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Il Tengu che è in te (1° parte)

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duello tra Miyamoto Musashi e Musō Gonnosuke

Un uomo, la sua sconfitta

C’era una volta….

Diciamo la verità: le storie piacciono a tutti, non solo ai bambini, perché, rendendo possibile l’impossibile, ci liberano dalle afflizioni e dalle costrizioni della realtà. 

La nostra storia comincia con un duello e, come sempre accade nel mestiere delle armi, con una vittoria e una sconfitta. 

Ora, chi non ama il Jōdō si tranquillizzi, gli aspetti tecnici di questo duello tra Miyamoto Musashi e Musō Gonnosuke oggi non ci interessano. 

Siamo in una età di sangue e acciaio, il vincitore aveva ucciso un uomo per la prima volta a 13 anni. Ma, questa volta, per ragioni che non sapremo mai, Musashi risparmia il suo avversario, regalandogli una vita nel disonore forse peggiore della morte stessa, perché siamo nel Giappone del XVII secolo.

Proveniente da una famiglia di samurai con ambizioni di alto lignaggio, Gonnosuke, nel corso della sua formazione, aveva frequentato scuole di prestigio, quali il Kashima Shintō-Ryū e il Tenshin Shōden Katori Shintō Ryū.

In particolare, il livello di maestria raggiunto nell’utilizzo delle numerose armi insegnate presso quest’ultima scuola pare gli avesse fruttato il conferimento dell’ambita qualifica di menkyo, ossia la licenza di insegnamento senza restrizioni.

Terminato questo apprendistato, Gonnosuke aveva quindi intrapreso il tradizionale Musha shugyō, una sorta di viaggio iniziatico volto sia all’approfondimento che alla verifica sul campo delle conoscenze acquisite.

Ed è probabile che lo scontro sia avvenuto proprio in questa fase della vita di questo bushi che, per quanto non così celebre come il suo temibile avversario, aveva anche, oltre al suo proprio, un nome e un ruolo da difendere, cioè quello della scuola che, in qualche modo, egli rappresentava. 

E’ quindi evidente che, al di là del dramma personale, questa sconfitta minacciava di avere ricadute di non poco conto nel mondo marziale dell’epoca.

A volte capita, ed è questo il caso, che da un male scaturisca un bene assai più grande non solo per il diretto interessato ma anche per l’intera collettività: com’è noto, infatti, in seguito a questa sconfitta, Gonnosuke arrivò a concepire quell’opera d’arte che prende il nome JōJutsu, oggi più conosciuto nella sua derivazione moderna, il Jōdō.

Storie, dicevamo: e cosa possiamo immaginare di più affascinante, appunto, di questa fenice che rinasce, splendente al mondo, dalle ceneri di una morte negata?

Ma, molto spesso, per non dire sempre, il come finisce per contare più del cosa, almeno quando, arrivati ad un certo punto della vita, ci si comincia ad interrogare sul perché delle cose di questo mondo. 

Ora, mi sono chiesto tante volte cosa sia potuto passare per la mente di quest’uomo nel momento più buio della sua vita.

Sicuramente avrà pensato al suicidio, per trovare con un gesto estremo un riscatto socialmente accettato. 

Tuttavia, Gonnosuke non era un uomo qualunque e, immagino, fu proprio nel peso della responsabilità verso qualcosa di più grande di sé che egli trovò la forza per non consegnarsi a quell’estremo sacrificio che, per quanto nobilitante per chi lo compie, è pur sempre una resa, una dichiarazione solenne di impotenza, una sconfitta nella sconfitta.

Kintsugi, metafora della vita

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KINTSUGI
[immagine da https://journal.musubikiln.com/kintsugi-an-artform-and-a-way-of-life/]
English version here
KINTSUGI
[immagine da https://journal.musubikiln.com/kintsugi-an-artform-and-a-way-of-life/]

Siamo bombardati da messaggi e immagini che propongono la bellezza e la perfezione come stile o come obiettivo, cosa che spesso genera invidia verso i cosiddetti successi del prossimo creando una catena senza fine di atteggiamenti volti al sorpasso e all’eccesso.

Anche se nell’arte esistono dei canoni per descriverla, la bellezza oltre che ad essere un attributo legato decisamente al gusto personale, è anche effimera, sotto diversi punti di vista. Il concetto di effimero è letteralmente legato al tempo, oggetti considerati belli in epoche passate non necessariamente lo sono ancora in epoche successive: il tempo si porta dietro l’esperienza e l’evoluzione personale, e mentre le mode cambiano velocemente senza una ragione profonda portandoci ad un falso approccio alla bellezza, e a titolo esclusivamente personale, con l’aggravante dell’effetto di massa non pensante, l’esperienza porta invece a vedere e a considerare le cose in maniera completamente diversa, ad apprezzare dettagli che magari in precedenza neanche ci si accorge di avere sempre avuto davanti agli occhi. La tendenza è quella a non soffermarsi su quanto non sia bello o perlomeno gradevole, e se qualcosa urta una qualche sensibilità, estetica o meno, si cade nel giudizio affrettato e nel veloce spostamento dell’attenzione altrove, dove spesso la massa è volutamente indirizzata.

KINTSUGI
[immagine di Yves Lepoivre da https://www.facebook.com/yves.lepoivre.94]

Ma l’essenza della bellezza è ovunque, è ricercabile o ritrovabile serendipicamente, e spesso e volentieri lontano da quanto si possa pensare, ma molto più vicino a noi, in quanto unici forgiatori della capacità di vedere il bello, frutto di quanto abbiamo vissuto e di quanto siamo capaci di leggere o di evocare nelle cose.

Trascendendo la bellezza e l’estetica, il kintsugi è l’arte di aggiustare con l’oro, arte tipica giapponese applicata agli oggetti di ceramica che quando dovessero rompersi vengono riparati con una lacca, detta urushi, mista a polvere d’oro, d’argento o di platino. Il risultato è un oggetto simile a quello originale, del quale ha perso la bellezza e la perfezione e mostra vistosamente, e orgogliosamente, le cicatrici dell’avversa fortuna.

Mi piace pensare a quest’arte come ad una estensione pratica del concetto di sconfitta eroica, che in Giappone vanta esempi attraverso i secoli della sua storia con personaggi venerati ancora oggi nonostante passati nel mondo dei più tragicamente non dalla parte dei vincitori, ma che hanno saputo smuovere i sentimenti per le loro virtù come onore, lealtà, forza e determinazione. Sconfitta che in occidente è vista con una connotazione sempre negativa, ma che nasconde in realtà molto di più di quella superficiale visione delle cose e delle persone perchè tutti vogliono, o vorrebbero, essere come gli eroi della finzione cinetelevisiva o virtuale, e quindi incarnano fantasie di massa condivise tese a rappresentare ideali spesso privi sostanza.

KINTSUGI
[immagine da https://mai-ko.com/tour/kintsugi-experience-kyoto/]

All’opposto, il kintsugi è un’arte che esalta le imperfezioni, elogia la bellezza che si sprigiona dal vissuto e non dall’apparenza. Tecnicamente, è un’arte che si prefigge lo scopo di riparare, dando nuova vita, degli oggetti di ceramica rotti tramite l’applicazione di materiale dorato, o comunque prezioso, che permettendo di incollare nuovamente i pezzi, ne crea uno nuovo e unico, rendendo ulteriormente l’idea della trasformazione dell’ormai inutile all’oggetto unico. Metaforicamente, trasforma un problema non solo in una soluzione, ma in un’istanza di bellezza unica, e quindi è spesso associabile a concetti più profondi legati alla vita, alla psicologia, all’esperienza personale, attraverso la pratica della ricomposizione dei cocci, reali o meno, di qualcosa di rotto.

Il kintsugi è un’arte nota fin dal periodo Muromachi, nella metà del 1400, quando ceramisti giapponesi furono chiamati dallo shogun Ashikaga Yoshimasa a rimediare ad una tazza tenmoku rotta, i quali applicando l’estetica del wabi sabi incollarono i pezzi rotti con la lacca urushi e ricoprirono le linee di rottura con polvere d’oro: la tazza diventò un oggetto unico, particolarmente apprezzato dallo shogun, in quanto non solo era stata riparata ma aveva preso una nuova vita carica delle sue imperferzioni e proprio per questo ricca di bellezza.

Riguardo alla percezione della bellezza Shozo Kato sensei, Kendo 8-dan e Iaido 7-dan, ha espresso quanto segue:

“La bellezza occidentale è radiosità, maestà, grandezza e ampiezza. In confronto, la bellezza orientale è desolazione, umiltà, bellezza nascosta”

(vedi il suo video su https://hakushikan-kendo-nj.com/about-shozo-kato-sensei)

In realtà, anche se nei sottotitoli viene utilizzato il termine desolazione (desolateness), Kato sensei ha effettivamente usato il termine wabi sabi.

KINTSUGI
[immagine da https://www.kyoto-ryokan-sakura.com]

Quest’arte non è quindi solo un concetto artistico ma racchiude in sè le profonde radici della filosofia Zen e i concetti legati al wabi-sabi, esprimendo in maniera unica, e pratica concetti come

  • mushin, senza mente, che esprime la capacità di lasciare correre, dimenticando le preoccupazioni, liberando la mente dalla ricerca della perfezione;
  • mujo, traducibile con impermanenza, ovvero l’esistenza transitoria senza eccezioni, evanescente e inconstante: tutte le cose sono destinate ad un fine e accettare tale condizione è avere un approccio sereno e consapevole della vita;
  • mono no aware, l’empatia verso gli oggetti, una malinconia triste e profonda per le cose, per la quale apprezzandone la loro decadenza si arriva ad ammirarne la bellezza.

Un altro concetto fondamentale per comprendere al meglio il kintsugi è mottainai, una termine, caro ai giapponesi, dalle sfumature molto più sottili del semplice spreco, sottintendendo infatti quel sentimento di colpa e rammarico non solo per aver sprecato qualcosa, ma anche per non aver permesso a qualcosa o a qualcuno di raggiungere il suo massimo potenziale. Questo concetto deriva dallo shintoismo, per il quale ogni essere vivente ed ogni oggetto ha uno spirito, e quindi non trarre il meglio da qualcosa e non apprezzarlo sarebbe un mancanza di rispetto per l’essere o per l’oggetto stesso, indicando infine il rimpianto per la perdita di qualcosa di importante. Secondo un’altra interpretazione il termine si rifarebbe al concetto buddhista della non-sostanza, secondo cui nulla esiste e succede in modo autonomo, ma tutto esiste per il supporto dato da tutto il resto con cui si relaziona. Considerando entrambe le interpretazioni, il concetto di mottainai racchiude ed esprime quindi il significato più profondo e radicato nella lingua giapponese di umiltà, di gratitudine e del sentimento che nulla vada dato per scontato.

KINTSUGI
[immagine rielaborata da https://mymodernmet.com/kintsugi-kintsukuroi/]

Da un punto di vista prettamente tecnico, il kintsugi raggruppa tre categorie note come

  • hibi ovvero crepa, con la quale si riparano le semplici crepe;
  • kake no kintsugi rei ovvero esempio di riparazione dorata (del pezzo) mancante, con la quale si crea su misura il pezzo mancante, realizzato interamente in lacca e oro;
  • yobitsugi ovvero invito ad aggiustare/unirsi, con la quale si utilizza un pezzo proveniente da un’altra porcellana molto simile ma comunque non quello originale.

In generale i materiali usati sono la già citata lacca urushi, estratta dalla pianta autoctona Toxicodendron vernicifluum, farina di riso o di grano, tonoko, polvere d’oro e argento. Il processo di essiccazione della lacca, che viene usata come collante per la ceramica, come stucco e come adesivo per la polvere d’oro, avviene in un ambiente caldo a circa 25°C con umidità relativa intorno al 70-80% mentre il tempo di essiccazione varia da tre giorni a una settimana. Le linee di rottura vengono prima stuccate e carteggiate, e quindi rifinite con lacca urushi rossa a pennello su cui si lascia cadere la polvere d’oro. La lacca urushi, particolarmente difficile da reperire al di fuori del Giappone, ha aperto la strada ad una applicazione del kintsugi più moderna con la sostituzione di resine epossidiche, mentre le polveri preziosi sono state sostituite con semplici pigmenti colorati. Il kintsugi ha perso un po’ del suo fascino artistico e filosofico, restando una pratica quasi esclusivamente giapponese, ma in compenso ha potuto diffondersi come arte in tutto il mondo moderno, dando vita a numerose correnti ed artisti che danno vita ad vecchi oggetti rotti, con un significato forse meno profondo ma non troppo distante dall’originale.

KINTSUGI
[immagine rielaborata da https://mymodernmet.com/kintsugi-kintsukuroi/]

I valori più profondi che si celano dietro l’arte pratica richiedono un particolare stato d’animo e mentale, che dovrebbe portare il praticante ad analizzare senza giudizi perché qualcosa si sia rotta, e ad accettarne il destino, riuscendo a vedere le brillanti opportunità che possano esserci nel rigenerarlo: è quindi una metafora della cura e della trasformazione, che esalta l’esperienza invece di sprecarla, in quanto errori ed insuccessi possono essere la parte più importante ed efficace del percorso di crescita e della maturazione personale.

In una società che così spesso esalta e premia la perfezione e l’eccesso, abbracciare il vecchio e il malconcio può sembrare strano,  ma la pratica dell’arte secolare del kintsugi diventa quidi un promemoria per rimanere positivi quando le cose vanno in pezzi e per celebrare i difetti e i passi falsi della vita.

KINTSUGI
[immagine da https://www.onmanorama.com/lifestyle/news/2019/12/04/japanese-art-kintsugi-philosophy.html]

lele bo

Fonti

1 su 1000 ce la fa. Perchè le persone abbandonano?

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Perchè le persone abbandonano lo iaido?

Statisticamente, per ogni 1.000 persone che entrano nelle palestre di arti marziali, la metà si arrende nei primi 6 mesi di pratica.
Degli altri 200 completeranno 1 anno di lezione prima di mollare.
50 arriveranno al secondo anno, ma solo 10 completeranno il terzo anniversario di pratica.
Meno di 6 otterranno la fascia nera 1° Dan e meno di 3° Dan.
Di quelli che restano nel DO, solo 1 (UNO) insegnerà in futuro ad altri, sapendo che anche chi si arrende, porterà con sé un buon contenuto che farà parte della loro vita finché vivrà.
Continuerà a condividere gli insegnamenti non preoccupandosi di quelli che si arrendono, ma prendersi cura di quelli che restano.
Questa persona è un SENSEI: 1 su 1.000.  

M. Ueshiba
di Danielle Borra e Carlo Sappino

Moltissimi sono i motivi per cui si inizia la pratica dello Iaido, pochi quelli per lasciarlo, tanto che di massima, si possono contare sulle dita di una mano!

Come dice chiaramente Ueshiba Sensei sono pochi quelli che arrivano fino ai gradi più alti e sono ancora meno quelli che percorrono la via per tutta la loro vita in particolare in occidente.

Non stupisce che molti abbandonino nei primi anni di pratica: “ho provato una cosa e in fondo non mi piace abbastanza o non mi convince del tutto così passo ad altro” pur non avendo ancora praticato per molto tempo e non avendo veramente approfondito il concetto di Budo inteso come una Via per lo sviluppo dell’essere umano che non ha mai fine.

Più difficile è capire gli abbandoni man mano che gli anni di pratica passano.

Per un insegnante è un tema difficile. Ogni volta che smette una persona di grado più elevato i pensieri sono molti: che cosa ho sbagliato? Cosa non sono riuscito a trasmettere. La verità è che a volte non dipende neppure da qualche cosa di fatto o non fatto ma chiaramente l’insegnante non può che vedere con dispiacere una persona smettere. Razionalmente è chiaro che non è stato sprecato del  tempo e che quella persona porterà con sé un pezzo di quanto è stato insegnato, è inevitabile, la pratica determina comunque un cambiamento per piccolo che sia. Rimane comunque una cosa difficile per l’insegnante e a volte anche un filo deprimente.

Perchè le persone abbandonano? Pensandoci un po’ le cause possono essere riassunte in questo elenco non gerarchico:

  1. Problemi di studio / lavoro / famiglia, cambiamenti nella propria vita.

 Soprattutto lo studio, ma anche il lavoro, nelle realtà della provincia, sono spesso causa d’abbandono “per trasferimento” in località dove la pratica non è più possibile vuoi per assenza di dojo, vuoi per difficoltà logistiche, ma anche, non neghiamolo, per difficoltà d’ingresso ed ambientamento in dojo dove insegnamento ed abitudini contrastano col “sentire” la disciplina da parte del soggetto o con le consuetudini acquisite. E’ difficile perché anche se lo Iaido della ZNKR è universale a volte gli insegnamenti o l’approccio non lo sono e questo può creare difficoltà. E’ necessario un certo grado di maturità da parte della persona per affrontare i differenti approcci e rendere questa diversità un plus valore.

  1. Difficoltà nel superare esami o di ottenere risultati gratificanti nelle gare. 

Questo può essere l’aspetto più mortificante quando visto dal lato dell’insegnante, perché forse la carenza è da individuare non tanto nella mancata trasmissione di tecniche, quanto nel non essere riusciti a trasmettere all’allievo il reale spirito del Budo, più che la capacità di gestire il proprio ego evidentemente mortificato dal mancato risultato.

  1. Mancanza di motivazioni

Dopo un po’ di tempo la pratica si fa ripetitiva e la noia a volte prende un po’ il sopravvento. In fondo si tratta di ripetere all’infinto gli stessi gesti cercando sempre di renderli migliori: un lavoro da monaci zen in pratica. La bellezza della ricerca impossibile della perfezione non è per tutti, diciamoci la verità. Questa è sicuramente una delle cause principali di abbandono sia nell’immediato che avanti nella pratica. Nel suo libro Rigolio suggerisce alcuni accorgimenti per i praticanti più avanzati rispetto a questo punto: cambiare i ruoli o creare nuovi compiti che possano stimolare il praticante; fare aprire corsi e far insegnare in modo da vedere un lato diverso della pratica, ritrovare entusiasmo nel cercare di trasmettere ad altri quanto si sa ed inevitabilmente approfondendo di conseguenza la propria pratica; incoraggiare nuove esperienze per esempio l’arbitraggio in modo da creare un approccio diverso e aiutare a focalizzarsi sulla necessità di crescere ma in modo diverso. Sono tutti sistemi che, se studiati sulle caratteristiche del praticante, possono aiutare a superare il momento di difficoltà. Le motivazioni però sono molto personali e non è detto che questo approccio aiuti.

  1. Difficoltà di relazione con insegnanti / gruppo. 

Si pratica per molto tempo insieme ed è inevitabile che si creino dinamiche di gruppo che cambiano ed evolvono nel tempo. A fronte di un frequente crearsi e consolidarsi di amicizie, a volte nascono contrasti con gli altri membri del gruppo o con gli insegnanti. 

Su quest’ultimo punto non possiamo nasconderci che ci sono insegnanti, magari ottimi praticanti, a cui manca quella cultura dell’essere insegnante, quella capacità empatica o quella capacità di riuscire a calibrare la propria azione con le reali capacità e aspettative dell’allievo. Aspetti fondamentali per la creazione di un rapporto docente/discente armonioso e di conseguenza costruttivo ed appagante per entrambi.

In fondo il dojo è un microcosmo in cui si manifestano tutte le dinamiche che abbiamo nel resto della nostra vita fuori dal dojo. Il dojo è una palestra a tutti gli effetti, ci permette di allenarci e di cercare di superare quelle dinamiche che ritroviamo anche al di fuori ma in un ambiente tutto sommato protetto, in cui non ci sono grandi interessi di carattere economico o interessi familiari. Se non riusciamo ad essere in armonia nel dojo e se non riusciamo a mediare i contrasti in quello spazio come possiamo pensare di riuscirci fuori dove, in genere, gli interessi sono molto più spinti? Nonostante questo spesso si smette per una serie di contrasti che invece di cercare di risolvere si tende ad esacerbare.

  1. Difficoltà nella continuità della pratica, non capire la necessità di approfondire e quindi non aver capito il reale significato del termine Budo.

Il Maestro Ishido spesso dice che lo Iaido è per la vita, che non tutti possono arrivare ad essere 7° o 8° Dan per tanti motivi, età, problemi fisici … ma che tutti possono continuare a praticare e ad approfondire la pratica dello Iaido divertendosi e continuando a vincere contro il sé di ieri. Non è un concetto facile da capire e spesso è più semplice lasciare stare perché ci scontriamo con qualche difficoltà o perché ci raccontiamo delle storie. Nuovamente se non sappiamo affrontare i problemi in palestra come li affronteremo nella vita?

L’istruttore a volte può fare qualche cosa e riesce ad intervenire, come abbiamo già descritto nell’articolo I quattro stadi dell’apprendimento e le difficoltà della progressione, ma spesso può solo limitarsi ad essere uno spettatore della dinamica in corso poiché ogni suo intervento risulta inefficace.

L’unico rimedio è cercare di fare le cose nel miglior modo possibile aumentando la consapevolezza dei praticanti rispetto al significato insito nel percorrere una Via.

E, applicando un concetto zen, non avere aspettative, anche se le aspettative e la delusione fanno parte del naturale percorso dell’insegnante.

Danielle Borra e Carlo Sappino

L’inchino dell’allenatore giapponese Hajime Moriyasu dopo la sconfitta ai mondiali di calcio 2022. @ tag24
di Claudio Zanoni

Mi aggiungo a questa riflessione di Danielle e Carlo con una breve riflessione. Ho ripetutamente scritto, e ne sono convintissimo, che in qualche modo noi occidentali cerchiamo di scimmiottare un mondo che non ci appartiene, che non è nostro e forse nemmeno esiste se non nella letteratura romanzata.

Noi non siamo Giapponesi, anche se studiamo la lingua e se ne seguiamo i dettami, non abbiamo il background culturale di 2000 anni di storia, di abitudini, di modo di vivere. Forse non lo hanno nemmeno più la maggior parte dei Giapponesi stessi.

La seconda considerazione è che quello che sogniamo probabilmente non è mai esistito, ma è il frutto di fantasie letterarie o di fraintendimenti di storici  di autori che hanno visto delle cose in Giappone e le hanno fraintese interpretandole dal punto di vista storico culturale occidentale.

Un esempio più che lampante sono i ronin che hanno per noi un che di magico e puro, ma che in realtà altro non erano che alla stregua dei nostri briganti, se non peggio, in quanto la vita delle classi inferiori in Giappone non aveva valore.

Perché dico tutto questo, perché credo che pensare di avvicinarsi a questi ideali sia completamente sbagliato e porti, nel tempo, all’interruzione della pratica. Ad un certo punto ci si rende conto che non si diventerà mai il fiero e puro guerriero senza paura e senza macchia, ma semplicemente dei meri praticanti.

Credo che una volta appurato questo e resisi conto che la pratica è fatta per noi stessi, per essere migliori con noi stessi e con il nostro io e soprattutto, come dice Banti, “Enjoy”, forse non si abbandona. Molti invece quando si rendono conto di questo perdono ogni spinta e mollano miseramente. Credo che oltre a tutto quello che hanno menzionato Danielle e Carlo, ci sia anche lo svegliarsi da un sogno fanciullesco di eroi in armature cavalli bianchi e battaglie da vincere.

In realtà una battaglia da vincere c’è ed è quella con noi stessi, ma è più facile svoltare su un’altra via e ancora e ancora e ancora in un eterno inseguimento senza risultato.

Claudio Zanoni

I modi dello iaido

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Carlo Sappino Iaido

La Via della Spada è una, ma è fatta di tanti sentieri paralleli che vanno dalla pratica solitaria allo studio con maestri giapponesi d’alto rango, passando per gare e seminari federali e internazionali, pratica in dojo e pratica solitaria. È, a parer mio, estremamente penalizzante pensare di escludere a priori qualunque di questi sentieri mentre è costruttivo percorrerli tutti.

Un aspetto che personalmente ritengo un pregio, di questa disciplina è che in periodi di “solitudine” ad esempio quando il dojo chiude per ferie o quando siamo, per periodi anche lunghi, in zone dove i dojo di iaido non esistono, è possibile non interrompere la pratica personale.

In estate, ad esempio, frequento assiduamente le foreste appenniniche, dove quasi quotidianamente faccio lunghe passeggiate. Quando lascio casa per queste avventure ho sempre con me un bastone che, caso strano, ha le esatte dimensioni e fattezze di un bokuto. Se trovo nel bosco un luogo adatto, mi fermo e pratico per una ventina di minuti.

Sono poche le discipline che consentono di avere questi spazi individuali nei quali esercitarsi in ogni dove in completa autonomia e non lasciar arrugginire i nostri kata … MA …

C’è sempre un “ma”.

La pratica solitaria crea seri problemi di involuzione delle nostre capacità.

Gli errori che non riusciamo a percepire sono molti, qualunque sia il nostro livello, e nella pratica solitaria si consolidano senza che noi se ne abbia la minima percezione.

Nella pratica collettiva non solo riceviamo correzioni e suggerimenti che migliorano la nostra azione, ma anche informazioni che arrivano dall’osservazione degli altri praticanti.

A me è stato insegnato a vedere gli errori degli altri per capire se sono anche miei ed a vedere le cose belle per provare ad emularle.

Ovviamente tutto questo nella pratica solitaria non c’è.

Non solo. Soprattutto quando ci siamo tolti l’etichetta di principiante, anche la pratica in piccoli gruppi e sempre con gli stessi soggetti assume le stesse caratteristiche della pratica solitaria. L’assuefazione dell’uno all’altro attenua la percezione dell’errore ed anzi, induce alla sua condivisione, l’errore dell’uno diventa l’errore collettivo e per tanto, non più percepito come tale.

Occorre quindi maturare esperienze in ambiti più ampi. Diventa fondamentale partecipare a seminari e competizioni dove sicuramente possiamo trovare chi sia in grado di corregerci ed aggiornarci.

Aggiornarci, perché lo iaido non è graniticamente immutabile, ma ha una sua evoluzione fatta di piccoli, a volte nemmeno troppo piccoli, cambiamenti, per cui quel passaggio che fino ad un anno fa era considerato corretto oggi non lo è più. 

Il ritorno al dojo consentirà di aggiornare e correggere chi al seminario non ha potuto partecipare ed anche la pratica solitaria sarà migliore.

Ritengo sia estremamente difficile preparare un esame, soprattutto per un grado avanzato, senza uscire sistematicamente, dal proprio dojo ed assaggiare altre realtà di pratica, dojo differenti, insegnanti differenti, ambienti differenti.

Un eventuale fallimento dovrebbe far riflettere anche su questi aspetti.