Conobbi il maestro Nakano nel 2002, al seminario di iaido e kendo a Sportilia, per sostenere l’esame di primo dan.

Da allora ho frequentato diversi seminari, sia a Sportilia per gli esami, sia in altre occasioni, in cui il maestro faceva parte della delegazione giapponese della Zen Ken Ren che conduceva i seminari.

Dal primo seminario, quindi nel 2002, il maestro ha sempre avuto verso di me un riguardo particolare che si esprimeva con il monitoraggio costante della mia pratica – a quei tempi direi permeata da un certo tipo di aggressività che derivava dal Karate – e si stabilì, anche se a distanza, vuoi per la lingua vuoi per i rapporti gerarchici in essere (passatemi il termine), un rapporto per me, egoisticamente, molto proficuo.

Ricordo infatti che nel primo seminario che ho seguito il maestro mi aveva indicato come esempio verso gli altri primi kyu per evidenziare come dal mio atteggiamento nella pratica, anche nel cammino per giungere nell’area di esame, si percepisse l’atteggiamento di un uomo che si disponeva spiritualmente e materialmente ad un combattimento. La frase più o meno era stata “Lui è uomo che va a fare duello, voi no”.

Poi in uno degli intervalli il maestro, tramite l’interprete, mi fece diverse domande sulla mia pratica/studio delle arti marziali e, ricevute le risposte, meravigliandosi della mia limitatissima pratica nello Iaido (2-3 ore la settimana per poco più di un anno) mi disse di continuare a studiare e di cercare di ridurre il più possibile la violenza nella mia pratica. Questa per me non era una cosa nuova: già altri maestri me lo avevano raccomandato nello studio del Karate.

Nakano Sensei

Questa mia prima esperienza con il maestro fu fortemente positiva ma, se possibile, l’anno dopo per l’esame di secondo dan e nei successivi, fu ancora più coinvolgente ed appagante, in quanto il maestro ogni volta approfondiva diversamente alcuni argomenti e si dichiarava soddisfatto della mia pratica per il livello che avevo. Era incredibile come si ricordasse di me, incontrandomi al massimo una volta l’anno. In seguito lo incontrai in diversi altri seminari nel corso degli anni; l’ultima volta che lo vidi fu forse nel 2014 o 2015. Se insegnava al gruppo di cui facevo parte percepivo costantemente la sua osservazione della mia pratica, e l’ultima volta che riuscii a scambiare qualche parola con lui mi disse che era contento di vedere che continuavo lo studio dello Iaido, e di perseverare anche in caso di insuccessi o altri tipi di avversità, insegnamento che sento di aver applicato.

Al di là della narrazione di questa mia esperienza, apprendere che una persona che si è conosciuta, stimata e rispettata come maestro di arti marziali è mancata è senz’altro triste, ma questo fa parte della vita e dell’ordine naturale delle cose e deve essere accettato. Importante è invece ricordare il maestro ed i suoi insegnamenti, cercando di applicarli e di mantenerli nei piccoli spazi della mente, utilizzandoli nei momenti opportuni.

Ma io non potrò mai dimenticare, con orgoglio, che praticamente all’inizio del mio studio dello Iaido il maestro mi fece l’onore di chiamarmi “spadaccino”.

Silvio D’Iorio

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