Commento ad Hagakure II,39

“Nella regione di Kamigata, quando vanno a contemplare i fiori di ciliegio, le persone portano con sé dei cestini per il pranzo intrecciati. Questi vengono utilizzati per un solo giorno, e dopo che hanno servito al loro scopo, le persone se ne liberano calpestandoli. È davvero un concetto fondamentale. La fine è importante in tutte le cose.”

Yamamoto Tsunetomo, Hagakure II,39 [trad. italiana mia da: Y. Tsunetomo, Hagakure: The Secret Wisdom of the Samurai, Translated by Alexander Bennet, Tuttle, Tokyo-Rutland (VT)-Singapore 2014, p. 148.]

Hagakure

Purtroppo, a mia conoscenza, non esistono ancora edizioni italiane complete del testo di Hagakure, dunque ho dovuto fare affidamento sulla più recente edizione inglese. Dico questo per rendervi attenti a lievi differenze testuali che potreste riscontrare tra la mia traduzione e altre sul web. Del resto, questo è forse uno dei passaggi dell’opera più noti agli occidentali, e se cercate su internet potrete trovare moltissimi riferimenti a questo aforisma. Il perché si intuisce dal momento che questo passo di Hagakure è stato citato in un noto film americano, Ghost Dog (J. Jarmush, 1999), ed è stato consacrato più recentemente dai social network come frase ad effetto per accompagnare foto di tramonti o eventi più o meno rilevanti. 

Ad ogni modo, anche a dispetto di possibili abusi o delle piccole variazioni sul testo dovute alle traduzioni, il significato resta univoco e mantiene intatto il suo fascino: la fine è importante in tutte le cose.

Nello studio dello iaido, questo principio viene costantemente ripetuto dai maestri e altrettante volte disatteso dai praticanti. Le fasi conclusive di un kata, tendenzialmente quelle che seguono la chiusura dell’ultimo taglio, dovrebbero essere cariche di attenzione, di zanshin: sono quelle in cui si mantiene più a lungo una medesima posizione, in cui le persone che ci osservano, e ci giudicano, possono farlo con maggiore facilità e nelle quali si percepisce in misura preponderante la profondità di pratica di chi esegue. Del resto, sarebbe davvero irrealistico pensare di liquidare azioni come il noto, la gestione del proprio corpo nelle fasi del sollevamento o dell’arretramento sino al kaeshi sen, o ancora di più il metsuke, in modo frettoloso e approssimativo. La fine è importante in tutte le cose, anche e a maggior ragione, in uno scontro di spada.

Facile a dirsi, ma come ho premesso poco fa, durante la pratica tendiamo naturalmente a dimenticarci di tutto questo. Siamo talmente preoccupati dalla gestione dei nostri movimenti, e soprattutto dal taglio, da percepire la fine del kata soltanto a metà della sua reale durata. Anticipiamo la fine, e in realtà non concludiamo affatto, ingannando noi stessi nella nostra valutazione.

Penso che questo sia un atteggiamento che rischiamo di trasferire anche nella nostra vita di tutti i giorni. Se non abbiamo la pazienza di valorizzare la fine, perdiamo anche gran parte di ciò che l’ha preceduta. Non si può conoscere una storia prescindendo dal suo finale. Del resto, la lingua italiana ci insegna che “trarre le conclusioni” è sinonimo di “valutare”. Ho l’impressione che questo principio abbia a che vedere con le relazioni umane più di quanto immaginiamo. 

Negli ultimi mesi anche il maestro Claudio Zanoni, giunto al settimo dan e alla fine della propria attività  come membro attivo della nazionale italiana, ci ha ripetuto più volte che la vita è composta da cicli che devono concludersi. Ritengo che abbia ragione, e che questo discorso possa trovare conferma anche nella massima di Tsunetomo. 

L’effimero cestino in uso nella regione di Kamigata deve essere ricordato proprio a causa della sua peculiare fine. In tutte le cose è la fine a fondare il principio.

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