LA NOBILTÀ DELLA SCONFITTA
Ivan Morris
Guanda – Biblioteca della fenice

È spesso difficile comprendere appieno concetti che afferiscono a culture lontane, basate su religioni e filosofie diverse dalla propria. Ed è invece purtroppo più diffuso essere vittime di luoghi comuni, abitudini e non ultimo di un certo “machismo” che vuole l’uomo, non inteso in senso strettamente cromosomico, sempre vincente per poter essere qualcuno e per affermarsi, sempre e soprattutto, agli occhi della cosiddetta società, che non lascia spazio alla sconfitta, non dà spazio ai perdenti, anzi, li deride o li addita spesso come succubi, ingenui o incapaci.

la nobiltà della sconfitta

Ma partiamo allora da qualcosa di più vicino alla nostra cultura, prendendo ad esempio il celebre monologo con il quale Amleto si interroga sul fatto se sia più nobile all’animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell’iniqua fortuna, o prender l’armi contro un mare di problemi e combattendo disperderli. Il tormentato protagonista shakespeariano è afflitto dal dubbio, continuare a vivere nelle avversità o andare incontro alla morte e abbandonarsi al nulla, e la sua riflessione va anche oltre, verso l’idea che sia la capacità umana di pensare che blocchi l’individuo al momento dell’azione portandolo a soffrire per mille motivi, ed è stato detto che sia perché l’uomo teme l’ignoto dopo la morte.

La nobiltà della sconfitta di Ivan Morris affronta brevemente una questione che contraddistingue molti eroi che non escono vittoriosi dalle loro dispute nonostante le loro virtù, il loro coraggio e le loro gesta. Mi piace poterle portare ad un più realistico, per quanto semplificato, paragone con la nostra vita quotidiana, prendendo spunto dal titolo oggetto di questa presentazione per partire con i punti di contatto con  l’ambito marziale delle discipline che pratichiamo. Possiamo pensare alle emozioni e alle sensazioni legate al mancato superamento di un esame, all’uscita alle prime fasi eliminatorie di una gara, ad un ippon subito da un compagno di allenamento, magari più inesperto, o in maniera più generale possiamo pensare alla nostra vita privata, scolastica o professionale, e quindi tornare all’idea dicotomica bene/male, giusto/sbagliato, vincitore/perdente e del giudizio che spesso ci blocca, al pensiero di cosa possa accadere dopo un risultato negativo, a come verremmo visti in caso di sconfitta. Pescando nella ricca cultura asiatica, una frase attribuita al Buddha recita che sia “meglio conquistare se stessi che vincere mille battaglie”, e un noto adagio giapponese dice “cadere sette volte, rialzarsi otto”: in poche parole, è più importante passare attraverso le sconfitte per diventare migliori, per andare incontro alle proprie paure e vincerle, per rimettersi in pista nonostante tutto, ma comunque, anche di fronte al peggio, comportarsi con sincerità mettendo in mostra i propri valori. Non la ricerca della fama attraverso il successo, ma la dimostrazione attraverso i sacrifici di quanto valga la pena di fare.  

Ivan Morris racconta di eroi dei quali tratteggia la biografia, descrivendone tra storia e narrativa le varie forme della sconfitta, la dignità che ne può derivare e le ragioni del fascino particolare che esercita nella tradizione giapponese, passando in rassegna figure a volte anche controverse, presentando personaggi iconici della storia giapponese, nobili, semidivinità, guerrieri e condottieri, per arrivare fino alle figure più moderne dei piloti kamikaze.

Un testo amaramente piacevole e a mio avviso istruttivo, che accompagna quasi drammaticamente il lettore attraverso le vite di persone che nonostante la loro fine, e non dal lato dei vincitori, hanno saputo lasciare un segno e una memoria di forza, valore e carattere, e che sono ricordati ancora oggi nonostante la sconfitta.

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