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Seminario arbitrale jodo 14-15/01/2023

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jodo-mezolara-2023

Le mie conoscenze sul jodo sono sicuramente limitate ed anche il tempo che dedico allo studio di questa arte marziale è limitato, ma ultimamente mi sta capitando di partecipare a diversi seminari tenuti da Vitalis Sensei.

Louis ha una didattica sensazionale ed un modo di insegnare sempre proattivo, anche se quando ti deve “cazziare” lo fa senza mezzi termini sempre con il sorriso e con una sorta di allegria.

L’ultimo a cui ho partecipato è stato il seminario arbitrale a Castenaso che, a parte la sorpresa di una multa arrivata ieri, è stato pieno di informazioni preziose e piccole chicche. Devo dire che mi sono divertito anche domenica all’allenamento della Nazionale tenuto da Vincenzo Caruso, allenamento che ho trovato bello e proficuo.

Ma torniamo al seminario arbitrale, non ho ancora deciso se mi interessi diventare arbitro di Jodo ma credo che per capire realmente la disciplina si debba interagire con essa a 360 gradi, ed infatti sabato per alcuni versi è stato illuminante.

Vitalis ci ha spiegato e fatto capire senza mezzi termini che non siamo maturi nel giudicare e personalmente ne sono più che consapevole, ma il modo in cui ci ha spronato ad osservare i punti importanti è stato veramente interessante.

Abbiamo arbitrato e tirato tutti, alternandoci nel ruolo di competitors e referees, Louis Sensei, ha più volte spiegato che non essendo ancora matura la nostra capacità di vedere i punti corretti delle esecuzioni, dobbiamo guardare più alla totalità dello shiai piuttosto che concentrarci sul singolo punto o movimento, perché per uno che riusciamo a cogliere ne perdiamo almeno altri 5 e quindi sarebbe un giudizio poco veritiero.

Altra cosa interessante, il fatto che ci abbia chiesto di arbitrare guardando anche la parte di Tachi, richiesta che ha fatto aumentare esponenzialmente la difficoltà ma che ha portato ai miei occhi (ma lui lo aveva ben chiaro in mente) quanto lacunosa sia la parte di Tachi nei praticanti di jodo.

Già al mattino infatti il riscaldamento è stato incentrato su come si muove il tachi, come si maneggia ecc. ecc. Ho rilevato alcune piccole differenze rispetto allo iaido ma tantissime cose in comune (e non potrebbe essere diversamente) che mi hanno fatto riflettere sulla pratica anche per quel che riguarda la parte del Jo. Il Sensei ha continuamente richiamato l’attenzione sul piede dietro che rimane sempre in spinta, sull’attitudine all’attacco che il tachi deve mantenere sempre, sulla lunghezza dei passi e su una miriade di piccoli punti che ho trovato interessantissimi.

Quindi in conclusione un seminario che mi ha fatto capire un po’ di più sul jodo e su quanto ci sia da studiare, si perché come sempre le cose mi piace farle bene e, anche se non riesco a dedicare lo stesso tempo dello iaido al jodo, sicuramente voglio crescere e migliorare in questa splendida arte marziale che comunque è affascinante e molto molto interessante.

Ultimo ringraziamento alla nazionale che mi ha permesso di allenarmi con loro, allenamento che mi è piaciuto molto e che mi riprometto di ripetere al più presto.

Peccato la multa che rovina questo splendido week end a Mezzolara.

Hattori Hanzo: da Kill Bill a Tokugawa Ieyasu

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Hattori Hanzo
English version here
Hattori Hanzo
[immagine da https://www.neonsplatter.com/reel-to-reel/kill-bill-vol-1-2003]

Fin da piccolo sono stato attirato dal fascino di un lontano Paese misterioso nel quale, nella mia infantile immaginazione, la vita scorreva tra mille avventure caratterizzate dalle arti marziali in cittadine con le casette di legno o in metropoli più moderne e simili a quella in cui vivevo.

Avendo cominciato a praticare arti marziali da piccolo, figlio di una cintura nera che mi accompagnò sul tatami forse ancora prima che a scuola, non potei che rimanere incollato al video quando le prime reti private nazionali cominciarono a mandare in onda i cartoni animati giapponesi, gli anime. La prima volta che ho sentito il nome Hattori Hanzo ero un piccolo judoka spettatore televisivo entusiasta di Sasuke, il piccolo ninja, ma non posso certo dire che a quell’epoca mi rendessi conto di come la cultura storica giapponese facesse da scenario, opportunamente romanzato, ad un cartone animato per bambini. E così i vari Tokugawa, i Toyotomi, i Sanada, i ninja di Iga e Hattori Hanzo erano solo dei nomi di personaggi di fantasia associati a personaggi che accompagnavano i miei pomeriggi, ma intanto il cattivo di turno, quello che resta più saldamente nella memoria, rimaneva ben impresso nelle mie fantasie e nei miei sogni. Solo molti anni dopo ho cominciato a rendermi conto di quante e quali citazioni, spesso accompagnate da errori storici notevoli ma finalizzati alla storia di fantasia, avessi inconsciamente guardato e ascoltato, e su tutte, quel Hattori Hanzo tornerà più importante e presente che mai.

Hattori Hanzo
[immagine da https://www.comingsoon.it/cinema/news/sonny-chiba-morto-l-hattori-hanzo-di-kill-bill-leggenda-del-cinema-di-arti/n127590/]

Passarono gli anni, ma le passioni e i gusti rimasero più o meno gli stessi. Con l’inizio del nuovo millennio un geniale regista portò sullo schermo una iconica pellicola, divisa in due “puntate”, dal sapore tutto nipponico ma in salsa splatter/b-movie, che strizzava l’occhio alla cinematografia giapponese e allo spaghetti western, con una colonna sonora da antologia: è Kill Bill di Quentin Tarantino, che in un mix esplosivo di riferimenti, azione, arti marziali e combattimenti con la spada, anche lei protagonista della storia, riproponeva a sorpresa un Hattori Hanzo molto particolare. In primo luogo perché vivo ai giorni nostri, e poi perché titolare di un ristorantino di sushi a Okinawa, probabilmente tanto poco esperto nelle arti culinarie (pare che i giappponesi definiscano Okinawa il peggior posto dove mangiare sushi) quanto maestro unico e leggendario della forgiatura delle spade, che realizzerà invece la migliore delle sue lame affinché la nostra eroina possa mettere in atto il suo vendicativo piano per uccidere, appunto, Bill, nonostante la promessa fatta una trentina di anni prima di non realizzare più strumenti di morte.

Definito da Tarantino il più grande attore che abbia mai lavorato nei film di arti marziali, Hattori Hanzo è impersonato in questa pellicola da Chiba Shinici “Sonny”, purtroppo scomparso nel 2021 per complicazioni da Covid, esperto di karate, ninjutsu, shorinji kempo, judo, kendo e goju-ryu karate, e che aveva già impersonato questo leggendario personaggio quando ancora guardavo Sasuke, nella serie televisiva giapponese Kage no gundan (Shadows Warriors), in onda nei primi anni Ottanta.

Hattori Hanzo
[immagine da https://melmagazine.com/en-us/story/sonny-chiba-obituary]

Agli appassionati di arti marziali, soprattutto se praticanti, in mezzo al teatrino comico del rapporto tra quello che appare il proprietario della locanda e il cameriere, nel film di Tarantino si sviluppa la realtà complessa, filosofica e profonda, di un altro rapporto, quello tra Maestro e allievo: quando l’Hattori Hanzo tarantiniano si rivela effettivamente come maestro e non più come locandiere, cambia il registro della comunicazione e dei rapporti, della riconoscenza e della responsabilità. Il cameriere che sembra avercela con il “capo” assume la sua posizione di discepolo e assistente, fedele e pronto ad apprendere, mentre il maestro sprigiona tutta la sua aura e il suo senso di responsabilità per aver “creato” un cattivo discepolo, quel Bill poi diventato uno spietato killer, responabilità che lo porterà quindi ad infrangere la sua promessa, forgiare la sua miglior spada, e donarla alla protagonista che con l’acciaio di Hanzo andrà a ripulire il mondo da un enorme parassita. L’insegnamento che si legge tra le righe è proprio quello del rapporto maestro-allievo, sensei e deshi, l’impossibilità di esistenza dell’uno senza l’altro, e la realizzazione del fatto che il percorso dell’apprendimento non sia solo dipendente dalla capacità del maestro, ma giochi un ruolo essenziale la figura del discepolo e la sua volontà che si manifesta attraverso comportamenti specifici e caratterizzati dal rispetto, che vanno dal linguaggio al rapporto interpersonale, e che pongono l’interessante questione, tipicamente orientale, alla base della differenza tra maestro e insegnante.

Avendo quindi sconfinato dalla fantasia cinematografica alla filosofica realtà delle arti marziali, sorge quindi il dubbio riguardo la figura di Hattori Hanzo: mito o figura storica?

Hattori Hanzo
[immagine da https://www.japanitalybridge.com/2018/01/japan-history-hattori-hanzo/]

Accade a volte che le due cose coincidano, o meglio, si trasformino l’una nell’altra e partendo da una vita realmente vissuta, si delineino successivamente i contorni della leggenda che continua a vivere nella memoria grazie alla cultura popolare.

Hattori Hanzo infatti è considerato il samurai giapponese più famoso di sempre: nato nel 1541 (era Sengoku) con il nome di Masanari in una famiglia di samurai di basso rango, a dodici anni era già un guerriero esperto del quale si narra abbia ricevuto gli insegnamenti sul monte Kurama, luogo di nascita di Sojobo, il Re dei Tengu che insegnò l’arte della spada a Minamoto no Yoshitusne (v. Tengu waza, tra mitologia e storia – e la trilogia Il Tengu che è in te) . A soli diciotto anni venne riconosciuto come maestro samurai e diventò un abilissimo condottiero al servizio del clan Matsudaira, meglio conosciuto in seguito con il nome di Tokugawa, e quindi una delle figure chiave nell’unificazione del Giappone al servizio di Ieyasu. Il padre, Yasunaga, era noto con il nome di primo Hanzo, e per discendenza Masanari ereditò il nome di secondo Hanzo: grazie alle sue abilità in battaglia da stratega, condottiero e spadaccino, si guadagnò presto il soprannome di Oni no Hanzo, il diavolo Hanzo, data la particolare caparbietà nell’inseguire coloro che intendeva uccidere simile a quella di un demone che perseguita le sue vittime e anche per distinguerlo da Watanabe Hanzo (Watanabe Moritsuna),il cui soprannome era Yari no Hanzo (la lancia Hanzo).

Distintosi particolarmente nelle battaglie di Anegawa e Mikatagahara al comando di unità di combattenti di Iga, alla morte di Oda Nobunaga, nel 1582, riuscì a portare in salvo Tokugawa Ieyasu attraverso i territori di Iga e Koga, proprio grazie alle sue conoscenze tra le fila dei ninja, che si unirono a lui in forze per assicurare la salvezza del futuro Shogun. In quanto samurai diede prova di maestria anche in diverse arti, non ultima quella della forgiatura: la sua reputazione nel realizzare armi particolarmente robuste e affilate fu tale che delle sue realizzazioni si diceva fossero in grado di tagliate qualsiasi cosa. Particolarmente legato ai ninja, sviluppò anche le modifiche della katana classica (uchigatana, la spada con lama ricurva) che si dice lo portarono a creare la famosa spada ninja, ninjato e nota anche con il nome di spada Hanzo, più corta, a lama dritta e con la punta squadrata. Un’invenzione che gli si attribuisce in maniera completa è invece lo shuriken, la cosiddetta lama volante altrettanto tipicamente associata ai ninja, creato con il suo amico d’infanzia, Kamiizumi Nobutsuna.

Hattori Hanzo
[immagine da https://www.youtube.com/watch?v=2dA9UcpTAR0, guarda il video The three surprising differences between katana and ninja swords]

Come guerriero e spadaccino si dice che abbia ucciso più di mille nemici in battaglia. Ma anche in questo caso la storia si fonde con la leggenda, che esige il suo tributo e lascia ai posteri un aneddoto particolare, riferito ad un duello in battaglia avveunto con Sishido Baiken, uno shinobi di Iga esperto nel kusarigama, che storia o leggenda vuole abbia battuto combattendo con una mano legata dietro la schiena. Curiosamente questo personaggio risulterebbe essere stato anche un avversario di Miyamoto Musashi, il quale lo uccisè utilizzando il wakizashi, la spada corta, dopo aver perso la katana ad opera della catena del kusarigama dell’avversario.

Hattori Hanzo, dopo il salvataggio di Ieyasu, prestò servizio durante l’assedio di Odawara, al termine del quale fu premiato con 8.000 koku di riso, e successivamente, quando Ieyasu entrò nel Kanto, ricevette altri 8.000 koku, 30 yoriki e 200 pubblici ufficiali al suo servizio, oltre a venire designato il leader dei ninja di Iga al servizio dello Shogun. Alcune fonti storiche dicono che trascorse gran parte dei suoi ultimi anni come monaco sotto il nome di “Sainen” e che avesse costruito il tempio Sainenji, a Yotsuya (Tokyo), per commemorare Nobuyasu, il figlio maggiore di Tokugawa Ieyasu, accusato di tradimento e di cospirazione da Oda Nobunaga e a cui fu ordinato di fare seppuku dal padre stesso: Hanzo fu chiamato come suo secondo ufficiale per mettere fine alle sofferenze di Nobuyasu, ruolo che rifiutò non volendo sollevare la spada sulla discendenza del suo stesso signore. Sembra che Ieyasu, dopo aver saputo delle traversie emotive affrontate da Hanzo, avesse apprezzato la sua lealtà e lasciando le parole “anche un demone può versare lacrime”.

Hattori Hanzo
[immagine da https://cocomootravel.com/2020/11/23/ninja-spots-in-tokyo-japan/]

Dopo la sua morte, avvenuta il 4 novembre 1596, ricevette il titolo di Iwami no Kami e i suoi uomini di Iga furono posti a guardia del Castello di Edo, il quartier generale del governo di un Giappone ormai, finalmente, riunito. Ancora oggi, è possibile vedere una parte dell’eredità lasciata da Hanzo: il Palazzo Imperiale di Tokyo ha infatti ancora un cancello chiamato Hanzomon, il cancello di Hanzo, oltre alla omonima linea metropolitana che va dalla stazione di Hanzomon nel centro di Tokyo alla periferia sud-occidentale. Inoltre il quartiere Wakaba, appena fuori dall’Hanzomon del castello, prima del 1943 era chiamato Iga-cho, città di Iga.

Hattori Hanzo
[immagine da https://www.yotsuya-sainenji.or.jp/index_en.html]

I resti di Hattori Hanzo riposano oggi nel cimitero del tempio Sainenji, che custodisce anche il suo elmo cerimoniale da battaglia e la sua lancia preferita, originariamente lunga 4,3 metri e donatagli da Ieyasu stesso, rimasta purtroppo danneggiata durante i bombardamenti di Tokyo nel 1945.

Ma l’eredità di Hanzo sopravvive anche attraverso vari giochi, libri e film incentrati sulla sua figura, grazie al suo vissuto rimasto come prova che tutto sia possibile quando si abbia determinazione e forza di volontà. La sua figura ha ispirato molteplici personaggi, tipicamente rappresentati in manga e anime, dove trova una sua collocazione di derivazione perlomeno culturale. Dal fumetto a lui dedicato, Hanzo, la via dell’assassino, a parodie fumettistiche nelle quali il suo nome viene storpiato in Hattori Kanzo come in Nino, il mio amico ninja, a personaggi che ne ereditano solo il nome con in Naruto o Hunter x Hunter, si arriva fino ai videogiochi, oltre a quelli di chiara ispirazione storica come Samurai Warriors o Samurai Shodown, anche a quelli ambientati o meno in mondi agli antipodi della cultura nipponica, come in World of Warcraft o Nioh, dove il nome è assegnato a un’arma e il personaggio è anche giocabile, e fino a quell’opera videoludica meravigliosa che è The Witcher 3, nel quale la chiara ispirazione al personaggio di Tarantino e alle qualità di forgiatore vengono assegnate a Éibhear Hattori, un maestro fabbro elfico di Novigrad in grado di fornire al giocatore una moltitudine di componenti di creazione, pietre runiche e diagrammi vari, dopo che nelle vesti di Geralt lo si riporta alle sue pregevoli qualità, da tempo abbandonate.

Hattori Hanzo
[immagine da https://www.reddit.com/r/witcher/comments/37630i/witcher_3_gives_nod_to_quentin_tarantino_npcs/]

Hattori Hanzo ha colpito così profondamente la fantasia e la cultura a livello mondiale che il suo nome è tuttora usato in molti campi e per molti generi. Escludendo quelli più tipicamente legati alle arti marziali, come il sito di materiali per arti marziali Yari no Hanzo, o vari dojo, ne sfrutta il nome (Hattori Hanzo) anche il birrificio marchigiano Mukkeller, che produce una doppio malto definita “il mostro”, così come l’omonimo ristorante e cocktail bar di Milano che invita il degustatore a “scoprire cosa prepari l’acciaio affilato di Hanzo“. Rimanendo in tema di acciaio non poteva mancare il riferimento all’eroe giapponese nella scelta del nome di un’azienda produttrice di forbici per gli artisti del taglio di barbe e capelli, la californiana Hattori Hanzo Shears, che si definisce il più grande venditore al mondo di forbici per capelli, fornendo anche la certificazione dell’acciaio usato, rigorosamente giapponese.

E dopo film d’azione, giochi, fumetti, acciaio e ristoranti, non poteva mancare naturalmente un piacevole brindisi di chiusura grazie alla Ota Sake Brewery, azienda fondata nel 1892 proprio nella valle di Iga, che produce da sette generazioni tutta una serie di sake Hanzo (v. Kanpai, un brindisi con il sake), riconosciuti a livello internazionale con diversi premi di categoria.

Hattori Hanzo
[immagine da https://www.hanzo-sake.com/english/sakebrewing/index.html]

lele bo

Fonti

https://www.samuraihistory.com/hattori-hanzo/

https://en.wikipedia.org/wiki/Hattori_Hanz%C5%8D

https://www.japanitalybridge.com/2018/01/japan-history-hattori-hanzo/

Il Tengu che è in te (3° parte)

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duello tra Miyamoto Musashi e Musō Gonnosuke
Il Tengu che è in te (1° parte)
Il Tengu che è in te (2° parte)

Una storia, perché dovrebbe interessarci

Come dicevamo, è quasi impossibile che Gonnosuke – sempre che un uomo con tale nome sia effettivamente esistito – abbia potuto, da solo, elaborare e consegnare ai posteri una disciplina di tale complessità.

Questo spiegherebbe, allora, la necessità di ricorrere ad un provvidenziale intervento divino: come nel teatro classico, un “deus ex machina” che, comparso inaspettatamente sulla scena, risolve felicemente una situazione ormai senza via d’uscita.

Ma la cosa veramente interessante è che questa storia, per quanto assurda e strampalata, è arrivata in qualche modo fino a noi sopravvivendo nei secoli: nessuno ci crede ma intanto, per non sbagliare, tutti la raccontano, come a dire che i Tengu non esistono, ma non si sa mai.

Ora, se è sicuramente vero che quegli strani esseri, un po’ buoni un po’ cattivi, nessuno li ha mai incontrati, nè sulle montagne nè altrove, è altrettanto vero che, come dicevamo all’inizio, le storie che rendono possibile l’impossibile sembrano avere sempre esercitato una particolare attrattiva sulla mente umana.

A questo proposito, mi torna alla memoria quando, ai tempi del liceo, affrontai la cosiddetta “questione omerica”, ovvero la disputa sulla effettiva paternità dei due massimi poemi della letteratura occidentale, l’Iliade e l’Odissea.

Ad un certo punto, la tradizione iniziò ad immaginare per essi l’esistenza di un singolo autore chiamato Omero (letteralmente “colui che non vede”) anche se, già in tempi assai antichi, tale teoria veniva considerata priva di fondamento alcuno.

Ma, al di là delle questioni filologiche, che qui non ci interessano, proviamo ora ad immaginare una guerra senza precedenti, una moltitudine di uomini e navi, una città conquistata e data alle fiamme….

E poi un viaggio di ritorno interminabile, mostri, divinità avverse, naufragi….

Non è forse meraviglioso che a raccontare tutto questo venga chiamato un cieco, quasi a dire che, per essere in grado di vedere cose mai viste prima, sia necessario non potere vedere le cose di tutti i giorni?

Pensiamo ora al nostro Gonnosuke e all’allenamento di una vita intera superato dal sogno di una sola notte: occorre, forse, essere ciechi verso l’esterno per potere cercare e trovare cose grandi dentro di sé?

Quante volte, nelle nostre piccole vite quotidiane, vorremmo trovare fuori di noi, negli altri, le risposte ai nostri quesiti non risolti.

Quante volte, da allievi, ci aspettiamo che qualcuno si dedichi a noi, che ci dica quando è il momento giusto per un esame, che ci spieghi i motivi di una bocciatura.

Ci sentiamo drammaticamente trascurati senza qualcuno che ci incoraggi, ci guidi, ci consoli; qualcuno che sappia colmare le nostre notti vuote di sogni da trasformare, come il nostro Gonnosuke, in grandi realtà.

Ecco, quindi, perché questa strana storia potrebbe, anzi dovrebbe interessarci: semplicemente perché nulla di quanto esiste là fuori non esiste già dentro di noi, basta volerlo cercare.

Iaido, il saluto – 2° parte Rei iniziale alla Katana

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Iaido Torei

Continuiamo il nostro viaggio all’interno del concetto di saluto nello Iaido, approfondendo oggi il ToRei iniziale.

La 1° parte è visibile qui: il saluto 1° parte shomen ni rei.

Seconda parte: REI INIZIALE ALLA KATANA

Dopo aver effettuato dunque lo Shomen-ni Rei, si scende in ginocchio, e si prende la  posizione di Seiza (del saluto alla spada in piedi ne parleremo in una prossima puntata) in questa posizione la spada è appoggiata naturalmente sulla coscia sinistra. I gomiti dovranno essere chiusi (non in tensione ovviamente) e tra le ginocchia ci dovrà essere circa un pugno di distanza.


A questo punto, per iniziare il ToRei, si avanza leggermente con il braccio sinistro, estendendolo con un piccolo movimento. La mano destra arriverà a prendere la spada ponendo il pollice sulla tsuba, sostituendosi quindi al pollice della mano sinistra, precedentemente posto.


Tenendo la spada sempre con la mano destra, la sinistra prenderà il sageo lasciandolo delicatamente scivolare disteso lungo tutta la saya e appoggiandolo delicatamente sul terreno. Senza soluzione di continuità, la mano sinistra tornerà alla base del Sageo stesso e lo distenderà lungo tutta la Saya.

Avendo ben cura di lasciare circa 3-4 cm dal kojiri, la mano sinistra sarà dunque posta sopra la Saya, che viene tenuta all’interno della mano.


In questo momento, contemporaneamente mano sinistra e destra lavorano insieme per portare la spada davanti alle ginocchia: alla distanza di circa un avambraccio dal ginocchio destro, la spada rimane inclinata di circa 30° partendo dalla tsuka.


Come si nota dalle immagini, le mani sono nel verso opposto l’una dall’altra.


Successivamente si toglie la mano destra e si riporta sulla coscia; a questo punto il sageo, tenuto fino a quel momento all’interno della mano sinistra, viene fatto rientrare all’interno della figura della spada, facendo attenzione che non sporga oltre il kojiri, con un gesto deciso ma semplice.


Solo ora si potrà togliere anche la mano sinistra che tornerà sulla rispettiva coscia.


Per effettuare il Rei si porta avanti la mano sinistra e poi quella destra; avendo ben cura di non coprire il sageo, si forma con le dita delle due mani un piccolo triangolo. I gomiti sono vicini alle ginocchia, e l’inchino viene effettuato con la schiena ben dritta, cercando di non piegare la testa e di avere il naso che idealmente “entra” dentro al triangolo costituito dalle mani.


Successivamente, si ritrae prima la mano destra e dopo quella sinistra.


Seguendo la linea della nostra Scuola (che può differenziarsi da altre), a questo punto la mano destra va direttamente a prendere il sageo nella zona del kojiri e nello stesso esatto momento in cui viene piegato e la mano giunge a prendere la tsuba (sempre sotto la spada con il pollice sulla stessa), la mano sinistra riprende la spada da sopra lasciando circa 3-4 cm dal kojiri.

E’ molto importante che il movimento delle due mani venga effettuato simultaneamente.


Adesso la spada è pronta ad essere infilata (vestita) nell’Obi, partendo sempre dal centro si fa scivolare all’interno e la mano sinistra andrà ad appoggiarsi sul fianco all’altezza dell’Obi stesso, con la mano destra che spingerà la spada al suo interno (come disse Yamazaki Sensei tanti anni fa, bisogna che il corpo “accolga” la katana), fino a che la tsuba non sia in posizione centrale davanti al nostro addome, a circa un pugno di distanza dallo stesso.


Anche in questo caso, il Sageo viene legato a seconda della Scuola di appartenenza.


Ed ecco a voi il video del ToRei iniziale.

Alla prossima con il ToRei finale!

Buona pratica!