Il Kata del Giudizio
di Stefano Banti
Esiste un “Otagai ni rei” fra tre persone, ciascuno al vertice di un triangolo immaginario; esiste un momento giusto, e solo quello, per fare ogni cosa: iniziare a muoversi verso la propria postazione, sedersi, alzarsi, dare i comandi, sollevare la bandierina; esiste una distanza giusta, e solo quella, per disporre le bandierine sul proprio tavolo; esiste un modo giusto, e solo quello, per ripiegare le bandierine, la bianca dentro la rossa, in modo che la seconda nasconda completamente la prima….
Succede così che, di fronte a due contendenti impegnati a combattere contro il proprio Kaso-teki cercando, in una manciata di minuti, di dimostrare al meglio tecnica, atteggiamento mentale e profondità di pratica, i tre arbitri chiamati a decidere chi vince e chi perde eseguono il loro kata del giudizio con pari ricerca della perfezione.
Scopri allora quante analogie ci siano in questo gioco delle parti, dove, alla fine, i ruoli si fondono e chi giudica verrà a sua volta giudicato.
Il taglio deve essere eseguito in modo rapido e deciso, la bandierina deve essere alzata senza esitazione; nel grande Chiburi il Kissaki deve essere a 45°, il braccio dell’arbitro deve essere alzato obliquamente a 45° per esprimere il verdetto; bisogna volgere il proprio sguardo verso l’avversario prima di effettuare il taglio, lo Shushin deve guardare le bandierine alzate dai due Fukushin prima di annunciare lo Shōbu ari….
Ma, al di là dell’aspetto tecnico, è anche indispensabile un bilanciamento di energia, perché se nello Shiaijō i due contendenti devono gareggiare mettendo la propria vita in gioco, analogo atteggiamento deve essere espresso dagli arbitri, seduti con la schiena dritta, con quell’ Enzan no Metsuke – lo sguardo di chi osserva una montagna lontana – che li renda capaci di vedere, per potere giudicare, ciò che sta dentro e ciò che sta fuori.
Se è quindi vero l’aforisma “insegna ciò che vuoi imparare veramente”, perché è solo così, scomponendo in fattori primi ciò che si sa per renderlo comprensibile ad altri, che si può raggiungere una comprensione profonda di meccanismi ormai super-appresi, è allora altrettanto vero che solo valutando il lavoro fatto da altri si potrà sperare di diventare migliori praticanti ed anche insegnanti più consapevoli.
A ciascuno, quindi, i propri kata: quelli di chi combatte, quello di chi giudica.
Stefano Banti
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