di Cristina Gioanetti – 3° Dan Iaido
12 aprile 2016

Ad inizio aprile si è tenuto uno dei seminari europei dedicato al jodo e allo iaido che è ormai diventato un appuntamento classico.

E’ uno stage organizzato dalla federazione svizzera che si svolge in primavera presso lo Sportzentrum BASPO di Magglingen.

Nutrita come sempre la presenza di sensei europei; fra i 7° dan, infatti, erano presenti: dal regno Unito, Jock Hopson e Fay Goodman, dall’Olanda, René Van Amersfoort e Aad Wijngaart, dalla Svezia, Takao Momiyama e dall’Italia, la “nostra” Danielle Borra.

La nostra piccola comitiva torinese era composta dalla maestra, dal migliore 6° dan italiano Claudio Zanoni – alla guida – e da noi, ormai inseparabili compagni di viaggio, Alessio Rastrelli ed io.

Alessio ed io ci siamo proprio conosciuti qui a Magglingen in occasione dell’esame da ikkyu; da quella volta sua moglie ha gentilmente declinato l’invito alla simpatica gita alpina.

Lo stage è sempre ricco di spunti ed interessante per la presenza di tanti maestri e la partecipazione di praticanti da tutta Europa; ma possiamo capire che per gli accompagnatori la perfezione svizzera un po’ claustrofobica sia piuttosto intollerabile unita alla ripetizione dei kata per otto ore al giorno(!)

Il sabato mattina – fischio d’inizio ore 9,30 – abbiamo ripercorso 10 dei 12 kata di seitei, che abbiamo terminato nella prima parte del pomeriggio, subito dopo la pausa pranzo.

L’impostazione era ovviamente finalizzata a ribadire tutti i punti tecnici in vista degli esami; quindi, sebbene fossimo suddivisi in gruppi a seconda del grado, vi era un momento comune di spiegazione del kata, in cui Hopson-sensei, armato di appunti scritti e del suo proverbiale british humour ed affiancato da un maestro che mostrava il kata in questione, metteva in rilievo gli elementi che vengono considerati dai giudici durante l’esame e che necessitano di essere eseguiti correttamente. Dopodiché si tornava al proprio gruppo e si ripeteva il kata per una quindicina di minuti sotto la supervisione di un 7° e di un 6° dan.

L’ansia degli esaminandi ha iniziato a farsi sentire dopo pranzo; il nostro amico di Savona, Carlo Sappino stava lentamente sviluppando l’iperventilazione pre-esame, tutti gli istruttori davano le ultime indicazioni ai propri allievi avviati alla fatidica prova, mentre quelli – come noi – che non dovevano sostenere nulla si disponevano sugli spalti per assistere alle varie sessioni.

Su due aree distinte si sono svolti dunque gli esami: da kyu da un lato, con una commissione completamente svizzera; dal 1° al 5° dan dall’altro lato con una commissione europea.

Le bocciature hanno colpito le categorie di chi provava a passare sandan e yondan – 3 su 7 nel primo gruppo e 3 su 4 nel secondo.

Carlo ha fatto un bellissimo esame – il patema gestito senza sbavature – ed ha conquistato il grado di godan, insieme al bravissimo Felix Klein dalla Germania e ad Eugenio Marsilli di Trento.

Nel frattempo, poco prima dello svolgimento delle prove, erano spuntati dal nulla due amici che ci ha fatto molto piacere ritrovare, Anna Rosolini ed Alessandro Natali del dojo di Lucca, i quali sono stati debitamente trascinati a mangiare la fonduta in un locale a Biel dalla sottoscritta e dal compare Rastrelli.

Ecco, sono tutte queste piccole cose che rafforzano il senso di appartenenza ad un gruppo: si appartiene al proprio dojo, e il tempo che si passa insieme ad allenarsi, ma anche a viaggiare e a cenare fa sì che si sviluppi confidenza ed amicizia; e poi si appartiene ad un gruppo molto più grande, composto da tutti i praticanti, con cui si condividono conoscenze e sforzi e che è bello ritrovare nei luoghi più disparati.

Il groviglio di lingue, gli abbracci fra compagni che vedi a tutti gli stage o che incontri sempre e solo lì, il malefico badge che apre tutte le porte svizzere, le spiegazioni dei sensei di dettagli dei kata che hai sentito mille volte, ma che magari dette in quel momento nella loro lingua ti aprono un mondo e ti restano appiccicate in testa esattamente così – credo che lo “slightly backwards” di Hopson a proposito del piede prima dello tsuki del nono mi risuonerà in mente per anni…

E poi ancora, la sera del sabato, che non ti senti per niente stanco e il mattino della domenica, a praticare koryu vorresti buttarti per terra perché in realtà non hai più le gambe e non c’è un solo muscolo che non urli di dolore; l’idea di Robert che chi aveva passato l’esame dovesse bere tante birre quanto il numero del grado acquisito (a proposito, Sappino, ma la bicchierata?!); l’impegno nel cercare di mettere in pratica nel kata quello che chiedono i maestri e a cambiare le imperfezioni che ti hanno segnalato quando come falchi si aggirano nel gruppo e anche da lontano, mannaggia, vedono TUTTO.

Andare agli stage significa questo: un botto di ore di pratica che all’istante ti aggiunge un mese di palestra, modi diversi di dire le stesse cose che talvolta producono effetti miracolosi, i momenti buffi che diventano tormentoni divertenti, la stanchezza sana e la testa che elabora il più possibile di informazioni, le facce degli amici che ti sorridono e ti guardano dritto negli occhi per farti capire che anche loro provano quello che stai vivendo tu.

Quindi grazie a tutti gli amici dello iaido, ai maestri e agli organizzatori; ci si rivede presto da qualche parte.

1 commento

  1. Grazie Cristina! Mi è piaciuta in particolare la descrizione, molto calzante, del risvolto “sociale” della pratica, del quale si parla poco! Groviglio linguistico incluso XD

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