.

Il pomeriggio del venerdì è invece dedicato alla dimostrazione del settimo kata in avanti, per questo motivo ci dividono in gruppi di principianti e avanzati.

Dal mio punto di vista comprendo tantissimo la divisione (i principianti potrebbero non conoscere ancora tutti i 12 kata) però a volte vorrei seguire la spiegazione, anche per capire se sto comprendendo bene la corretta esecuzione dei kata più “avanzati”.

Questa divisione era avvenuta anche al Seminario in Svizzera, a Magglingen (aprile 2023) e visto che non dovevo fare l’esame mi era dispiaciuto non poter vedere la spiegazione del settimo, ottavo e nono (che saranno i miei prossimi “nuovi” kata d’esame).

Ad ogni modo il mio obiettivo era praticare il più possibile per fare un buon esame, questa volta è andata bene così.

Dopo una bella serata passata in compagnia di amici e una bella dormita arriva il sabato mattina: improvvisamente realizzo che è arrivato il momento di affrontare l’esame. La mia reazione (solita) è stata quella demotivazionale del mio cervello che diceva “troppe cose per la testa, non ce la puoi fare.”

Sempre così prima di un esame, una parte di me è intenta a sabotarmi e farmi credere che “non ce la farò”.

Visto il periodo particolare della mia vita questa vocina era un pochino più convincente rispetto al solito, ero in effetti un po’ preoccupata.

Mi sono allenata molto, ma per cosa se poi faccio decidere a quella solita vocina che vuole boicottare tutto?

Per fortuna non ero da sola, i miei compagni di viaggio (e un paio di messaggi WhatsApp dall’Italia) mi hanno aiutato molto in questa prima parte della giornata. Davvero grazie per questo supporto.

Decido che comunque sono qua ed è inutile preoccuparsi ora, affrontiamo l’esame, comunque andrà sarà una lezione da imparare.

Arrivata in palestra vengo a conoscenza del fatto che mi è stato assegnato un compagno per l’esame e per tutta la mattina pratico con lui i kata per “testare” la distanza.

Incredibilmente mi trovo bene, non sbaglio uno tsuki, le distanze sono corrette. Ci adattiamo bene al nostro stile di pratica.

Anche lui sembra non lamentarsi troppo, solo qualche correzione su alcuni punti, ma piccole cose che riusciamo a correggere durante la pratica della mattina.

Sensei Vitalis ci interrompe di frequente per darci consigli, come ad esempio come fare il saluto correttamente (il jo deve rimanere attaccato al corpo), la posizione di kamae corretta in hiki otoshi (con il palmo della mano ben aperto e le dita rivolte in alto e non laterali), l’indicazione di tagli ampi ed efficaci per il tachi, le corrette distanze di taglio, un buon kiai durante l’esecuzione del kata.

Nel pomeriggio arriva il momento dell’esame, sono agitata. D’altronde (penso) visto in che stato ero questa mattina è già un successo che ora io mi senta così tranquilla!

Eseguo i kata e sento che sicuramente non è il meglio che posso fare, però non faccio errori gravi e tutto va bene.

La cosa più sorprendente però arriva dopo aver ricevuto la notizia di superamento dell’esame e consegna dell’attestato.

Rivedo il video che gentilmente Alessio aveva fatto e mi rendo conto che tutte quelle sensazioni di non star facendo un buon esame erano solo nella mia testa, in realtà i miei kamae erano corretti, i movimenti precisi. Certo, non avevo il fighting di una gara, ma in fondo era un esame… l’approccio è ben diverso.

Ricevo i complimenti del Sensei (davvero graditi) e ci prepariamo per il Sayonara Party.

La domenica finalmente pratichiamo Koryu. Per me è tutto nuovo e ancora grazie ad Emanuela la comprensione dei kata che “cerco di imitare” è più semplice. Riusciamo anche a praticare utiizzando il Tanjo, un Jo più corto che è presente in alcuni kata di Koryu.

Essendo neofita dell’argomento rimango affascinata da ogni spiegazione e indicazione del Sensei Van Amersfoort, mi auguro ci sia occasione di ripetere presto la conoscenza di questi kata.

In conclusione, a parte il superamento del mio esame, posso dire che la pratica di questi seminari è davvero utile per la propria crescita nel Jodo e nel Budo.

Non c’è miglior esperienza che allenarsi con altre persone, anche di nazionalità diversa, per confrontarsi e migliorarsi sempre.

Consiglio davvero a tutti di uscire dalla propria “comfort zone” e praticare con chi non si conosce. Migliora le proprie capacità e arricchisce lo spirito.

Questo porta a dei risultati, anche a me che da sempre mi sono fatta dominare dalla mia mente giudicante.

Ultimi non per ultimi un grazie speciale a voi amici tedeschi. Avete organizzato questo seminario nel miglior modo possibile, sono stata davvero bene.

Ramona Paravano

Jodo seminar Villingen 2023
Jodo seminar Villingen 2023
Jodo seminar Villingen 2023

A Villingen per festeggiare i 25 anni della Federazione Tedesca di Jodo

di Alessio Rastrelli

Da giovedì 8 a domenica 11 giugno 2023 si è tenuto a Villingen (Germania) il seminario di Jodo organizzato da Deutscher Jodo Bund e V. per festeggiare i 25 anni della Federazione Tedesca di Jodo.

A condurre il seminario:

  • René van Amersfoort, Jodo Kyoshi, 8. Dan
  • Louis Vitalis, Jodo Kyoshi, 7. Dan
  • Karl Dannecker, Jodo Kyoshi, 7. Dan
  • Bernhard Merkel, Jodo Kyoshi, 7. Dan

Più di 60 partecipanti provenienti da tutto il mondo.

Gli Italiani presenti sono praticamente gli stessi di sempre, un piccolo gruppo di persone che però sono sempre presenti e legati oltre che da una forte motivazione anche da un’amicizia che si rafforza di volta in volta.

Per chi come me non ha molte possibilità di praticare Jodo, partecipare ad un seminario in cui si ha tutto il tempo necessario per sviluppare nel dettaglio ogni singolo kata è un occasione da non perdere.

Oltre agli immancabili Kihon abbiamo avuto la possibilità di praticare i 12 kata di ZNKR per lungo tempo, affinando sempre più la tecnica grazie alle precise, chiare e dettagliate spiegazione da parte dei sensei.

Dapprima venivano spiegate le tecniche base per dare la possibilità ai principianti di apprendere al meglio ogni singolo movimento e poi sempre più a fondo fino a dettagli utili soprattutto per chi deve affrontare esami da 5°, 6° e 7° dan.

Ci sono stati momenti di allenamento tutti insieme ed altri in cui siamo stati divisi in due gruppi. Uno con shodan, nidan ed esaminandi seguiti da Vitalis sensei e Dannecker sensei, l’altro con i gradi più avanzati comandati da René sensei e Merkel sensei.

Non sono mancati momenti di allenamento intenso con una marea di Hikiotoshi e Gyakute Uchi.

Sabato pomeriggio c’è stata la sessione di esami con un ottimo livello esibito. Tutti promossi. Tra gli esaminandi anche Ramona Paravano che ha conseguito meritatamente il 2° dan.

L’ultimo giorno, dopo il solito riscaldamento con i Kihon e la sempre interessante spiegazione da parte di Vitalis sensei del suo motto GEI NI ASOBU, la cui calligrafia è stata ripresa nel banner dedicato al kamidana e ai tenogui omaggiati ai partecipanti, abbiamo praticato alcuni kata di Koryu.

Siamo passati dal Kenjutsu al Tanjo Jutsu per finire con alcuni kata di Omote Shindo Muso Ryu.

Ho apprezzato in particolare la possibilità di praticare tanto e farlo sempre con persone diverse e molto più brave di me. E’ stato sicuramente un seminario molto formativo e produttivo. Con tutte le indicazioni ricevute dovrò lavorare per molto tempo.

Grazie a René sensei che, con la generosità di sempre, ha elargito in abbondanza consigli, correzioni e dettagli tecnici.

Grazie a tutti i sensei sempre pronti – con sguardo attento – a farmi notare tutti gli errori.

Grazie a Robert, Susi, Melike e a tutta l’organizzazione per la gestione di questo seminario.

Grazie a tutti coloro che hanno avuto il dispiacere di praticare con me, per la pazienza e i tanti suggerimenti ricevuti.

Grazie a Adriana, Emanuela, Emanuele, Ramona e Theo per avermi sopportato in questi giorni.

Grazie a tutti.

Alessio Rastrelli

Filosofia, religione e politica: Il Confucianesimo in Giappone

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Il Confucianesimo in Giappone

Quello cui faremo riferimento in questo breve articolo come “Confucianesimo” è in realtà un fenomeno plurale e complesso, che però ha come punto in comune la ricezione degli scritti e del pensiero del pensatore cinese Kǒng Fūzǐ (Confucio), attivo in Cina tra VI e V a.C. Laddove il termine “Confucianesimo” è di conio occidentale, e deriva dall’incontro dei missionari gesuiti europei in Cina nel XVII secolo, in Giappone ci si riferiva classicamente a questo tipo di pensiero con diverse espressioni come Jugaku (l’apprendimento degli studiosi), Jukyō (gli insegnamenti degli studiosi), Seigaku (l’apprendimento dei saggi), Seirigaku (l’apprendimento della natura umana e dei principi), Rigaku (l’apprendimento relativo ai principi) e Shingaku (l’apprendimento della mente). Tuttavia, già in epoca medievale si riconosceva in Giappone la matrice comune di questi movimenti culturali negli scritti classici attribuiti a Confucio. In questo articolo cerchiamo di presentare in modo assai conciso e riassuntivo le principali linee di sviluppo del confucianesimo in Giappone, senza avere alcuna pretesa di esaustività, ma tentando di fornire una visione generale e accessibile al lettore non specialista di lingua italiana. 

Tutto inizia con l’espansione territoriale e culturale della dinastia cinese Han (206 a.C.-220 d.C.) nella penisola coreana, con cui si crearono le premesse per l’introduzione dei testi e degli insegnamenti confuciani anche in Giappone attraverso la mediazione del regno coreano di Paekche a metà del VI secolo, insieme al buddismo e ad altri elementi essenziali della civiltà cinese. Va notato che nonostante un antico testo giapponese, i Registri delle questioni antiche (Kojiki, 712), riferisca che già in precedenza Keun Ch’ogo, il sovrano del regno coreano di Paekche, aveva inviato un maestro di nome Wani, insieme a una copia degli Analetti e a un altro testo cinese, il Classico dei Mille Caratteri (in giapponese: Senjimon), al sovrano di Yamato intorno al 400 d.C., questa tradizione ha carattere fortemente leggendario, e non andrebbe considerata da un punto di vista dell’affidabilità storica. Ad ogni modo, dal VI secolo è innegabile una presenza confuciana nel pensiero giapponese.  

Non è banale ricordare alcuni dei campi in cui l’influeza confuciana ha avuto maggiore rilievo. Un primo contributo confuciano alla cultura giapponese riguarda la concezione del tempo storico. In particolare, fu sulla scia dell’introduzione del buddhismo che la corte imperiale giapponese arrivò a utilizzare i nengō, o “nomi degli anni”, come mezzo per contare gli anni del regno di un imperatore. Questo sistema era nato in Cina, durante la dinastia Han, quando gli imperatori davano un nome all’arco del loro regno per riflettere il programma e i valori che cercavano di incarnare. Mentre nel 1912, con la fondazione della repubblica cinese, questa pratica è terminata in Cina, è seguita ancora oggi come metodo standard di conteggio degli anni in Giappone. Poiché praticamente tutti i nengō utilizzati nella storia giapponese come nomi per il tempo annuale derivano da testi confuciani, non c’è dubbio che la concezione giapponese del tempo calendariale sia stata formata essenzialmente in base alla filosofia confuciana. Lo stesso si può dire dei nomi associati agli imperatori. Nonostante la credenza in merito alla loro discendenza da divinità Shintō che risale a Izanagi e Izanami, progenitori di Amaterasu e Susanoo, gli imperatori giapponesi, sia mitici che storici, hanno assunto nomi dal carattere decisamente confuciano. Questo aspetto non banale parla dunque dell’inculturazione della tradizione Shintō a partire dalla tradizione confuciana, di cui abbiamo già parlato in un precedente articolo.  

In un certo senso, anche le antiche concezioni giapponesi dello spazio riflettevano sfumature decisamente confuciane. Yamato e Nippon erano termini usati per riferirsi al regno imperiale che in Occidente è stato conosciuto come Giappone, ma quando gli antichi giapponesi parlavano in termini più universali, riferendosi non solo al loro regno socio-politico ma al mondo più vasto, lo facevano spesso usando l’espressione tenka, o “tutto-sotto-il-cielo”. Questo termine compare per la prima volta nella letteratura classica confuciana, in particolare nel Libro della Storia e nel Libro dei Mutamenti. Anche in merito alla cosmologia, gli antichi giapponesi spiegavano le loro origini, in parte, in termini decisamente confuciani. Sia i Registri degli Antichi che le Cronache del Giappone si aprono con narrazioni cosmologiche che spiegano le origini del mondo, del Giappone e del popolo giapponese. Un ingrediente degno di nota nelle narrazioni è quello dei “cinque processi”: legno, fuoco, terra, metallo e acqua. Attraverso la combinazione di questi elementi in via processuale, si tentava di comprendere la struttura della realtà e dei suoi mutamenti, a partire da una visione tipicamente riconducibile al confucianesimo Han. 

Dal punto di vista letterario, forse lo scritto di influenza confuciana più evidente del Giappone antico è la cosiddetta “Costituzione in diciassette articoli” (Jūshichijō kenpō) attribuita al principe Shōtoku (573-621). Sebbene questo documento non fosse tanto una costituzione nel senso di un progetto di governo e di organizzazione politica quanto un insieme di massime destinate a servire da standard per la società politica, è chiaramente influenzato dal confucianesimo in ogni sua parte. L’articolo di apertura afferma: “L’armonia deve essere apprezzata”, alludendo a dottrine contenute negli Analetti di Confucio. Nella maggior parte dei restanti articoli, la Costituzione promuove una difesa laica dei principi sociali confuciani, come l’importanza della gerarchia naturale che informa il regno politico e le virtù politiche come la lealtà, l’obbedienza, il decoro rituale, l’imparzialità, la diligenza, l’affidabilità, la moderazione e la mentalità pubblica. L’affermazione di questi concetti riflette la misura in cui anche in una fase iniziale dello sviluppo politico le nozioni confuciane erano privilegiate al centro del discorso politico ufficiale. Anche la nomenclatura politica utilizzata nell’antico Giappone, compreso il termine tennō (imperatore) derivava, almeno in parte, da una serie di testi confuciani. In larga misura, Confucio e i confuciani successivi erano insegnanti che enfatizzavano l’importanza dell’apprendimento sia come fonte di piacere che come mezzo per l’auto coltivazione e persino per la perfezione sotto forma di saggezza. Dato l’orientamento politico del confucianesimo, non deve sorprendere che lo studio e l’apprendimento siano stati considerati i prerequisiti per governare correttamente il regno e portare la pace nel mondo. Un’altra istituzione degna di nota di chiara derivazione confuciana fu la daigakuryō, o accademia imperiale, creata per l’educazione dei principi imperiali e degli aristocratici che probabilmente sarebbero stati coinvolti nel servizio governativo. L’antico Giappone non seguì mai la pratica cinese di selezionare i burocrati tramite esami di servizio civile basati sull’apprendimento confuciano e sulle sue applicazioni pratiche. Tuttavia, patrocinando il daigakuryō e una serie di scuole provinciali modellate sul modello articolato nel Libro dei Riti confuciano, il Giappone antico istituì un sistema educativo d’élite incentrato in gran parte sullo studio dei testi confuciani e dei valori socio-politici in essi avanzati. 

In epoca medievale, dopo la Guerra di Genpei (1180-1185), a Kamakura si instaurò un regime di samurai. Dal punto di vista religioso e filosofico, il regime di Kamakura promosse lo sviluppo del Buddhismo, e in particolare quello della setta Zen Rinzai, a discapito del pensiero confuciano. In particolare, l’etica “diplomatica” ed elitaria di derivazione confuciana mal si conciliavano all’etica guerriera e al costante periodo bellico di epoca medievale. Gli sconvolgimenti del periodo medievale videro quindi una relativa eclissi del confucianesimo che venne avvolto, nel migliore dei casi, da un nuovo ordine culturale sincretico, tipicamente dominato da una forma di Buddhismo o da un’altra, in risposta alle sofferenze sociali e personali dell’epoca. 

Il Confucianesimo e il Buddhismo, come abbiamo potuto osservare in un precedente articolo, sono sempre stati strettamente correlati nel corso della storia giapponese. Per secoli, gli insegnamenti dei filosofi Song rimasero oggetto di studio per lo più all’interno dei monasteri Zen, senza raggiungere un’esistenza indipendente o un’integrità filosofica al di fuori dello Zen. Questo non dovrebbe sorprendere, dato che filosofi neoconfuciani come Zhu Xi avevano sviluppato il loro pensiero confuciano dopo aver studiato e praticato il Buddhismo Chan. Mentre Zhu Xi arrivò a criticare il Buddhismo, altri neoconfuciani non lo vedevano come necessariamente antitetico al Confucianesimo o al Neoconfucianesimo. Alla fine, però, non si può negare il fatto che molti neoconfuciani divennero più feroci critici del Buddhismo che concorrenti tolleranti. 

Alcune delle prime indicazioni di uno sforzo per stabilire l’apprendimento neoconfuciano come ramo indipendente di studio e pratica possono essere viste nei regni dell’imperatore Hanazono (1308-1318) e di Godaigo (1318-1339). La sfortunata Restaurazione Kenmu di Godaigo, un tentativo di ripristinare il pieno potere politico alla linea imperiale, si basava in parte sulla sua comprensione dell’autorità imperiale definita dai testi neoconfuciani. Inoltre, durante il periodo Ashikaga, alcuni monaci Zen Rinzai tornarono dagli studi in Cina sostenendo forme di apprendimento neo-confuciane per gli shogun. All’inizio del XV secolo, lo shogunato Ashikaga istituì l’Accademia Ashikaga, dove presumibilmente studiarono diverse migliaia di studenti di insegnamenti neoconfuciani. Tuttavia, anche in questo caso gli studenti erano tutti monaci Zen. Nel XVI secolo invece le decorazioni del castello di Azuchi di Oda Nobunaga (1534-1582), con dipinti raffiguranti Confucio e una serie di figure di saggi confuciani, testimoniano un cambio di rotta e l’importanza attribuita al confucianesimo per il pensiero di Nobunaga, che favorì il ritorno al pensiero confuciano in vista della prassi di governo in un paese ormai unificato e a contrasto del potere del clero buddhista. 

Nel complesso, il confucianesimo giapponese dal XVII all’inizio del XIX secolo si occupa principalmente di una questione filosofica, ma dai pesanti risvolti religiosi, ovvero definire filosoficamente l’integrità del linguaggio, del significato e della verità discorsiva. Questa riaffermazione non banale nasceva in opposizione alla visione buddhista del linguaggio che, nonostante la miriade di sutra e del canone buddhista, era piuttosto negativa. Secondo questi critici confuciani, i buddhisti ritenevano che il linguaggio ordinario mancasse del significato ultimo e della capacità di trasmettere la verità assoluta. Piuttosto che ricche di significati, i buddisti insistevano sul fatto che le parole dovevano essere considerate intrinsecamente vuote. Se intese erroneamente come portatrici di un significato sostanziale, diventavano fonte di profondi errori. Forse la caratteristica unificante del filosofeggiare confuciano nel primo periodo moderno era l’idea che le parole avessero un’importanza cruciale come veicoli di significati sostanziali. Inoltre, le parole e il loro corretto utilizzo erano ritenute dai confuciani assolutamente essenziali per la comprensione di sé, la coltivazione di sé e, al livello più alto, per governare il regno e portare pace e prosperità al mondo. In questo senso, la filosofia confuciana giapponese può essere vista come una filosofia del linguaggio dell’Asia orientale impegnata nella ricerca del giusto significato. Questo “giusto significato” era considerato fondamentale per qualsiasi tentativo di risolvere i problemi filosofici. 

Questa polemica antibuddhista è stata di grande importanza perché ha posto le basi teoriche per l’assimilazione concettuale dell’apprendimento filosofico occidentale durante il periodo Meiji (1868-1912). Inoltre, la filosofia confuciana giapponese moderna emerse in gran parte in opposizione alla religione occidentale del cristianesimo e a tutto ciò che vi era associato, compresa la minaccia di una possibile dominazione. Sebbene questo sia stato vero per tutto il periodo Tokugawa e anche nel Meiji, non è più evidente che in un’opera della prima età Tokugawa, l’Etica (Irinshō) di Matsunaga Sekigo. Scrivendo poco dopo la brutale sconfitta della ribellione di Shimabara, di matrice cristiana, del 1637-38, Sekigo si propose di combattere quella che considerava una pericolosa setta straniera che avrebbe potuto significare la rovina della politica giapponese. A differenza dei precedenti dibattiti contro i cristiani portati avanti da studiosi buddhisti su basi strettamente metafisiche e teologiche, Seikigo mirava a dimostrare la superiorità del confucianesimo come filosofia universale, a suo avviso, eppure distintamente asiatica e giapponese nelle sue radici culturali. In modo simile, alla fine del periodo Meiji, Inoue Tetsujirō, il primo professore di Filosofia all’Università imperiale di Tokyo, formatosi in Germania sulla base della filosofia hegeliana, definì il confucianesimo giapponese come la prima filosofia del Giappone, ma fu anche uno dei critici più espliciti e veementi del cristianesimo come sistema di pensiero intrinsecamente sbagliato e del tutto inappropriato per i giapponesi. Per gran parte della sua storia, il confucianesimo giapponese si è quindi implicitamente, se non esplicitamente, opposto al cristianesimo e alle sue premesse teoriche. 

Un’importante eredità della filosofia confuciana nella storia moderna del Giappone deriva dalla comprensione confuciana della filosofia della storia. Piuttosto che ipotizzare che la storia progredisse verso livelli sempre migliori, i confuciani tendevano a vedere gli ideali nel passato. Pertanto, spesso sostenevano il ritorno a una presunta età dell’oro come mezzo per migliorare le condizioni del presente. Confucio stesso, pur essendolo nei fatti, aveva negato di essere un innovatore, insistendo sul fatto che cercava solo di trasmettere gli ideali del passato. La trasformazione politica che diede origine al regime imperiale Meiji, almeno per quanto riguarda la sua presentazione filosofica come un ritorno a un modello antico e presumibilmente più ideale, rifletteva dunque un pensiero tipicamente confuciano. Il periodo Meiji, tuttavia, comportò ben presto un profondo allontanamento dai modelli tradizionali verso quelli più distintamente occidentali. Questo fu vero anche per la filosofia, con la conseguente relativa atrofia degli studi confuciani. Tuttavia, è significativo che la maggior parte dei leader Meiji che promossero le idee filosofiche occidentali avessero una formazione in studi confuciani. Nishi Amane (1829-1897), spesso indicato come il padre della filosofia occidentale in Giappone, lesse le opere filosofiche di Ogyū Sorai prima di dedicarsi allo studio delle idee di Auguste Comte e John Stuart Mill. Durante il movimento per i diritti del popolo degli anni Settanta e Ottanta dell’Ottocento, i sostenitori come Nakae Chōmin (1847-1901) spesso presentavano la loro concezione di termini tipici nel discorso filosofico occidentale come libertà, uguaglianza e diritti naturali come derivabile direttamente dal pensiero confuciano. 

Con l’oscillazione verso il conservatorismo e il nazionalismo nel tardo periodo Meiji, voci filosofiche come quella del già citato professer Inoue Tetsujirō sostennero tuttavia non tanto un ritorno fedele al confucianesimo in sé, ma a quella che Inoue chiamava kokumin dōtoku, ovvero “l’etica nazionale”. Questo insieme di insegnamenti si basava in gran parte su virtù confuciane selettive come la lealtà e la pietà filiale. Inoue è anche degno di nota per aver aperto la strada, anche se in modo molto nazionalistico, all’interpretazione degli sviluppi confuciani del primo periodo moderno come movimenti di “filosofia”, utilizzando una parola giapponese di recente conio, tetsugaku. Questa parola giapponese, scelta come glossario per “filosofia”, alludeva, nella letteratura cinese, proprio al Libro della Storia, classico del pensiero confuciano, dove tetsu si riferisce alla “saggezza” (in greco: sophia) manifestata dagli antichi saggi della Cina. In questo senso, lo “studio della saggezza”, il significato letterale di tetsugaku, era una caratterizzazione tanto azzeccata del progetto confuciano quanto di quello occidentale della filosofia. 

Sfortunatamente, il pensiero del kokumin dōtoku non fu al servizio della pace, ma si concretizzò in una pericolosa miscela nazionalistica, imperialistica e militaristica a sostegno delle politiche belliciste giapponesi degli anni ’30 e ’40 del secolo scorso. In particolare, gli ultimi anni di Inoue furono dedicati all’esposizione di una dottrina sistematica del bushidō, in gran parte frutto di elucubrazioni moderne e fortemente ideologiche, in cui si mischiano concetti tipicamente tratti dalle scuole buddhiste zen a tratti tipicamente confuciani. 

Con la sconfitta del Giappone nel 1945, le nozioni confuciane vennero considerate negativamente a causa della loro sfortunata appropriazione da parte di Inoue e di altri filosofi-ideologi del periodo fascista. Essi in effetti avevano manipolato l’etica di base della filosofia confuciana trasformandola in un insegnamento di lealtà allo stato imperiale e di sacrificio di sé per la sua gloria. Molti maestri confuciani, come lo stesso di Yamaga Sokō hanno di conseguenza sofferto di un notevole abbandono nel dopoguerra. È anche vero, però, che a causa della sensazione generale che esso fosse più ideologico che filosofico, il confucianesimo è stato interpretato più spesso semplicemente come “pensiero” (shisō) o “ideologia” (ideorogii), di marca tipicamente “feudale”. In altri paesi, tra cui la Cina contemporanea, gli interpreti stanno riesaminando il confucianesimo come una filosofia viva e di continuo significato, ma gli studiosi giapponesi hanno teso a considerarlo nella seconda metà del Novecento come un artefatto storico, e non una filosofia vitale. Al contrario, i dipartimenti di filosofia della maggior parte delle principali università giapponesi continuano a definire la “filosofia” come filosofia occidentale, trovando relativamente poco spazio per lo studio del Confucianesimo all’interno di questa rubrica. Va comunque detto che il XXI secolo ha tuttavia segnato una ripresa dello studio del Confucianesimo, per lo più sotto il profilo storico e teoretico, senza evitare la problematicità dell’eredità confuciana novecentesca, ma cercando anche di ritrovare in questa linea di pensiero asiatica risorse e temi per il pensiero contemporaneo, come la cura dell’ambiente, ma anche sotto il profilo sociopolitico e spirituale. 

Per concludere, oggi sarebbe probabilmente molto lontano dalla mentalità comune occidentale la definizione di confucianesimo come una “religione” vivente, e in effetti anche in Giappone esso viene piuttosto ascritto alla sfera filosofica. Tuttavia, è innegabile come l’insieme di dottrine che sono state proposte nei secoli come ispirate al pensiero di Confucio abbiano avuto un fondamentale ruolo religioso, spesso influenzando in modo preponderante, mediante dialogo o contrapposizione, il pensiero e le pratiche buddhiste e Shintō, e fornendo basi teoriche per la critica moderna al pensiero occidentale, e in particolare a quello di matrice cristiana.  

Riferimenti bibliografici:  

– Collcutt M., “The Confucian Legacy in Japan,” in G. Rozman (ed). The East Asian Region: Confucian Heritage and Its Modern Adaptation, Princeton University Press, Princeton 1991, pp. 111–154. 

– Nakajima T., “Confucianism in Modern Japan,” in M. Yusa, (ed) The Bloomsbury Research Handbook of Contemporary Japanese Philosophy, Bloomsbury Academic, New York 2017, pp. 43-64. 

– O’Dwyer S., Handbook of Confucianism in Modern Japan. Amsterdam University Press, Amsterdam 2022. 

– Tucker J., “Japanese Confucian Philosophy”, The Stanford Encyclopedia of Philosophy (Winter 2022 Edition), E. N. Zalta & U. Nodelman (eds.), URL = <https://plato.stanford.edu/archives/win2022/entries/japanese-confucian/>. 

– Yao X., An Introduction to Confucianism, Cambridge University Press, Cambridge 2000.

Baricentro – Brevi note su un grande evento da ricordare

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Bari Jodo Vitalis 2023

Dal Regno Unito alla Slovacchia, dalla Finlandia a Malta, passando per la Germania: tutti riuniti qui a Bari che, per un weekend, è stata centro, baricentro, d’Europa.

Sì, perchè il tradizionale seminario di Jodo di primavera del maestro Vitalis ha registrato, quest’anno, un numero di partecipanti certamente esiguo – meno di 20 – ma, fatto davvero singolare, proveniente da ogni parte del vecchio continente.

Terra strana la Puglia, lembo estremo di questo ponte gettato nel Mediterraneo che è l’Italia, avamposto della cristianità in un mare periglioso e, per questo, luogo di passaggio di pellegrini, crociati, mercanti diretti verso Oriente.

Da sempre, questi luoghi sembrano avere esercitato una potente attrattiva sulla gente del nord.

Raccontano questa storia le cattedrali normanne e le fortezze degli Svevi sparse nel territorio assolato.

E ad Otranto, lo scrittore inglese Orace Walpole ambientò il suo celebre romanzo, considerato capostipite del genere gotico.

Non mi sorprende, quindi, la tradizionale predilezione dei praticanti nordici per questo stage che, giunto ormai alla sua diciottesima edizione, è sicuramente, tra i seminari privati di Jodo tuttora attivi, il più vecchio in Italia.

Ma il livello di internazionalità non è stato certo l’unico fattore che ha reso questo evento così eccezionale.

Infatti, la presenza di ben due settimi dan, due sesti e un nutrito numero di quinti ha determinato uno spostamento verso l’alto del livello tecnico della pratica, trasformando a tutti gli effetti il seminario in uno stage per avanzati.

A conferma di questo, il Maestro Vitalis ha deciso, durante la seconda giornata, di affrontare, per la prima volta in Italia, lo studio dei primi Kata della serie Chudan di Koryū.

La presenza, tra gli stranieri, di agonisti di consumata esperienza e dal palmares invidiabile ha reso veramente impietoso il confronto con i pari-grado italiani, confermando purtroppo lo stato di arretratezza del nostro Jodo, una condizione che dura da anni e alla quale sembra che non si riesca a porre rimedio.

In ogni caso, al di là dei dettagli tecnici, davvero tanti, sui quali non mi voglio soffermare, posso dire che da questo evento ho tratto tre importanti spunti di riflessione.

1) Come insegnare

La didattica del Maestro Vitalis è chiara, cristallina: l’arte di trasmettere in modo semplice concetti complessi.

Come dicevo, un seminario fortemente sbilanciato per la tipologia dei partecipanti, ma gestito con grande maestria, in modo che ognuno ricevesse qualcosa.

Per il Maestro, la correttezza della forma è un elemento sicuramente imprescindibile: tuttavia, nel corso di queste due giornate, non sono mancate indicazioni volte a trasformare l’esecuzione del kata in una espressione di combattimento estremamente avanzato.

2) Come imparare

La presenza di praticanti di livello europeo, superato lo sconforto iniziale, mi ha portato a pensare che a volte, forse, può essere quasi più utile vedere all’opera un buon allievo, cioè un esempio raggiungibile, che non un grande maestro: imparare da chi è riuscito a farlo meglio di noi.

3) Come praticare

Dicevo prima, due settimi dan: Andy Watson Sensei e Harry Jones Sensei.

Venuti a Bari come praticanti, non hanno mai fatto pesare il loro sapere: al contrario, lo hanno condiviso con grande generosità, sforzandosi di renderlo accessibile a tutti.

Anche questo un esempio della direzione verso cui andare.


Tuttavia, se possibile, questa è solo una parte della storia.

Perché proprio a Bari, già da tempo, si sta verificando un fenomeno, diciamo così, in controtendenza.

Poche persone, da ogni dove, si ritrovano periodicamente per praticare Jodo insieme: ancora baricentri, quindi, sia pure in scala minore.

Un’idea nata da qualcuno e accolta con entusiasmo da altri.

Nulla di speciale, incontri senza maestri e senza allievi, dove chi sa e ricorda di più mette a disposizione di chi sa o ricorda di meno, anche qui senza fare pesare il proprio sapere.

Perchè gli insegnamenti dei Maestri durante i seminari sono come messaggi in bottiglia, abbandonati tra i flutti nella speranza che qualcuno li faccia propri.

E questo può avvenire solo attraverso la pratica.

“Apri la mente a quel ch’io ti paleso
e fermalvi entro; chè non fa scïenza,
sanza lo ritenere, avere inteso”

(Paradiso, V, 40-42)

                            

Il concetto di Unione

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Cauda nazionale italiana iaido

Che cosa significa unione nella pratica dello Iaido? In che modo possiamo metterlo in pratica, tralasciando per un attimo aspetti più teorici e filosofici?

Questo concetto lo possiamo trovare a diversi livelli e in forme diverse.

Proviamo a pensare alla pura pratica, l’unione dei vari movimenti è qualcosa a cui si dovrebbe tendere. Il vedere ma soprattutto sentire il proprio corpo che si muove tutt’uno con la propria spada è uno degli obiettivi più importanti, man mano che si sale di grado ed è uno dei punti richiesti proprio per superare tali esami (possiamo far rientrare anche il concetto di Ki ken Tai no Ichi, in questo caso).

Ma al di là di superare gli esami, credo possa esser considerata l’essenza dello Iaido, in cui la mente si svuota e il corpo agisce per automatismi cercando di “creare” qualcosa che abbia un senso e che possa esser allo stesso tempo efficace.

Per questo motivo, come già discusso in altri articoli rispetto agli obiettivi da raggiungere, può esser utile spesso cambiare e spezzare il ritmo di un kata, portandolo magari a un ritmo molto più lento o estremamente rapido, o ancora provando ad effettuarlo allo stesso tempo di un Senpai o del Sensei: ciò porta a rompere gli schemi abituali, sia a livello corporeo che mentale, e a trovarsi perturbati da quanto provato. Solo in questo modo si possono imparare nuovi automatismi, possibilmente più corretti e utili all’evoluzione della pratica.

L’unione del movimento la si può trovare anche nel saluto alla spada: ogni gesto deve essere unito a quello precedente, in una consequenzialità fluida, decisa e leggera allo stesso tempo. 

Gli spigoli andranno smussati e si dovrà tenere a mente la forma circolare e continua che ogni gesto dovrebbe avere.

Ora proviamo a cambiare completamente prospettiva e a pensare in quale altro ambito possiamo trovare questo stesso concetto di unione: se pensiamo a un gruppo che lavora insieme, non è sostanzialmente la stessa cosa?

La pratica delle Arti Marziali in generale non può prescindere da una condivisione e da un allenamento in una comunità di persone. Anche trattandosi, come nel nostro caso, di discipline “individuali”, lo sviluppo della qualità e delle qualità personali non può esser fatto in solitaria né tantomeno in un gruppo disfunzionale o in cui non ci si sente a proprio agio.

Per questo motivo far parte di un dojo in cui si instaurano legami significativi e sinceramente volti al miglioramento comune, può essere l’unica via per progredire.

A ciò si aggiungono le innumerevoli occasioni in cui potersi incontrare con gli altri praticanti di tutta Italia e/o Europa. Perché privarsi di tali momenti così carichi di intensità e qualità?

Lo stesso far parte della Nazionale deve esser considerata un’occasione più che preziosa. Il fatto che ci sia una selezione e delle conseguenti competizioni, non significa nulla. Al contrario di quanto molti possano ancora pensare, il fine ultimo non è vincere una medaglia ma crescere insieme. E solo in queste occasioni, confrontandosi con tutti gli altri, che si può raggiungere tale obiettivo (sempre che lo si voglia raggiungere, ovviamente).

Uscire dalla propria nicchia e soprattutto dalle proprie certezze, che altro non sono che un minuscolo punto di vista che può trovare disconferme in ogni momento, fornisce la possibilità di causare quella stessa perturbazione di cui parlavo in precedenza. 

Spesso nella nostra società l’idea di gruppo viene concettualizzata o percepita in modi sbagliati. Tante teorie psicologiche hanno trattato l’argomento, nel corso del tempo. In tutti questi anni, si sono visti tanti gruppi disgregarsi, tante persone che si sono allontanate o hanno definitivamente abbandonato, anche all’interno del nostro Dojo. Ci sono dei cicli, delle fasi e come spiegato anche nell’articolo sugli abbandoni della pratica, le motivazioni sono le più disparate.

Quello che si dovrebbe portare avanti, secondo me, e che aiuta anche nei momenti in cui la motivazione può fisiologicamente diminuire, è l’idea di praticare insieme, di ritrovare compagni e amici in diversi momenti e soprattutto di riconoscersi e vedersi crescere insieme. In questo modo, forse, la volontà di continuare ad allenarsi viene facilitata proprio in conseguenza di una spinta più grande del singolo individuo, che dovrebbe essere aiutato a non rimanere indietro nella Via.

Così come cresce e si sviluppa la capacità di percepire il nostro corpo e la nostra spada, così nei momenti di ri-unione con gli altri, si ritrova il significato e la purezza dello Iaido.

Non so se questo articolo, scritto relativamente di getto, possa alla fine risultare interessante. Nella mia mente risultava stimolante portare l’attenzione su quest’idea di circolarità e continuità che nello specifico caso dello Iaido, si può ritrovare davvero a più livelli, sia che si tratti di puro movimento corporeo, sia nelle relazioni interpersonali che si creano all’interno del Dojo.

Dove ci sono spigoli, rotture e blocchi, non si dovrebbe evitare di affrontarli o capirne il significato: accettare che ci siano e riconoscerli, portandoli ad un livello più esplicito, è già un primo passo. Col tempo e col lavoro, andranno man mano smussati in modo da creare nuove abitudini, sia nel rapporto coi compagni sia nella pura pratica, appunto.