di Danielle Borra – 7° dan Renshi
16 gennaio 2016

 

Recentemente ho partecipato ad una lezione per istruttori di Iaido tenuta da Luigi Rigolio.  La lezione mi è piaciuta molto ed ha attivato in me una serie di riflessioni sui passaggi di insegnamento/apprendimento nello Iaido.

Le basi teoriche di partenza introdotte da Rigolio sono tratte dal Coaching manageriale che in sintesi può essere visto come un modo per migliorare le prestazioni delle singole persone (nel nostro caso i praticanti) attraverso una collaborazione fra coach (leggi insegnante) e la persona/praticante. Il concetto trova un’applicazione quasi naturale nel processo di apprendimento/insegnamento nelle arti marziali.

Uno dei concetti chiave è che il processo di apprendimento e crescita avviene tramite un’attivazione di consapevolezza e responsabilità. Molte volte insegnando si tende a sottovalutare questo aspetto concentrandosi solo su questioni tecniche,  ma non può avvenire un progresso senza che ci sia comprensione (degli obiettivi, del percorso, del movimento, della tecnica, dell’avversario, del perché…….).  Allo stesso modo senza l’assunzione di responsabilità da parte di chi sta praticando non è possibile nessuno sviluppo duraturo.  La necessità di assumersi la responsabilità del proprio progredire nello Iaido è un aspetto a volte sottovalutato da parte dei praticanti che si aspettano che i problemi vengano completamente risolti dall’insegnate che deve indicare i modi e le tecniche giuste per realizzare un buon Iaido. All’inizio è sicuramente così ma nel tempo la mancanza di responsabilizzazione non porta ad una crescita duratura.

Una parte delle difficoltà che abbiamo, come insegnanti, ad applicare questi semplici concetti nello Iaido è dovuto al metodo di insegnamento di cui tutti noi abbiamo usufruito,  spesso basato esclusivamente sull’imitazione o su un approccio tecnico.   Siamo naturalmente tentati di ripetere questo approccio rispetto alle persone a cui insegniamo. “Mae è Mae e si insegna e si pratica allo stesso modo per tutta la vita indipendentemente dal livello di chi abbiamo davanti” oppure guardiamo solo il livello tecnico nel nostro insegnare Iaido. Nulla è più sbagliato! È anche vero che, se analizziamo i dati degli iscritti CIK Iaido, vediamo che iniziano moltissime persone e moltissime si perdono per strada. Questo è in parte fisiologico ma una maggiore attenzione a come moduliamo il nostro insegnamento può aiutarci a tenere i nostri praticanti in palestra e su questo Rigolio ha giustamente molto insistito. In fondo, parafrasando Kotler, è meno oneroso tenere i praticanti, cercando di soddisfare le loro esigenze, che continuare a cercare nuovi iscritti.

Fare Iaido per molti anni di seguito è difficile poiché lo Iaido è apparentemente molto ripetitivo. L’impegno richiesto è grande e non sempre le varie fasi della vita che attraversiamo ci permettono di mantenere il nostro interesse.  La domanda però è: il lavoro dell’insegnante di Iaido può riuscire ad aiutare le persone a rimanere a fare Iaido continuando a crescere? Secondo quanto ci ha detto Rigolio è fattibile, almeno in parte, migliorando le nostre capacità di insegnamento ed adeguandole allo stadio di apprendimento dell’allievo che ci troviamo davanti.

Gli allievi secondo la teoria che ci è stata esposta si dividono in 4 tipologie :

  1. il principiante entusiasta
  2. l’allievo disilluso
  3. il competente
  4. l’esperto

E’ abbastanza facile tradurre questa classificazione guardando i propri allievi ed è chiaro che in parte dipende da quanto tempo praticano, ma non solo da questo, poiché il tempo può essere diverso a seconda delle persone e dell’impegno e, nella mia esperienza, i cicli si possono parzialmente ripetere nel tempo per la stessa persona, ovviamente con sfumature diverse, per esempio si può tornare a sentirsi un neofita diverse  volte nella propria vita di praticante.

Proviamo a formulare alcuni esempi e riflessioni su ogni tipologia.

 

Il livello 1: principiante entusiasta

Ovviamente corrisponde al principiante, la persona che comincia per i più disparati motivi e non sa nulla di arti marziali, oppure arriva da altre discipline. In tal caso  la questione è ancora più complessa perché non sa nulla di Iaido ma pensa di sapere come ci si deve muovere o cosa bisogna fare o quanto meno il suo corpo ha assimilato movimenti che spesso vanno delicatamente disfatti e rimodulati. Normalmente, in questa fase, l’impegno è elevato e l’attenzione e la voglia di imparare alta.

L’insegnate in questo caso ha un chiaro ruolo di leadership che lo voglia o meno e deve insegnare la tecnica con certezza e autorevolezza: “Mae si fa così”. Non è il momento delle sfumature e della complessità, pochi concetti quelli principali, pochi dettagli e molte certezze.  Bisogna rassicurare, incoraggiare, fornire un esempio visivo da copiare o a cui tendere. Bisogna anche cercare di interessare/divertire il principiante, che è entusiasta si, ma potrebbe annoiarsi a rifare Mae e solo Mae per un mese. Per esempio nel nostro dojo all’inizio tralasciamo normalmente il saluto e passiamo ad insegnare come ci si muove, come si taglia o i  kata  senza stare a guardare troppo i particolari. Questo fa si che la persona nuova possa in breve lavorare con il gruppo o almeno fare i kihon insieme al gruppo e quindi non sentirsi isolata. C’è tempo per approfondire dopo.

È inoltre necessario guidare l’entusiasmo cercando di veicolarlo in modo coerente con la crescita tecnica: inutile fare tutti gli stage esistenti e vedere tutti i Maestri presenti sul territorio italiano e no, cosa che può creare confusione in questa fase, bisogna quindi trovare un giusto modo per indirizzare l’entusiasmo. Anche il voler partecipare a tutti i costi a competizioni nasconde in questa fase delle insidie poiché ci si scontra inevitabilmente con la propria bassa competenza e si può rimanere delusi. Anche in questo caso è necessario chiarire bene gli obiettivi prima e supportare la persona dopo.

E’ utile in questa fase fissare delle scadenze e degli obiettivi facilmente raggiungibili che motivino la persona e veicolino, appunto, l’entusiasmo.

 

Il livello 2: l’allievo disilluso o neofita

In questo caso ci si trova di fronte a una persona che ha competenze ancora basse ma sicuramente migliori della fase 1, ma è demotivata per cui anche il suo impegno è scarso.

E’ fin troppo facile capire che una buona parte dei principianti si perdono in questa fase fra il primo e il secondo anno di pratica. Non è detto che sia così per tutti ci sono anche quelli che continuano ad avere buone motivazioni da soli, senza aver bisogno di supporto, ma sono decisamente una minoranza. In questo caso l’insegnante perde in parte il suo ruolo tecnico ma deve attivare un ruolo motivazionale cercando di far capire l’importanza di praticare Iaido, fissando degli obiettivi condivisi di breve periodo e facilmente raggiungibili, deve stimolare le competenze sottolineando i progressi  del singolo ed attivare una sua forma di “orgoglio/soddisfazione” in quello che fa. Ovviamente essendo le persone diverse può essere richiesto un approccio diverso. E’ comunque una fase delicata e molti si perdono proprio qui.  Nella mia esperienza anche il supporto del gruppo che pratica Iaido può costituire uno stimolo. Entrare a far parte di un gruppo, che non necessariamente si vede fuori dalla palestra, ma che ha motivazioni comuni, che integra le persone e le aiuta a sviluppare un senso di identità/appartenenza o almeno a delineare degli obiettivi comuni facilita sicuramente il lavoro motivazionale. In questa fase non si riesce ancora a far percepire bene la complessità dello Iaido e sono necessarie ancora delle certezze tecniche ma è d’aiuto ampliare gli orizzonti, vedere che ci sono delle sfumature diverse o affrontare il mondo del koryu così pieno di interpretazioni diverse. Anche introdurre alcuni concetti teorici o riferimenti culturali può a volte aiutare perché permette di vedere un mondo molto più ampio della sola tecnica, ma per questo punto dipende dalle persone. Inoltre bisognerebbe incentivare all’apertura, a vedere diversi Maestri, a frequentare stage e ambienti anche internazionali, scelti con accuratezza. L’apertura può servire da stimolo.

 

Livello 3 : il competente

In questo caso la persona ha già molte competenze, se pure non di altissimo livello, ed il suo impegno può essere variabile.  Siamo al livello di 2° o 3° dan secondo me. Qui nuovamente una buona percentuale di praticanti trova il modo di abbandonare la pratica. Secondo il coaching i bisogni in questo caso sono: una maggiore autonomia nel pianificare le attività e nel formulare gli obiettivi e costruire la propria capacità di problem solving. In questo caso l’apporto dell’istruttore non riguarda solo la tecnica ma deve stimolare la capacità del singolo di analizzare le cose che non funzionano, controllando costantemente i suoi risultati. Non bisogna fornire soluzioni e certezze ma stimolare la capacità individuale. Per esempio come si fa a trovare il giusto ritmo nel kata? Fino a 2° dan non è un argomento importante ma lo diventa per superare un esame da 3° o 4° dan.  Non esiste un unico modo di risolvere il problema come non esiste un unico ritmo giusto. Compito dell’istruttore in questa fase è far capire che esistono delle differenze all’interno dei kata che sono codificati nella loro costruzione di base ma che hanno spazio per interpretazioni per esempio sulla velocità o sul ritmo. Si possono portare degli esempi per far capire questo concetto, sottolineare le differenze e stimolare la sperimentazione individuale. L’insegnante deve fare capire che c’è una parte tecnica che determina la qualità dello Iaido ma c’è una componente più complessa che, avendo come base la tecnica, fa evolvere il kata in qualche cosa di “vivo”. E’ un passaggio difficile per il praticante che deve uscire dalla sicurezza dell’insegnamento definito per entrare nell’individualità dell’espressione dello Iaido. Richiede normalmente molta fiducia nell’insegnante e l’assunzione della responsabilità di cui abbiamo parlato precedentemente.  L’insegnate oltre a dare molti feedback affinché il praticante non si perda in derive interpretative, deve anche supportare il praticante nelle difficoltà che sicuramente si presenteranno e ascoltarlo. È molto utile anche il confronto con i sempai che possono chiarire come hanno affrontato loro un determinato problema tecnico fornendo suggerimenti utili o condividendo la propria esperienza. Non si tratta da parte dei sempai di assumere il ruolo di insegnanti  autoritari, tutt’altro, ma di essere compagni di pratica che hanno già attraversato e risolto la stessa difficoltà. Non è semplice, i sempai spesso non hanno maturato ancora la consapevolezza dell’esistenza di diverse interpretazioni/soluzioni e tendono ad essere abbastanza “assolutisti”.  Nuovamente se esiste un gruppo di praticanti con diverse personalità e diversi approcci il compito dell’insegnante può essere facilitato.

 

Livello 4: L’esperto

È una persona che ha competenza alta e normalmente impegno elevato poiché le sue motivazioni sono chiaramente definite. Anche in questo caso ci sono molte sfumature e alcune persone lasciano a questo livello (fra 4° e 6° dan) perché non riescono a trovare un modo di esprimersi soddisfacente o perdono motivazioni. Secondo la teoria il praticante in questo caso ha bisogno di fiducia e riconoscimenti, bisogna fornirgli degli obiettivi stimolanti ed eventualmente aiutarlo nel diventare autonomo  e  sviluppare la sua capacità di gestire in autonomia dei corsi, se questo è il suo desiderio. In questo caso il compito dell’insegnante è un compito di stimolo, ci sono sempre cose da approfondire nello Iaido e non c’è mai fine all’apprendimento. Questo vale per tutti noi, nessuno di noi è mai arrivato o può veramente dire di conoscere lo Iaido, ne conosciamo solo una piccola parte, ma il mondo dello Iaido (e delle arti marziali in generale) è infinito. L’esperienza è come una scala a chiocciola più si sale più il paesaggio/capacità di esecuzione del kata diventa ampio/ si sviluppa profondità,  anche se il paesaggio/kata è sempre lo stesso. L’insegnante deve in questa fase assumere il ruolo di  guida facendo capire la profondità di quello che studiamo. A volte in questo stadio il praticante crede di aver capito tutto e assume un atteggiamento mentale di chiusura inconsapevole (so le cose) che limita la sua possibilità di ulteriore crescita. Anche questo è un momento pericoloso, se so le cose non ho più così bisogno di praticare o di ascoltare e posso perdere la mia motivazione. Compito dell’insegnante è scalfire queste certezze e far vedere l’abisso di cose che ancora ci sono da realizzare nella propria pratica di Iaido. Per esempio per me andare in Giappone dal Maestro produce quest’effetto, capisco istantaneamente che non raggiungerò mai la sua profondità di pratica perché suo padre era un 8° dan di Iaido,  la sua famiglia ha sempre praticato Iaido e lui era in palestra da bambino ed è stato lì per tutta la sua vita. Per quanto mi impegni conoscerò solo una piccola parte del mondo dello Iaido. E’ un concetto stimolante.

In questa fase inoltre il praticante va guidato rispetto alle sue possibilità di esprimersi a sua volta come insegnante, se questo è il suo desiderio. Nuovamente l’esperienza dell’insegnare è coinvolgente e fa vedere le cose da un altro punto di vista come ci spiegherà Alessio.

 

Bisogna precisare due cose.

La prima è che i praticanti sono individui con una loro personalità e motivazioni che possono essere anche molto diverse. Quindi non è sempre possibile adottare lo stesso metodo di insegnamento al di là del livello in cui si trova il praticante.

La seconda difficoltà nell’applicare i concetti esposti è che normalmente i corsi sono fatti da più persone che hanno livelli diversi. La lezione è comune a tutti ed è molto difficile riuscire a veicolare concetti o approcci diversi. In questo aiuta molto la possibilità di avere spazio per la pratica libera che permette un approccio più individuale e uno sviluppo della responsabilità del singolo nel proprio allenamento.

 

2 Commenti

  1. Ovviamente avevo già letto l’articolo, ultimamente mi ritrovo in dojo a stimolare le persone a guardare con gli occhi dell’insegnante, e molto spesso non capisco come non si vedano delle cose o come l’approccio può essere così sbagliato. In questo articolo viene fuori tutta la difficoltà di essere buoni insegnanti, riuscire a modulare la parte tecnica con la spiritualità, saper accompagnare per mano il principiante, e tendere una corda di salvezza al praticante anziano nei momenti difficili, tutto questo fa di noi degli insegnanti, buoni o meno buoni ma insegnanti.
    Ho fatto mia una frase del mio Maestro, la bravura di un praticante non si misura dai suoi risultati ma da quelli dei suoi allievi.
    Grande Verità

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