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Shindō Musō Ryū Jōdo

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Shindō Musō Ryū Jōdo

A partire da questa primavera, il Maestro Ishido ha iniziato a tenere una serie di lezioni via zoom rivolte ai suoi allievi diretti in Europa, allo scopo di affrontare progressivamente lo studio approfondito delle varie serie che compongono lo Shindō Musō Ryū Jōdo.

Ritengo quindi che, ricollegandosi alla decisione del Maestro Ishido, quest’ultima edizione del consueto appuntamento di Jōdo di fine anno a Roma sia stata contraddistinta dalla prevalente attenzione rivolta da Vitalis Sensei allo studio del Koryū.

Ora, per cercare di comprendere meglio le ragioni alla base di queste decisioni, conviene forse spendere qualche parola sul significato e sul ruolo del Koryū nelle nostre discipline tradizionali.

Facciamo quindi un passo indietro.

Siamo a Fukuoka, nel Kyūshū, agli inizi del XVII secolo.

Musō Gonnosuke Katsuyoshi, creatore del jōjutsu, dopo avere gettato le basi della propria arte, si pose al servizio del clan dei Kuroda in qualità di maestro d’armi.

Sotto l’egida di questa potente famiglia, il jōjutsu poté prosperare indisturbato, trasformandosi progressivamente in un’arte riservata a pochi adepti, principalmente membri della casta militare con funzioni di sicurezza e di ordine pubblico.

Per questo motivo, la scuola arricchì ben presto il proprio bagaglio tecnico inglobando altre due tradizioni tipicamente appannaggio delle forze di polizia del periodo Edo: il Jittejutsu, ovvero l’arte di utilizzare il Jitte (una sbarra di ferro dalla cui impugnatura si diparte, ad angolo retto, una sorta di baionetta avente la funzione di bloccare la lama di un avversario) e l’Hojōjutsu, l’arte di utilizzare una corda per immobilizzare i prigionieri.

La prima prese il nome di Ikkaku-ryū Jittejutsu, la seconda Ittatsu-ryū Hojōjutsu: entrambe furono introdotte da Matsuzaki Kinzaemon, terzo caposcuola dello Shindō Musō-ryū jōjutsu, alla fine del XVII secolo.

Nonostante le premesse più che promettenti, la disciplina non fu risparmiata dalle consuete divisioni interne, tanto che, ad un certo punto, sembra che si contassero ben sette linee differenti di trasmissione, ciascuna ovviamente convinta depositaria della vera tradizione: in ogni caso, al termine del periodo Edo (1868), molte di esse si erano ormai estinte.

Verso la fine del XIX secolo, furono di particolare importanza le due figure di Shiraishii Hanjiro (1842-1927) e Uchida Ryōgorō (1837-1921), entrambi detentori del diploma di Menkyo Kaiden (la licenza di pieno insegnamento) per lo Shindō Musō-ryū jōjutsu.

Il primo introdusse nel curriculum della scuola l’Isshin-ryū Kusarigamajutsu, ovvero l’arte di maneggiare un’arma composta da un falcetto con, all’estremità dell’impugnatura, una catena; il secondo introdusse invece un’arte del tutto nuova da lui stesso ideata, l’Uchida-ryū Tanjōjutsu, un’originale commistione di tecniche mutuate dal jōjutsu utilizzando però un bastone da passeggio di derivazione occidentale.

Uchida Ryōgorō fu anche importante per essere stato il primo a gettare le basi per una diffusione del jōjutsu al di fuori dei ristretti limiti della prefettura di Fukuoka.

Stabilitosi a Tokyo agli inizi del ‘900, iniziò ad insegnare le proprie arti ed ebbe, tra i vari allievi, personaggi di primissimo piano quali Nakayama Hakudō, fondatore del Musō Shinden-ryū.

All’inizio degli anni ’20, Jigorō Kano, celebre fondatore del Judo, avendo assistito ad una dimostrazione di jōjutsu, chiese a Shiraishii Hanjiro, all’epoca riconosciuto come l’unico esponente rimasto dello Shindō Musō-ryū jōjutsu, di provvedere ad insegnare stabilmente quest’arte a Tokyo.

La scelta dell’anziano maestro ricadde sul suo talentuoso allievo Shimizu Takaji (1896-1978), già Menkyo Kaiden all’età di soli 23 anni.

Arrivato a Tokyo nel 1927, Shimizu riuscì ad introdursi negli ambienti tradizionalmente più vicini al jōjutsu, divenendo istruttore della polizia militare della marina imperiale.

Nel frattempo, alla morte di Shiraishii Hanjiro, il ruolo di esponente (Shihan) dello Shindō Musō-ryū jōjutsu venne assunto da un altro allievo del maestro, Takayama Kiroku (1893-1938), mentre a Shimizu venne riconosciuto il titolo di suo assistente (Fuku-Shihan).

Seguendo la linea prima di lui tracciata da Uchida Ryōgorō, Shimizu si prodigò instancabilmente per fare in modo che il jōjutsu uscisse dalla sterminata galassia delle innumerevoli tradizioni marziali locali, tutte ad alto rischio di estinzione a causa dei profondi cambiamenti in atto nella società giapponese dell’epoca: sua fu, infatti, l’intuizione che solo trasformando il jōjutsu in un’arte marziale di rilevanza nazionale si sarebbe potuto garantire ad esso maggiori probabilità di sopravvivenza.

Fu così che, nel 1940, Shimizu decise, per stare al passo con i tempi, di cambiare il nome della propria arte in Jōdo e di fondare la Dai Nihon Jōdokai (Associazione del Jōdo del Grande Giappone), della quale assunse la presidenza.

I frutti di questa scelta non tardarono a manifestarsi quando, al termine della guerra, il Jōdo di Shimizu, in quanto tecnica adottata dalla Polizia Metropolitana di Tokyo, non fu interessata dal divieto imposto alle pratiche marziali da parte delle forze di occupazione alleate.

Shimizu si rese ben presto conto che il sistema tradizionale di insegnamento della scuola male si adattava ad una più vasta platea di allievi, che in molti casi si trovavano a dover affrontare lo studio di tecniche molto complesse senza adeguate basi marziali.

Prendendo probabilmente spunto dall’esperienza di Jigorō Kano per il Judo, egli apportò alla disciplina notevoli cambiamenti, quali l’introduzione dei kihon, volti ad agevolare l’apprendimento di base.

Shimizu ideò anche due nuovi kataSuigetsu e Shamen – la cui forma molto diretta ed efficace si adattava particolarmente alle esigenze di utilizzo del Jo da parte delle forze di polizia.

Gli inevitabili contatti con il mondo del kendō spinsero Shimizu ad introdurre modifiche anche nel ruolo dell’Uchidachi, che assunse posture frontali e con il tallone posteriore sollevato; in generale, poi, tutti i kamae vennero mutuati dai Kendō No Kata, a loro volta elaborati a partire dal 1912.

Alla luce di quanto sopra, appare evidente quanto il Jōdo di Shimizu si fosse ormai differenziato dalla versione originaria, al punto che, a partire dagli anni ’50, si poteva parlare di due scuole distinte, quella di Tokyo e quella di Fukuoka.

In realtà, anche se alla morte di Takayama Kiroku il ruolo di rappresentante della scuola era stato assunto da Otofuji Ichizo (1899-1998), anch’egli allievo di Shiraishii Hanjiro, agli inizi degli anni ’60 Shimizu era unanimemente considerato il vero esponente dello Shindō Musō Ryū Jōdo.

Certo, la scuola di Fukuoka continuava ad esistere ma, essendo cristallizzata nelle sue forme secolari, tipiche dei Koryū tradizionali, risultava essere sempre più emarginata da quanto avveniva nella capitale.

Al contrario, il pragmatico Shimizu, proseguì nella sua opera di diffusione del Jōdo aprendo la pratica di questa disciplina anche ad allievi non giapponesi, per citarne uno l’americano Donn F. Draeger, vero pioniere dello Shindō Musō Ryū Jōdo tra gli occidentali.

Gli sforzi di Shimizu furono premiati quando il Jōdo venne ammesso a fare parte della Zen Nihon Kendō Renmei, la potente federazione volta alla diffusione e promozione del Budō armato giapponese fondata nel 1952.

In questo nuovo contesto, Shimizu operò, nel 1968, l’ultima fondamentale trasformazione della disciplina, ovvero la creazione di un nucleo compatto di tecniche, 12 kata tratti dallo Shindō Musō Ryū Jōdo, per una “alfabetizzazione di base” ad uso, in primis, dei praticanti di Kendō e di Iaido: era nato il Seitei Jōdo.

I pregi e i limiti della codificazione nelle nostre discipline meriterebbero forse una riflessione a parte: sta di fatto che, oggi, i praticanti di Jodo hanno a disposizione forme altamente standardizzate per apprendere i rudimenti della propria arte, partecipare a competizioni ed essere valutati nei passaggi di grado.

Accanto a questa realtà, continua ad esistere lo sterminato mondo del Koryū, fatto, come tutti i saperi tradizionali, di mille interpretazioni e mille varianti, a loro modo tutte corrette in quanto frutto della ricerca personale, unica e irripetibile, di chi ha dedicato una vita intera allo studio della propria arte: il Maestro.

Il Koryū indica quindi appartenenza, riconoscimento di un legame.

In quest’ottica mi sento quindi di interpretare le decisioni del Maestro Ishido di trasmettere, diffondere e quindi, in qualche modo, mettere al sicuro il Koryū che contraddistingue la linea di trasmissione Kiryoku.   

In quest’ottica, mi sento anche di citare il messaggio più volte ripetuto dal Maestro Rene Van Amersfoort nel corso dei suoi seminari: compito del vero praticante è quello di copiare e proteggere …. un patrimonio unico e, in quanto tale, inestimabile.

I 9 Segreti di Musashi – 2

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I 9 segreti di Musashi nello iaido

“Vivi come se dovessi morire domani. Impara come se dovessi vivere per sempre.”

Mahatma Gandhi

“Divertiti. Ricorda, amico mio, di goderti il progetto così come il suo risultato, perché la vita è troppo breve per riempirla di energia negativa.”

Bruce Lee

Stiamo ripercorrendo i 9 precetti necessari per intraprendere la via dell’Hejō (strategia) descritti nel libro dei cinque anelli di Musashi (ed. Mediterranee) in riferimento alla nostra pratica di iaido. Abbiamo già affrontato il primo relativo a non coltivare cattivi pensieri. Oggi affrontiamo il secondo che recita:

esercitati con dedizione  

Questo principio è abbastanza facile da comprendere. Per progredire in qualsiasi cosa è necessaria dedizione e tempo. E’ un principio che vale per ogni sportivo, ricercatore, musicista ecc. e per chiunque voglia eccellere in qualche campo. Nel nostro caso si tratta di sviluppare l’attitudine fisica al movimento che si completerà grazie al collegamento con la giusta attitudine mentale sviluppata negli  altri precetti. Normalmente questo richiede una pratica costante perché in qualche modo l’uso della spada deve diventare naturale per il nostro corpo ed è una cosa tutt’altro che facile.

Bisogna con pazienza praticare, praticare e ancora praticare con tutta l’attenzione e la risolutezza che è nelle nostre capacità. Bisogna riuscire a lavorare sulla pratica e sulla teoria insieme per riuscire a migliorarci continuamente e alimentare il nostro percorso di crescita. Praticare con serietà, passione  e con coraggio ma mantenendo  un atteggiamento attivo, una mente aperta in modo che ci sia sempre un crescendo di conoscenze e ci sia sempre lo spazio e la curiosità per qualche cosa di nuovo che si aggiunge. Perché se la nostra mente è troppo piena di certezze non c’è spazio per nuove scoperte e nuovi sviluppi – come ho già scritto nell’articolo Cuore (mente) da principiante.

Anche se abbiamo parlato di dedizione e continuità di pratica dobbiamo ricordarci che è importante anche la leggerezza: imparare con gioia vivendo appieno ogni momento del nostro progredire sulla via. Dobbiamo riuscire a divertirci attraverso la pratica. Il ripetere senza attenzione i movimenti non può che generare noia mentre il divertimento nasce dal trovare e cercare sempre nuovi stimoli, porsi degli obiettivi e affinare costantemente qualche passaggio: migliorare costantemente se stessi.

Come dice il Maestro Vitalis nel suo libro A lifelong of Budo 

“Gei: art

Ni Asobu: to enjoy, to live by

Gei stands for all the arts that Samurai were schooled in, but for us it stands for Budo. In order to continue study of Budo for a long time, you must keep enjoying it. Because it is no longer a killing art, and it is meant to enrich your mental and physical health, you will stop training Budo if you lose the enjoyment of training. Already at the end of the Edo period (1603-1868), the Samurai of Mito discovered that basic principle, and this resulted in this wonderful concept.”

vitalis-gei-ni-asobu
Gei Ni Asobu, Kodokan building in Mito City, Ibaraki Ken. Per approfondimenti leggi l’articolo Budo Q&A 2021 by Louis Vitalis Sensei

La mente del Samurai, citazione e commento (2)

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Kumazawa_Banzan

Il drago è la creatura con la più grande energia positiva, tanto che può librarsi in cielo anche senza ali. Eppure generalmente resta raggomitolato in acque calmissime. Nello stesso modo un uomo dotato di autentico coraggio marziale coltiva se stesso con costanza.

Kumazawa Banzan (1619-1691), in T. Cleary (ed), Training the Samurai Mind: a Bushido Sourcebook, Shambala, Boston (MA) 2008. [ed. italiana: La mente del Samurai, Mondadori, Milano 2009, p. 54]

Se c’è una creatura del Sol Levante che ha avuto grande impatto sull’immaginario europeo, quella è senza dubbio il drago. Questo curioso essere serpentiforme, reso celebre dalle illustrazioni e le stampe importate da oriente, ha davvero poco a che fare con i draghi del folklore occidentale: laddove questi sono avidi e malvagi, legati a forze oscure, irrazionali o caotiche, i draghi orientali sono creature buone, equilibrate, e, nelle parole di Kumazawa Banzan, dotate della più grande energia positiva. Il fatto che non possiedano immense ali da chirottero per poter volare nei cieli, come i loro parenti occidentali, la dice lunga sulla loro illuminazione spirituale. Il loro volo non dipende da azioni fisiche, ma da un puro esercizio spirituale.
Tutto questo può essere folkloristico e interessante, ma resta da chiedersi per quale motivo il nostro autore premetta questo esempio sul drago alla sua ultima affermazione sul coraggio marziale.

Seguendo la similitudine di Kumazawa Banzan, l’uomo coraggioso sta al drago, come la costanza sta all’apparente calma e docilità del drago. Ora questo non è immediatamente intuitivo. Il fatto che il drago, pur potendo librarsi in aria, preferisca dormicchiare in fondo a qualche laghetto non sembra rimandare ad uno specifico modo di lavorare su noi stessi con costanza.
Ho l’impressione che l’esegesi di questo passo richieda in qualche modo di comprendere di cosa sta parlando più in generale l’autore. Nelle pagine precedenti, Banzan si è occupato di definire come sia possibile il riconoscere il valore in un combattente, o meglio: la forza e la debolezza nelle persone. Per questo motivo non è soltanto per una nota di colore che a conclusione di queste riflessioni si ponga l’esempio del drago: potente e illuminato, ma del tutto disinteressato nel manifestare a tutti i costi le sue virtù.

Nell’esercizio del budo, occorre mantenere un basso profilo. Questo non significa affatto agire ipocritamente ostentando falsa umiltà, ma neppure agire come esaltati coltivando l’ego nelle proprie acquisizioni temporanee. Il fatto che il drago giaccia sul fondo del lago ha probabilmente a che vedere con il fatto che durante la pratica marziale occorre farsi attrarre dagli elementi apparentemente più umili della pratica, e solo attraverso la pratica costante e perseverante di essi sarà possibile giungere all’illuminazione propria del drago. Quanto può essere fuori luogo ostentare la conoscenza di molti kata complessi se poi non si è in grado di praticare kihon? La calma del drago è misura del suo reale potere spirituale, e questo dovrebbe valere anche per noi esseri umani. Mantenere uno spirito concentrato e attivo anche nelle acque calmissime dei nostri dojo è probabilmente il modo migliore per poter progredire con onestà nel cammino marziale; un cammino che richiede il coraggio lento della perseveranza, contro la tentazione dell’immediatezza e dell’acclamazione dell’io. Può darsi che il fatto che i nostri draghi occidentali abbiano le ali parli anche di noi e di come ci piaccia tutto sommato immaginare un volo immediato e concreto, rispetto a quello spirituale dei draghi nipponici. Sia quel che sia, forse anche noi dobbiamo ripensare i nostri tentativi di volare.

Interviste: Jock Hopson Sensei

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jock hopson iaido sensei
English version here

Hopson Sensei, è un piacere poter cominciare un ciclo di interviste ai massimi gradi europei con uno dei pochi che abbiano ottenuto il settimo dan in tre diverse discipline, Kendo, Iaido e Jodo. Abbiamo davanti una figura fondamentale per lo Iaido europeo e cominciamo quindi con l’usuale domanda di rito: quando è nato e dove?

Sono nato a Northampton Town, nell’East Midland (UK), il 21 maggio 1944.

Sono passati molti anni da quando ha iniziato il suo percorso nel Budo: quando e come ha iniziato, che gradi ha raggiunto e quando si è reso conto che era diventato un impegno totale per lei?

Ho iniziato a praticare Kendo nel 1961 all’età di 17 anni, sotto la guida di Roald M Knutsen presso lo Shinto Ryu Dojo di Vauxhall, nel sud di Londra.

Prima di allora praticavo un po’ di Judo con un club locale nel sud di Londra, ma non ho mai superato la cintura gialla.

Nel periodo in cui praticavo Kendo a Vauxhall ho anche praticato Judo e Aikido con Senta Yamada Sensei, ma ben presto ho fatto del Kendo la mia unica area di studio.

Qual era lo scenario tipico dei dojo di Iaido quando ha iniziato a praticare?

Sebbene Roald Knutsen praticasse lo Iaido per conto proprio, a quel tempo avevo pochissimo interesse per la sua disciplina. A quel tempo la British Kendo Association, fondata nel 1962 da Roald Knutsen stesso, era appena agli inizi ed era in competizione con i suoi rappresentanti e la sua influenza con il British Judo Council, fondato nel 1958. La sezione Kendo e Iaido, gestita da uno dei fratelli Otani, Tomio, figlio dell’influente insegnante di Judo Matsutaro “Pops” Otani, operava sotto la guida di Kenshiro Abe sensei, diplomato prima della guerra presso il Budo Senmon Gakko (Università di Specializzazione nel Budo).

Per quanto ne sappia, questo era il solo scenario relativo allo Iaido nel Regno Unito a quel tempo.

jock hopson iaido sensei
Basic Iaido with a shinken aged 17  (no Iaito available)

Rimanendo nell’ambito dello Iaido, chi è il suo sensei di riferimento, a quale ryu appartiene e come è entrato in contatto con il suo maestro?

Il mio Sensei di Iaido è ovviamente Ishido Sensei, dalla mia prima lezione fino ad ora. Mi ha insegnato quel poco che so di Muso Shinden Ryu e Muso Shinden Jushin Ryu.

Entriamo nel cuore dell’intervista e cominciamo allora a parlare di questa disciplina. Cosa è lo Iaido per lei, qual è il suo significato e cosa le offre questa disciplina?

Lo Iaido, per me, è utile come contrappeso al Kendo (sei chu do e do chu sei). Francamente non riesco a comprendere chi faccia l’uno e non l’altro. Tuttavia, è stato solo quando ho raggiunto il quinto dan di Kendo che ho incontrato Ishido Sensei e ho iniziato ad apprezzare ciò che lo Iaido poteva aggiungere.

jock hopson iaido sensei
1979 Aug, Ishido sensei and Jock in Edinburgh

Andando un po’ più nel dettaglio, ci può parlare del suo rapporto con Ishido Sensei? Ad esempio, come è iniziato e come è evoluto?

Nel 1979 ho avuto la possibilità di usufruire in uso gratuito di un appartamento di proprietà di un medico giapponese che avevo incontrato nel Regno Unito per un “tour conoscitivo” sul Kendo e lo Iaido europei. Con l’aumentare della  calura estiva e dell’umidità, il mio entusiasmo per il keiko di Kendo diminuì. La grande crisi arrivò però un giorno di giugno, quando il dottor Hatakeyama mi invitò per un “bel keiko amichevole” presso il dojo della polizia locale, nel quale stavano facendo il loro Shochu geiko, il tipico allenamento con il caldo, e non riuscii a pensare ad un modo per potermi sottrarre all’invito. Ma poi arrivò una frase benedetta: “beh, se non vuoi fare Kendo, potremmo sempre andare in un dojo Iai, con l’aria condizionata” – che offerta!

Da quando Roald Knutsen praticava lo Iai nei primi anni ’60, avevo sempre considerato la pratica dello Iaido come un’attività lenta e noiosa, adatta solo per i praticanti più anziani, ma quando siamo arrivati ​​al dojo di Ishido Sensei, lo Shinbukan di Kawasaki, e ho visto lo Iaido del Sensei potendo sperimentare il suo metodo di insegnamento chiaro, conciso e logico, ho pensato “sì, questo fa per me”. Per la prima volta, sotto la tutela di Ishido Sensei, i tagli e le spinte dello Iai cominciavano ad avere un senso, e in quel momento, avendo già passato diciotto anni con la pratica del Kendo, era tutto abbastanza semplice da mettere in pratica. Ero preoccupato di come avrebbero potuto convivere gli allenamenti con l’insegnamento dell’inglese alla sera, ma il Sensei mi spiegò che avendo pagato la quota mensile, il dojo era lì a disposizione per me, e che se fosse stato libero quando mi fossi presentato durante il giorno, allora avrei ottenuto una lezione individuale. Un affare incredibile! 

Insieme a quasi tutti gli altri praticanti dello Shinbukan dojo, fui iscritto al Kanagawa Ken Summer Taikai e, con mio grande stupore, tornai a casa con un primo posto nella divisione Mudan. Intendiamoci, non credo che ci siano mai più di una manciata di persone a Kanagawa a livello Mudan in un qualsiasi momento, ma comunque è stata una bella esperienza.

jock hopson iaido sensei
1979 Iaido Mudan Taikai, Kanagawa

E’ sempre affascinante ripercorre le fasi storiche di un’evoluzione con i ricordi di chi li ha vissute e mi piacerebbe approfondire ancora un po’ la sua esperienza giapponese: come l’ha vissuta in quanto straniero e in particolar modo come uno dei primi stranieri ad allenarsi allo Shinbukan dojo di Ishido Sensei? Ha qualche esperienza memorabile che vorrebbe raccontarci?

In realtà la mia prima esperienza in un dojo giapponese fu nel 1965, quando trascorsi diversi mesi in un dojo di Kendo a Fukuoka, diretto da Oura Yoshihiko Sensei. L’allenamento quotidiano fu fisicamente duro per me, ma ovviamente normale per i ragazzi giapponesi, e considerando che avevo allora 21 anni ed essendo lontano da casa per un lungo periodo già come prima volta, fu un’esperienza particolarmente dura anche mentalmente. A quell’epoca non avevo alcuna conoscenza del giapponese e nemmeno un biglietto di ritorno per il Regno Unito! A quel tempo gli stranieri erano piuttosto rari nelle zone rurali di Fukuoka e dovetti sopportare molti sguardi e commenti ogni volta che uscivo.

jock hopson iaido sensei
1965 Oura sensei and family, Fukuoka

Sicuramente un’esperienza dura, ma è stato l’inizio di un viaggio che l’ha portata ad essere uno dei pochissimi tripli settimi dan europei: come pensa che la relazione tra Kendo, Iaido e Jodo abbiano influenzato il suo sviluppo complessivo del Budo?

Credo che al momento siamo solo Louis Vitalis e io ad aver raggiunto il settimo dan in tutte e tre le discipline, ma è difficile giudicare come mi abbiano influenzato. Una cosa che mi viene in mente è che per quanto bravi possiamo pensare di essere in qualsiasi disciplina, ci saranno sempre migliaia e migliaia di budoka che sono anche migliori. Quando vedo la postura e l’autoesaltazione delle persone nei dojo e su Facebook mi chiedo piuttosto che cosa abbiano effettivamente imparato dal Budo, oltre a un sacco di tecniche. Mi è persino capitato di sentire un sesto dan di Iaido lamentarsi dicendo “Ancora una volta non ho ricevuto il mio settimo dan, penso che per la prossima volta imparerò un altro Koryu ” – DOH!

Per noi non è certo facile apprendere a fondo i concetti del Budo, ma a questo punto quale ritiene essere la differenza tra l’insegnamento giapponese, da Ishido Sensei a lei, e l’insegnamento occidentale, ad esempio il suo verso i suoi studenti?

Penso che la differenza non sia da ricercarsi tra gli insegnanti quanto piuttosto tra gli studenti. A noi europei piace progredire velocemente e aggiungere quante più tecniche il più velocemente possibile, mentre i giapponesi sono forse più capaci di perseverare ed imparare lentamente, ma con maggiore profondità. Quando sono arrivato per la prima volta nel Regno Unito accompagnato da Ishido Sensei, ci siamo resi conto rapidamente che culture diverse potevano facilmente portare a enormi malintesi, e ci siamo promessi reciprocamente di parlare liberamente e apertamente per evitare che sorgessero tali problemi. Ishido Sensei e il mio garante per la residenza in Giappone, il dottor Ohmura, sono tra le pochissime persone che si sono prese il tempo e la fatica di spiegarmi in dettaglio come e perché le relazioni vengono stabilite, o interrotte, secondo la società giapponese e le sue regole. Quanto a me, a differenza del modo in cui insegnavo da giovane, cerco di insegnare in modo che gli studenti siano felici, anche se stanno lavorando duramente per fare progressi costanti (gei ni asobu).

Il tema dell’insegnamento è fondamentale per progredire e per tramandare la cultura alle generazioni future: ancora su questo tema e su questa responsabilità, quando ha iniziato a pensare all’insegnamento e quando ha effettivamente iniziato a insegnare? Ha qualche preferenza riguardo ad una classe specifica e ai requisiti unici dei praticanti, ad esempio bambini, competitori, o adulti, e riguardo all’insegnamento che sta impartendo?

Come avrai visto dal mio curriculum sono un insegnante qualificato, anche se la mia esperienza effettiva nelle scuole è stata molto breve. Al contrario, ho insegnato prima Kendo, poi Iaido e quindi Jodo, fin dal mio ritorno nel Regno Unito, nel 1965, con il grado di secondo dan di Kendo. Avendo iniziato praticamente al piano terra del Budo nel Regno Unito, ho sentito che era mia responsabilità trasmettere tutto ciò che avevo imparato nel modo più aperto e responsabile possibile. La mia preferenza personale per l’insegnamento è verso i principianti assoluti e per quegli studenti che trovano difficile imparare. I principianti perché una buona comprensione delle basi fa molto per il successo finale e gli studenti con difficoltà di apprendimento perché tendono seriamente a valutare i progressi che fanno, specialmente quando si sono impegnati così tanto per arrivarci. Ho poca ammirazione per chiunque trovi il Budo così facile da cambiare disciplina in un batter d’occhio e per chi abbia praticato diverse arti marziali per non più di un mese o due al massimo. La mia scelta personale riguarda un insegnamento non finalizzato a fare soldi, fondamentalmente perché vedo il Budo come un dono, non qualcosa da vendere. Questo mi dà anche la libertà di non insegnare a persone che non mi piacciono o che non mi ispirano fiducia dopo averle conosciute.

Ci può descrivere una sua tipica lezione di Iaido?

Cerco, ma non sempre ci riesco, di rendere le lezioni divertenti e allo stesso tempo faticose. Sono molto severo riguardo all’etichetta del dojo e al rispetto dovuto al dojo, ai compagni di pratica e agli istruttori.

jock hopson iaido sensei
1965 Yubukan Dojo, Fukuoka

A proposito di esperienza e cambiamenti, ritiene che lo Iaido sia cambiato nel corso degli anni, e come?

Senza dubbio. Partendo da un livello piuttosto amatoriale, quando l’attrezzatura era praticamente irraggiungibile e i praticanti si creavano la propria hakama e keikogi (negli anni ’60 gli studenti si facevano persino la propria armatura di Kendo) siamo arrivati agli atleti dei Taikai europei, di Kendo, Iai o Jodo, con allenatori, manager, tute della squadra ecc., per non parlare anche di quei molti praticanti esperti più in là con gli anni che hanno raggiunto un’ottima conoscenza della lingua giapponese, scritta e parlata. Ora vengono praticati così tanti ryu-ha diversi in Europa come in America, con uno studio approfondito di vari Koryu, regolari viaggi di formazione in Giappone, persino partecipanti europei al Kyoto Taikai e che provano a passare le prove per l’ottavo dan – è davvero incredibile. L’aver raggiunto un livello nella storia del Budo europeo tale per cui ora ci sono alcuni insegnanti di Budo professionisti a tempo pieno al di fuori delle più comuni discipline come Karate e Judo, indica la popolarità delle arti marziali giapponesi. Sfortunatamente, però, le cose sono anche peggiorate nella misura in cui diversi studenti europei non sono riusciti a comprendere la storia del Budo e la cultura giapponese, ad un punto tale da venire allontanati seppure a malincuore, dai loro Shisho (maestri) giapponesi. Un enorme imbarazzo per i budoka europei.

Quindi ci sono delle differenze importanti imputabili alle diverse culture: pensa che uno iaidoka non giapponese possa intimamente comprendere la cultura e la filosofia dietro lo Iaido?

Sì, ci sono alcune differenze, ma ovviamente dipendono dal singolo individuo. Ritengo essenziale avere un Sensei giapponese preparato ad insegnare il “perché” e il “come” del Budo. Ricordo molto bene il compianto Namitome Sensei all’EJC di Bologna quando ci disse che da giovane credeva che gli stranieri non avrebbero mai potuto comprendere il Budo. Dopo la guerra vide lo spirito del Budo della sua giovinezza diluirsi gradualmente e cominciare a svanire: tuttavia, lo spirito che ha visto durante le gare lo aveva reso così felice nel vedere che lo spirito del Budo della sua giovinezza poteva ancora essere visto in Europa.

Attraverso la sua esperienza abbiamo percorso il passato e il presente dell’arte della spada, dentro e fuori dal Giappone: cosa ne pensa invece del futuro dello Iaido europeo?

Ritengo sia molto incerto. Lo Iaido sarà sempre un’attività minoritaria rispetto al tennis, alla pesca, o altro. Il numero di persone che vogliono iniziare lo Iai, Jodo o Kendo sarà sempre relativamente piccolo. Quando gli iaidoka più avanzati iniziano a competere per la stabilità finanziaria con un numero limitato di studenti, posso immaginare lo Iaido diventare come i gruppi professionisti di Karate, Kung Fu, MMA visti in America e in Europa. I gradi dan diventeranno sempre più facili da ottenere, lo iaito sarà venduto dagli istruttori ai principianti per profitto: se non staremo molto attenti, la formazione di grandi “imperi del Budo” potrà eventualmente portare alla commercializzazione totale dello Iaido.

Cosa consiglierebbe quindi ad un giovane iaidoka principiante?

Molto semplicemente, di trovare un istruttore esperto e gentile, qualcuno che gli piaccia come persona, senza lasciarsi influenzare da quanti dojo gestisca o da quanti ryu-ha possa conoscere. La tecnica è qualcosa che si può imparare attraverso l’allenamento, ma se il suo istruttore è il tipo di persona che gli faccia venir voglia di rinunciare, allora dovrebbe cercarsi un altro istruttore.

Siamo ormai al termine dell’intervista. Grazie per aver condiviso con noi tutte queste esperienze e per averci illustrato l’evoluzione di queste discipline. Per chiudere, come riassumerebbe in due parole un precetto particolare del Budo che le piace trasmettere?

鬼手佛心

Ki-Shu-Bu-Shin. L’abilità di un demone e il cuore di un Buddha.

Biografia di Jock Hopson Sensei

Anthony Patrick (Jock) Hopson è nato a Northampton Town (East Midland, Regno Unito) il 21 maggio 1944.

Dopo una formazione che ha attraversato diverse discipline come Lingua Inglese, Matematica, Fisica, ha iniziato la sua carriera di insegnante dopo aver frequentato il Goldsmith College presso l’Università di Londra, ottenendo nel 1967 l’Attestato di Formazione per Insegnanti presso il Dipartimento di Educazione e Scienza: durante un anno sabbatico ha viaggiato in Giappone, dove ha studiato “Lo sviluppo e la fabbricazione delle armature giapponesi” e si è impegnato quotidianamento con l’allenamento di Kendo.

Appassionato di modellazione, design di mobili e artigianato, nel 1969 Hopson ha conseguito diversi diplomi per la produzione e il design di mobili presso il London College of Furniture, dove ha ricevuto anche l’Horatio Meyer Design Prize.

Gli anni Settanta hanno caratterizzato l’occupazione come insegnante sia nel Regno Unito che in Giappone, dove ha ottenuto l’Intermediate Certificate per lingua giapponese presso la Waseda University. Tornato nel Regno Unito, le sue passioni lo hanno portato a ottenere un Higher Certificate Post Diploma Studies in Carving and Gilding Certificate and Heraldry, lavorando come Conservation Officer per il Framing Department presso la National Gallery di Londra. Alla fine degli anni Ottanta ha fondato la Jock Hopson Conservation Service, specializzata in cornici e specchi intagliati e dorati.

La sua carriera nel Budo non è meno densa della sua vita professionale, partendo come Kendo Ikkyu nel 1962 e fino a Nanadan nel 1994 attraverso esami di grado in Gran Bretagna, Giappone e Francia, è stato nominato Renshi nel 1979 quando era Godan e Kyoshi nel 1987 quando era Rokudan, entrambi i riconoscimenti conseguiti a Kanagawa, in Giappone.

In diversi anni dal 1977 al 1995 è stato Assistant Coach, Coach, Senior Coach e Coach Tutor per la British Kendo Association (BKA). Come competitore di Kendo la sua carriera non è stata meno brillante, frequentando Taikai in tutta Europa e Giappone, salendo più volte sul gradino più alto del podio in competizioni nazionali e internazionali, oltre ad essere selezionato come Arbitro per i Campionati Europei e Mondiali di Kendo fino al 1995.

È stato Istruttore Senior di Kendo al London Kendo Club dal 1965 al 1971 e all’Eishinkan Dojo dal 1982 ad oggi, mentre ha ricoperto ruoli anche presso la BKA come presidente e vicepresidente.

Nel 1979 è stato riconosciuto Iaido Ikkyu, sotto la guida del suo Sensei, Ishido Shizufumi, giungendo infine al Nanadan nel 1998; è stato nominato Renshi nel 1992 quando era Rokudan e poi Kyoshi nel 1998 quando era Nanadan, tutti gradi dan e shogo ottenuti in Giappone, a parte Yondan in Francia. Il suo primo successo competitivo nello Iaido risale al 1979 in Giappone, quando ha ottenuto il primo posto nella categoria Mudan al Kanagawa Ken Summer Taikai, iniziando una carriera che lo ha portato ad essere Istruttore Senior di Iaido all’Eishinkan Dojo dal 1982, oltre ad essere stato selezionato come arbitro in più occasioni ai Campionati Europei di Iaido.

La carriera nello Jodo di Hopson è iniziata con il grado Ikkyu nel 1981 in Giappone, sotto la guida di Hiroi Tsunetsugu Sensei, raggiungendo il livello Yondan nel 1986 guidato da Ishido Shizufumi Sensei e fino a Nanadan nel 2000; è stato riconosciuto Renshi nel 1994 quando era Rokudan e Kyoshi nel 2015 quando era Nanadan, tutti i gradi ottenuti in Giappone a parte Nidan, Sandan e Kyoshi nel Regno Unito. Dal 1982 è anche Istruttore Senior di Jodo all’Eishinkan Dojo.