Mentre si consuma il nuovo rituale della pandemia, tra termometri, certificati e dichiarazioni, timidamente nascosto dietro le mascherine il popolo del Jodo si conta e si racconta. Storie dei tanti che hanno resistito e dei non pochi che hanno desistito.

Tra loro, qualcuno forse se n’è andato per davvero, ma i più sono semplicemente spariti, inghiottiti nel nulla. E allora non occorrono grandi spiegazioni, sono cose che si sanno, perché alla fine c’è sempre un buon motivo per abbandonare qualsiasi cosa.

Poi arrivano i Maestri. Sorridono, si inchinano, salutano. Loro sì ci sono sempre, questo è fuori discussione: perché, quando si arriva a quel livello, c’è sempre un buon motivo per continuare.

Il disorientamento è breve e, a poco a poco, affiorano i ricordi, tornano i rituali veri, quelli del Budo.

Ecco allora il Kamiza, ecco le armi distese lungo il perimetro e pronte all’uso, ordinate, con i tachi girati nel verso giusto, silenziose e austere.

Le spiegazioni sono precise e puntuali, ma gli occhi dei maestri sono benevoli e indulgenti verso mani e piedi che faticano a trovare il proprio posto.

Noto con interesse come, nella dimostrazione dei kata, il Maestro Van Amersfoort si concentri sulla parte di spada.

E’ giusto, perché quando la pratica è appannata bisogna partire dal ruolo guida, il tachi appunto. Perché il Jodo è la via del bastone, ma la sua anima è la spada.

Le prime forme mute lasciano gradualmente spazio a Kiai sempre meno timidi e il vigore ricomincia a fluire.

Dal disordine si passa all’armonia: Ran-Ai.

Sì, i ranghi sono decimati, il Jodo ha sofferto: ma solo nei numeri, non nella determinazione di chi ha scelto di continuare.

Stefano Banti

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Foto di Monia Menozzi
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