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Mental Coaching – 2 – Gli Obiettivi

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Mental Coaching

Benvenuto nella rubrica di mental coaching: utilizzare la mente per ottenere risultati migliori.
Il mio intento è quello di fornirti alcuni spunti per riuscire a dare il meglio di te negli allenamenti, nelle gare e negli esami di iaido e jodo.

Articoli precedenti:
1 - Introduzione

Il primo passo per lo sviluppo delle abilità mentali è la formulazione e la pianificazione degli obiettivi.

Uno studio condotto diversi anni fa su un campione significativo di persone evidenziò che le persone di successo hanno un comune denominatore: porsi degli obiettivi; pensare a ciò che vogliono e fare qualcosa per ottenerlo.

Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare.

SENECA

È l’obiettivo che ci dà la direzione, ci guida, ci fa capire se il vento ci è favorevole o meno, dà un senso alla nostra fatica e ci motiva a impegnarci sempre più.

E più ti muovi nella direzione dei tuoi obiettivi, più ti senti soddisfatto delle tue capacità. Ogni passo che fai nella direzione dei tuoi obiettivi incrementa la fiducia che puoi raggiungere nel futuro degli obiettivi ancora più grandi.

Che si tratti di arti marziali o di carriera professionale, impostare il proprio lavoro avendo ben chiari gli obiettivi, è uno dei punti essenziali per il successo.

Nella definizione degli obiettivi è importante notare come sia più importante porre l’attenzione sulla prestazione piuttosto che sul risultato. Il passaggio di grado o la vittoria ad una gara non dipendono interamente da noi ma anche dall’arbitraggio o dal livello degli avversari. Arrivare però all’esame o alla gara nella migliore condizione psico-fisica e dare il 100% delle nostre possibilità, dipende dalla qualità e dalla quantità del lavoro svolto e soprattutto da noi stessi.

La vittoria non è qualcosa su cui abbiamo il pieno controllo. E’ giusto sognare la vittoria, ma ciò a cui dobbiamo e possiamo tendere è realizzare la nostra migliore prestazione possibile.

Se ti impegni a dare il massimo, tutto sommato (considerato il mal di pancia, considerati gli imprevisti ed i tuoi rivali), qualsiasi cosa accada tu avrai raggiunto comunque il tuo obiettivo e alla fine potrai essere soddisfatto di te a prescindere dal risultato. Non esiste magia in grado di darti la certezza matematica della vittoria, ma la vera magia è costruirsi la certezza di poter dare sempre il meglio di te.

Gli obiettivi devono essere stimolanti, sfidanti. Devono essere importanti per te. Se ti poni un obiettivo troppo semplice da realizzare, non sarai davvero motivato a fare tutto quel che serve per perseguirlo. Ma devono essere anche misurabili, raggiungibili, realistici e soprattutto hanno bisogno di una scadenza. Darti un limite nel tempo sarà uno stimolo per spingerti all’azione e mantenere alta la concentrazione. Per approfondire questi concetti ti consiglio la lettura dell’articolo di Gabriele Gerbino: porsi degli obiettivi.

In occasione dello stage primaverile di Iaido che si è tenuto a Modena lo scorso week-end ho chiesto ad alcuni partecipanti quali fossero i loro obiettivi e ho ricevuto come risposta: superare l’esame da sesto dan al primo colpo, vincere la medaglia d’oro ai prossimi campionati europei, entrare in Nazionale, essere un bravo insegnante e, ancora, migliorare sempre più.

La parte difficile è capire cosa fare per raggiungere questi obiettivi. Continuare a fare quello che abbiamo sempre fatto potrebbe non bastare.

Per raggiungere qualcosa che non haI mai ottenuto fino ad ora, devi diventare qualcuno che non sei mai stato.

Comincia a pensare a tutte le azioni pratiche che, nel tempo, ti porteranno a raggiungere il tuo obiettivo. In pratica dovrai suddividere il tuo obiettivo a lungo termine in sotto obiettivi che una volta determinati si possono trasformare in azioni ed essere messi in agenda.

Un buon punto di partenza è determinare dove sei. Qual è oggi la tua situazione rispetto all’obiettivo?

Prendiamo per esempio un obiettivo che mi riguarda da vicino. Vuoi superare l’esame da sesto dan? Cosa è richiesto per il sesto dan?

Danielle Borra sensei, scrive:

Il nostro iaido per affrontare questi esami deve essere privo di errori evidenti di grossa portata, deve essere naturale e possedere un buon ritmo, una naturalezza, dignità e bellezza che solo la profondità di pratica possono dare. Deve inoltre contenere i significati intrinseci nel budo e quindi permettere di trasmettere emozioni e Riai.
La pratica costante e continua è il presupposto di base ma non basta. E’ necessario inoltre che la persona abbia il giusto atteggiamento mentale, deve volere veramente arrivare a quel grado e praticare con sincerità.

Serve quindi sicuramente una tecnica corretta. Commettiamo ancora “errori evidenti”? Quali sono i nostri punti critici? Scriviamoli su un foglio (scrivere è fondamentale, ci obbliga a pensare più lentamente e ci dà la possibilità di ragionare con noi stessi) e attribuiamo ad ogni punto una scadenza temporale.

Stesso lavoro va fatto anche per gli altri criteri richiesti per il superamento degli esami e mi riferisco a profondità di pratica, compostezza mentale, metsuke, kihaku, ki ken tai ichi, riai, fukaku, ecc.

Ogni volta che ne abbiamo la possibilità, invece di eseguire le tecniche e i kata con movimenti automatici ormai acquisiti, concentriamoci sui singoli punti che vogliamo migliorare in base alla scadenza che ci siamo dati. Claudio Zanoni sensei, allo stage suddetto, ha ribadito più volte che diamo troppa importanza alla spada. Molto spesso pensiamo unicamente al taglio tralasciando tutto ciò che avviene prima, come il furikaburi (la preparazione al taglio), la postura ed il corretto uso dei piedi. Solo rallentando e facendo attenzione ai nostri punti critici potremo riuscire a migliorarli. E solo dandoci delle scadenze ben precise saremo stimolati a compiere questo tipo di lavoro.

La nostra mente inconscia ha bisogno di un sistema composto da scadenze per ogni compito che ci siamo imposti. Senza questo sistema, si rimandano sempre tutte le cose più importanti, invece quando ti sei posto un obiettivo e hai messo da parte tutte le scuse che ti impedivano di raggiungerlo, è come schiacciare sull’acceleratore della nostra mente inconscia.

Per raggiungere gli obiettivi servirà tanta volontà e motivazione. Molto spesso, osservando altre persone che praticano iaido e jodo, noto la loro bravura e penso a come sarebbe bello se anche io raggiungessi il loro livello. Fin quando questo pensiero è incentrato su un grado più alto, c’è sempre la naturale scusa che quella persona ha più anni di pratica di me e pertanto è normale che sia più bravo. Quando però vedo altri del mio stesso grado o addirittura di un grado inferiore allora tutto cambia.

Cosa fa quella persona di diverso da quello che faccio io? Qual è la qualità che mi manca? Come faccio ad ottenerla?

Il raggiungimento di quella qualità potrebbe essere un nostro obiettivo. Non c’è nulla che non si possa raggiungere, se abbiamo impegno, disciplina e tanta motivazione.

Ma di questo, che pure è molto importante per tutti noi, ne parleremo la prossima volta.

Budo Jisho – 06 – Dojo

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budo jisho

Budo Jisho – Le parole Giapponesi che usiamo nelle arti marziali.

Puntata 06: Dojo, il luogo della Via.

Con la parola dōjō si intende lo spazio fisico in cui si praticano arti marziali. Questo termine, che proviene dalla tradizione buddhista cinese, indicava in origine il luogo in cui il Buddha raggiunse il risveglio interiore e pertanto era riferito alle stanze della pratica religiosa nei templi buddhisti. Durante il periodo Edo, fu mutuato dall’ambiente militare che praticava il bujutsu ed era fortemente impregnato dalla filosofia Zen, e così arrivò alle arti marziali dov’è tutt’ora utilizzato. Infatti questa parola sottolinea l’aspetto spirituale della pratica e la profondità del rapporto del praticante con la disciplina, suggerendo l’idea di un luogo di isolamento e meditazione.

Buona visione e non dimenticate gli approfondimenti nel pdf che trovate in fondo a questo articolo.

Ed ecco il PDF di approfondimento: Dojo.

Per una consultazione più agevole, scarica il pdf tramite il bottone qui sotto.

El Clasico Seminar – Budapest 2023

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el clasico seminar

El Clasico. Per gli amanti del calcio questa espressione evoca il ricordo di innumerevoli scontri emozionanti tra i due più forti club spagnoli: Barcellona e Real Madrid. Queste due squadre sono da sempre in vetta alle classifiche europee e le loro partite sono spesso occasione di grande spettacolo.

Noi iaidoka non siamo certo abituati a riempire i palazzetti o gli stadi, ma non per questo siamo poveri di sfide emozionanti. Una in particolare e’ stata protagonista degli EIC per più di 10 anni: C. Zanoni (ITA) vs. A. Watson (ENG).

Data questa premessa, non sorprende che gli organizzatori di un seminario guidato da questi due maestri abbiano scelto proprio il “El Clasico” come titolo per questo allenamento.

Quando ho saputo che gli amici di Kiryoku Budapest e HiraBu dojo avevano organizzato questo seminario a Budapest, non ho potuto resistere: ho prenotato immediatamente i biglietti aerei. Finora, ho partecipato a numerosi seminari tenuti da Claudio sensei, ma non ho mai avuto l’opportunità di partecipare a un seminario tenuto da Andy sensei. Avere a disposizione per un intero weekend i consigli di due maestri di tale caratura era sicuramente un’occasione da cogliere al volo.

Nonostante il seminario ufficiale fosse programmato per iniziare il sabato 29 aprile, il venerdì 28 è stato dedicato a un allenamento di Muso Shinden Ryu. Sin da questo primo allenamento, è stato evidente l’approccio che i sensei volevano dare all’intero seminario: l’allenamento libero avrebbe avuto il ruolo principale, consentendo agli studenti di studiare e praticare i singoli kata al proprio ritmo, concentrandosi successivamente su uno o due punti specifici sottolineati dai maestri.

Il giorno successivo, il seminario ha ufficialmente preso il via. Dopo un riscaldamento iniziale con i 12 kata ZNKR, siamo stati subito incoraggiati a praticare i singoli kata in autonomia, come avevamo fatto il giorno precedente. Dal momento che molti partecipanti si stavano preparando per importanti esami di grado (quarto, quinto o sesto dan), molte delle correzioni fornite tenevano conto di aspetti legati agli shinsa. È sempre affascinante vedere come un kata “corretto” per un certo livello spesso non sia più adeguato per il livello successivo. In pratica, non possiamo mai permetterci di rilassarci completamente. 🙂

Un aspetto estremamente importante su cui i maestri hanno insistito più volte è che, per apportare cambiamenti concreti nei nostri kata (che spesso pratichiamo in modo simile per mesi o addirittura anni, commettendo sempre gli stessi errori), dobbiamo preferire una pratica lenta e consapevole. Questo concetto è alla base di un “metodo” di studio di cui Andy sensei ha parlato nella sua recente intervista per il blog: Control & Calibration. Questo metodo consiste nel studiare i kata il più lentamente possibile, prestare attenzione alla “meccanica” del nostro corpo per capire esattamente cosa deve accadere per eseguire una determinata tecnica in modo efficace, o per capire perché non siamo in grado di farlo.

Questo concetto, a mio avviso, è estremamente importante non solo per risolvere problemi specifici nella nostra pratica, ma anche per imparare a studiare in modo autonomo. Soprattutto noi praticanti di gradi più bassi, siamo abituati ad avere sempre insegnanti presenti in dojo che ci correggono o guidano l’allenamento. Lo stesso accade nei vari seminari, specialmente quelli più strutturati, dove la pratica è spesso scandita in modo “rigido” (anche per questioni logistiche). Nel caso di El Clasico, i sensei hanno dato spazio ai partecipanti per imparare ad ascoltare il proprio corpo e sperimentare la pratica attiva.

Tra le varie tecniche, abbiamo cercato di applicare questo concetto allo studio del nukiuchi di Morotezuki (video). Personalmente, questa è un’area molto problematica per me, dato che da mesi sto cercando di perfezionarla senza riuscire mai a far svanire l’espressione di disappunto dai volti dei Sensei Claudio, Danielle o Marilena ogni volta che la eseguo…

A metà seminario e subito dopo una pausa pranzo a base di pizza (aiuto!), i partecipanti che si stavano preparando per un esame imminente hanno affrontato una prova d’esame, che è stata poi commentata dai maestri al fine di evidenziare i punti più importanti su cui lavorare per raggiungere il livello successivo (tra poco più di un anno toccherà anche a me affrontare l’esame per il quarto dan, quindi questa simulazione e la relativa “analisi” sono state estremamente utili anche per me).

Alla fine del seminario, i maestri ci hanno regalato un ultimo momento emozionante attraverso un embu. Una volta concluso, sono sicuro che tutti i partecipanti hanno pensato: “Questo è veramente El Clasico!” 🙂

Arigatou gozaimashita, Claudio sensei e Andy sensei, per averci offerto un’esperienza indimenticabile e per averci trasmesso la vostra esperienza e la vostra passione!

P.S. Mentirei se dicessi che questo seminario è stato solo fatica e brillanti spunti tecnici. Non sono mancati i momenti di convivialità, le risate, la palinka (molta palinka) e gli spagetti. 😀

Inculturazione e adattamento: il Buddhismo in Giappone

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Buddhismo in Giappone

Per poter parlare, pur superficialmente, del Buddhismo in Giappone occorrerebbe ripercorrere almeno gli ultimi mille anni di storia giapponese, e questo va ben oltre alle finalità di questa rubrica e alle possibilità di chi scrive. Tuttavia con questo contributo vorrei semplicemente presentare alcuni punti importanti per comprendere meglio la diffusione e lo sviluppo di questo fenomeno religioso nel contesto giapponese, per poi presentare brevemente i suoi esiti dal periodo Meiji fino ai giorni nostri, immaginando che questo possa forse essere di maggiore interesse per chi oggi legge queste pagine. 

Il Buddhismo viene introdotto in Giappone dal continente nel VI secolo tramite i contatti con le culture cinese e coreana. Le cronache che trattano l’argomento della penetrazione buddhista nell’arcipelago giapponese, come la Nihon Shoki, sono state composte più di duecento anni dopo i fatti e presentano caratteri piuttosto idealizzati sulle effettive dinamiche di inculturazione, mostrando una ricezione non problematica da parte della famiglia reale allora dominante.  

Oggi è ampiamente riconosciuto che i primi resoconti sull’arrivo del Buddhismo in Giappone includono reinterpretazioni sostanziali e creative, e persino vere e proprie falsificazioni.  I gruppi di immigrati residenti che provenivano dalla penisola coreana e famiglie nobiliari influenti come i Soga dovevano quasi certamente essere più decisivi nella promulgazione del Buddhismo rispetto alla della casa reale.  

Nei due secoli successivi questi attori continuarono a svolgere un ruolo centrale nella stabilizzazione e nella progressiva accettazione delle dottrine buddhiste su suolo nipponico. In particolare, è nel VIII secolo che il fenomeno comincia effettivamente ad assumere le caratteristiche di una religione di massa, e viene al contempo strettamente regolamentato dal governo, specie per quanto riguarda le regole della vita monastica maschile e femminile. Inoltre proprio nella prima metà dell’VIII secolo l’imperatore Shōmu promuove la costruzione di una rete ufficiale di templi buddhisti, incrementando la rilevanza anche politica del suo clero.  

Nel periodo Heian, IX-XII secolo, si assiste ad una progressiva influenza delle dottrine continentali di carattere confuciano sul Buddhismo giapponese, che ne determina anche una forte spinta patriarcale, di fatto portando all’eliminazione delle componenti monastiche femminili e legando quindi le cariche rappresentative del Buddhismo al solo elemento maschile. A questo periodo risale anche la prima reale codificazione dottrinale interna, con l’emersione di scuole di pensiero dai connotati esoterici che troveranno grande fortuna fino ai giorni nostri, come le tradizioni Tendai e Shingon, e, dal X secolo in poi, il cosiddetto Buddhismo della Terra Pura si diffuse a tutti i livelli della società, promuovendo la possibilità della salvezza personale dalle dimensioni infernali e dal ciclo delle rinascite mediante la pura recitazione di peculiari mantra. In particolare nel periodo Kamakura (1185-1333) si ebbero le maggiori innovazioni, attraverso diverse forme di risveglio e rinnovamento dottrinale, che portarono alla nascita di alcune delle tradizioni più importanti sino ai giorni nostri. Specialmente all’interno della scuola esoterica Tendai sorsero infatti diverse personalità innovative, come quelle di Eisai e di Dōgen, fondatori delle scuole Zen Rinzai e Soto. Occorre poi menzionare almeno Hōnen (1133-1212), Shinran (1173-1263) e Nichiren (1222-1282), oggi venerati come i fondatori delle scuole della Terra Pura, della Vera Terra Pura e del Loto, i quali sostenevano che le loro particolari versioni del Buddhismo fossero le sole veramente efficaci. Questa retorica esclusivista era naturalmente giudicata offensiva per l’establishment e per gli altri gruppi buddhisti, per cui non sorprende che tutti e tre i maestri esclusivisti abbiano subito persecuzioni da parte delle istituzioni religiose stabilite e del governo. In particolare secondo queste dottrine, la recita sincera di formule come “Namu Amida Butsu” o “Namu Yoho Renge Kyo” avrebbero assicurato la salvezza delle persone senza ulteriori pratiche ascetiche o rituali complessi tipici di altre correnti. 

Anche se il governo militare di Kamakura unificò il paese e vinse le battaglie contro le due invasioni mongole del 1274 e del 1281, nel secolo successivo iniziò il declino e il crollo. Ancora una volta il Giappone si trovò nel caos e conobbe grandi disordini politici e sociali con numerose guerre civili. La gente comune era perplessa e a disagio. Come naturale conseguenza, la gente fu costretta a cercare conforto affidandosi alla religione. Il culto di Avalokiteshvara (Kannon), il Bodhisattva della Compassione Infinita, fiorì tra la gente e in questo periodo si rafforzò anche dottrinalmente il legame tra i culti tradizionali e il Buddhismo. Quando il nuovo governo militare fu istituito da Ashikaga Takauji nel 1336, il Giappone fu nuovamente unificato. Vennero costruiti altri templi e monasteri grazie al patrocinio del governo o alle donazioni del popolo. Anche la cultura buddhista ebbe un forte sviluppo in questo periodo. L’introduzione della pittura, della calligrafia, della cerimonia del tè, della composizione floreale e del giardinaggio da parte dei monaci cinesi influenzò notevolmente la formazione di raffinatezze nella cultura giapponese che hanno continuato a svilupparsi fino ai giorni nostri. 

Tuttavia, nonostante l’efflorescenza culturale del periodo Muromachi, verso la fine del XV secolo secolo, le condizioni politiche si deteriorarono notevolmente. L’epica guerra di Ōnin (1467-1477) segnò il disfacimento del dominio Ashikaga e alterò radicalmente la religione e la società giapponese. Gli sconvolgimenti e le distruzioni diffuse destabilizzarono gravemente i vecchi modelli religiosi e fece spazio alla fioritura di nuovi movimenti, facilitando lo sviluppo di nuove reti e strutture sociali. In questo periodo, il movimento della Vera Terra Pura si impose tra le altre correnti buddhiste. 

Quando Oda Nobunaga rovesciò il governo militare di Ashikaga nel 1573, invece, soppresse attivamente tutte le istituzioni buddhiste perché temeva l’aumento del potere dei principali templi e monasteri che si erano schierati con i suoi nemici. Non a caso favorì il nuovo culto straniero del Cristianesimo, naturalmente solo per ragioni puramente politiche. Dopo la morte di Nobunaga, anche Toyotomi Hideyoshi soppresse le istituzioni buddhiste con l’idea di ricondurre la sfera che potremmo definire religiosa completamente sotto il dominio secolare. Con la resa delle istituzioni buddiste al potere secolare di Nobunaga e Hideyoshi, anche l’arte buddista cadde gradualmente in disuso e fu sostituita da modelli secolari. 

Una nuova fase si ebbe quando Tokugawa Ieyasu istituì lo shogunato nel 1603 a Edo (l’attuale Tokyo), vietando ai giapponesi di lasciare il paese e agli stranieri di entrare, con poche eccezioni. Durante questa fase di chiusura il Buddhismo perse progressivamente di importanza, e anche se i templi e i monasteri distrutti da Nobunaga e Hideyoshi furono restaurati da Ieyasu, lo furono come edifici relativamente modesti e non fortificati.. Queste misure furono intraprese sia per indebolire e controllare il potere delle istituzioni buddiste, ormai del tutto dipendenti dal potere secolare, e allo stesso tempo sopprimere i restanti focolai cristiani. Durante questo periodo, fortemente influenzato dal confucianesimo, tutti i templi divennero uffici anagrafici in cui nascite, matrimoni, morti e funerali di una data zona dovevano essere registrati presso il sacerdote responsabile ed erano quindi di fatto ridotti a istituzioni burocratiche atte al controllo e al disciplinamento della popolazione. 

Sarà la seconda metà del XIX secolo, sotto la crescente pressione da parte delle potenze occidentali in vista dell’apertura del Giappone agli scambi a determinare una nuova fondamentale fase della vita religiosa giapponese, a cui anche il Buddhismo non si sottrasse. 

L’Epoca Meiji, con la sua modernizzazione a tappe forzate non poté che impattare notevolmente sul rapporto del governo e della società con i culti tradizionali, e quindi anche con la presenza buddhista. Gli ideologi nazionalisti avevano un posto di rilievo nel primo governo Meiji e hanno contribuito a dare il via a una serie di politiche che portarono a cambiamenti religiosi sconvolgenti negli anni ’60 e ’70 del XIX secolo. In primo luogo, il nuovo governo sottrasse ai templi buddhisti le funzioni burocratiche del periodo Edo, ponendo fine al sistema alla connivenza tra governo e clero buddhista. Questo ridimensionamento fu figlio della nuova politica nazionalista che intendeva riproporre lo Shinto come nucleo identitario della nuova potenza imperiale. Infine, il governo ordinò che il Buddhismo e lo Shintō si escludessero a vicenda, relegando il Buddhismo alla sfera del religioso e lo Shintō alla morale civica. Nel 1868 il governo emise editti noti come “ordini sulla separazione di kami e Buddha”, che di fatto ponevano fine a quel sincretismo tipicamente giapponese ormai consolidato da secoli. In molti casi, l’applicazione di queste politiche fu profondamente traumatica per le popolazioni rurali. Le divinità con identità ambivalenti dovevano essere trasformate in Buddha o in kami, perché non potevano più essere entrambe. I templi buddhisti e i santuari Shintō dovevano essere fisicamente separati. In questo periodo i Buddhisti ordinati non potevano più amministrare o servire nei santuari Shintō, e le immagini, i testi e gli strumenti rituali buddhisti dovevano essere rimossi. Sulla scia di altri editti, sia i templi che i santuari divennero soggetti a riforme fondiarie ed espropri anche molto pesanti. 

Come conseguenza degli editti di separazione e delle politiche correlate, molti templi e santuari più piccoli, soprattutto quelli che non avevano sacerdoti residenti, furono accorpati ad altre istituzioni o semplicemente chiusi per sempre. 

La laicizzazione era dilagante e i templi venivano rasi al suolo, soprattutto nelle aree in cui il sentimento anti-buddista era alto. In tutto il Giappone, molte icone e strumenti rituali furono distrutti, mentre altri furono rubati o venduti. Questi iniziarono ad entrare così nel mercato dell’antiquariato e poi dell’arte, uno sviluppo che ha contributo all’inclusione della cultura materiale buddista nell’attuale mercato dell’arte. 

Durante il periodo in cui venivano applicati gli editti di separazione, il governo ha approvato anche leggi sul comportamento monastico e sull’osservanza delle regole. In particolare, i chierici erano ora liberi di mangiare carne, di sposarsi e di farsi crescere i capelli; era inoltre permesso loro di indossare abiti normali e laici quando non erano impegnati in rituali o altre attività specializzate. Queste norme, scandalose per molti al tempo, sono oggi largamente diffuse in Giappone, così come il matrimonio clericale per gli uomini ordinati. Oggi, poi, molti templi funzionano in parte come aziende familiari, in cui la posizione di sacerdote (o capo sacerdote) viene tramandata da padre a figlio. 

Durante i primi anni del periodo Meiji, molte denominazioni buddhiste dovettero adattare anche il loro stile di insegnamento a modelli occidentali, per cui si fondarono dei collegi o si convertirono i vecchi seminari in nuove università su modello europeo. Queste istituzioni hanno avuto un grande successo e continuano a fiorire oggi, offrendo programmi di laurea e di specializzazione, oltre a una formazione specializzata per i chierici. La presenza di queste istituzioni ha consentito anche una notevole fioritura degli studi sul Buddhismo in tempi più recenti, esercitando un ruolo culturale oggi riconosciuto a livello internazionale. 

Nonostante negli anni ’30 e ’40 del secolo scorso, come ogni altra sfera della cultura giapponese, anche il pensiero e la pratica buddhisti fossero profondamente influenzati dalle retoriche fasciste, la fine della Seconda Guerra Mondiale ha portato un cambiamento epocale. La libertà di religione fu sancita nella Costituzione del dopoguerra, e la pace divenne un valore cardinale per la maggior parte delle organizzazioni religiose. Nel Secondo Dopoguerra la società giapponese ha separato nettamente la vita dello stato dalle attività religiose, e nonostante le pratiche buddhiste convivano spesso accanto a rituali di origine Shintō o anche cristiani, mantengono per una buona parte della popolazione ancora una loro importanza, specialmente nel settore funebre. 

Il monachesimo buddhista, seppure non sia paragonabile alle sue espressioni più antiche, sopravvive in Giappone come un’alternativa alla vita contemporanea standard, sia per le donne che per gli uomini. 

Inoltre, nuovi movimenti religiosi che attingono alle credenze e alle pratiche buddiste continuano ad emergere. Nel periodo postbellico, in particolare, sono proliferati nuovi gruppi e correnti settarie (shinshinshūkyō). Questi movimenti hanno hanno guadagnato terreno tra i diseredati e le persone turbate dai cambiamenti socioeconomici, e sono spesso caratterizzati da un’organizzazione congregazionalista, da una partecipazione laica e da fondatori carismatici, dottrinalmente eclettici. Queste nuove correnti buddhiste di successo includono i movimenti laici Reiyūkai e Sōka Gakkai, entrambi nati dalla Scuola del Loto. Fondata nel 1930, la Sōka Gakkai è probabilmente il più famoso dei nuovi movimenti religiosi giapponesi, anche a livello internazionale. Sebbene rimanga controverso in Giappone a causa della sua reputazione di proselitismo pesante e il coinvolgimento nella politica, ha avuto un enorme successo missionario in Occidente sotto l’egida della Sōka Gakkai International (SGI). Insieme alla conversione, all’emigrazione e alla globalizzazione, l’innovazione e l’adattabilità hanno anche alimentato la crescente presenza di forme di Buddhismo storicamente giapponesi in tutto il mondo. Le comunità etniche giapponesi fioriscono alle Hawaii, in Brasile e in Nord America. America, e correnti buddhiste di origine giapponese hanno messo radici in tutte queste regioni. Lo Zen e, in misura minore, la Terra Pura e i nuovi movimenti religiosi, hanno raccolto molti convertiti anche nei paesi occidentali. In un processo di adattamento che ben si adatta alle dinamiche tipiche delle religioni su suolo nipponico. 

Riferimenti bibliografici: 

– Blair H., Buddhism in Japanese History, in M. Poceski (ed), The Wiley Blackwell Companion to East and Inner Asian Buddhism, John Wiley & Sons, Hoboken (NJ) 2014, 84-103. 

– Matsunami K. (ed), A Guide to Japanese Buddhism, Japan Buddhist Federation, Tokyo 2004, 1-21. 

– Reader I., Religion in Contemporary Japan, Macmillan, London 1991, 77-106.